18/05/16

L'ebbrezza dell'abisso: "Giorni perduti" di Billy Wilder


Quando mio padre mi propose di guardare insieme “un film che è un vero capolavoro”, io avevo tra gli undici e i dodici anni.
Il film in questione era “Giorni perduti” di Billy Wilder, con Ray Milland e Jane Wyman. Mio padre mi disse che oltre ad essere un film mirabile “Giorni perduti” offriva anche la possibilità di gustare una prova attoriale, quella di Ray Milland nei panni dello scrittore fallito Don Birnam.

Guardai il film con mio padre e mia madre, ricordo che era una mattina di un giorno festivo. Il film mi colpì talmente tanto che alla fine iniziai a rivolgere a mio padre una tale quantità di domande su Ray Milland, Billy Wilder, gli scrittori e l'alcol, al punto da esasperarlo.

A me le storie di autodistruzione piacciono. Da morire. Da tatuarmele.
Le parabole autodistruttive mi accendono molto più di una storia edificante.
È sempre stato così e non cambierà. L'abisso chiama, la quiete annoia. Anche nell'arte. Soprattutto nell'arte.
Perché occorre dirlo subito: “Giorni perduti” (The Lost Weekend), uscito nell'anno di grazia 1945, è un film che ha due protagonisti equiparati: lo scrittore Don Birnam e la bottiglia. È una storia di autodistruzione tentata, cercata e quasi riuscita; il rappezzato lieto fine imposto probabilmente per non suicidare il film non mitiga infatti il cupio dissolvi vissuto da un fantastico Ray Milland, la cui maestosa prova sembra ispirò in seguito Al Pacino circa la scelta di recitare.

Già la prima volta che lo vidi, mi dissi che quel film aveva una sola cosa che non andava: il finale. Non è mia intenzione raccontare qui la trama e gli episodi salienti della storia, ma il finale è totalmente disallineato dal resto del film, che invece transita per zone oscurissime della mente, esaltando il desiderio di disfacimento emotivo di Don Birnam, la sua totale mancanza di autostima e l'incapacità assodata (ed esibita) di volersi far accettare dagli altri in una versione “normale”.
Giorni perduti” mi avvolse da subito nelle sue fauci quasi nichiliste, e condizionò non poco i miei gusti in materia di film e libri negli anni a seguire. Solo molto tempo dopo, almeno una decina d'anni, riuscii a leggere l'omonimo libro dal quale il film era tratto, scritto da Charles Jackson nel 1944.
Opera notevole, ma -come spesso accade- sostanzialmente differente dalla sua resa cinematografica. Al libro, volendo utilizzare una freddura per rendere meglio l'idea, manca Ray Milland.
Né il libro né il film vertono esclusivamente sul vizio dell'alcolismo, che è più che altro un pretesto, una metafora violenta, un mezzo per arrivare allo scopo, appunto l'autodistruzione. La bottiglia è protagonista come Don Birnam/Ray Milland perché ne condiziona i comportamenti, lo schiavizza, sostituisce a tutti gli effetti l'universo femminile. Ma quello che emerge maggiormente, grazie all'interpretazione incredibile di un Milland modernissimo nella sua disperazione pressoché inspiegabile, è il disorientamento verso la realtà, il rifiuto di schemi rassicuranti, l'intenzione di viversi addosso una storia di autodistruzione per poterla poi narrare (forse).
Chiunque abbia tentato qualche volta almeno la strada della creatività, sa che la non subitanea riuscita dell'espressione può causare ritardi sulla realtà, ferite vive che mangiano cicatrici e travolgono memoria ed anche speranze. E che il senso stesso della “diversa presenza al mondo” porta con sé una schiuma nera ed implacabile che stacca con irruenza le placche dell'anima dalla materia viva ed in movimento di ciò che ci circonda. Chi si percepisce diverso, incompatibile o fallimentare, come Don, può scegliere l'altrui carità (o pietismo, differenza che papa Francesco ha da poco affrontato, non senza efficacia), può scegliere di mettersi in fila per il rancio povero, per la pacca sulla spalla, per le critiche doviziose e le condanne inevitabili, ma può anche scegliere la via dell'abisso personale e della dannazione. Scelta che per paradosso può avere a che fare con l'orgoglio, con la fascinazione malata dell'ammutinamento permanente, dell'abbrutimento non autorizzato. Far diventare la propria vita come una sinfonia negativa, uno sputo in faccia allo specchio, vale come atto di esistenza. Declinarsi scomparendo. Crescere morendo. Rendere il proprio passaggio veloce un inutile atto eversivo verso i cancelli sigillati di una spiritualità sfuggente e letale.

Ray Milland in “Giorni perduti” riesce perfettamente ad impersonare un “già morto” che ispira sentimenti di salvezza. Meno stilizzato ed estetizzante del Daniele Dominici zurliniano del 1972, Don Birnam è un abisso di bell'aspetto, che tra sé e la scrittura decide di frapporre l'ostacolo del delirio alcolico, del fondo toccato, tastato e raschiato, della confusione dolorosa tra luce dell'alba e luce della notte.
Don Birnam è stato quindi il mio primo vero eroe cinematografico. La sua capacità di portata oscura è altissima e seducente.
Tutti i miei eroi cinematografici hanno qualcosa di profondamente autodistruttivo: il già citato Daniele Dominici, il Paul di “Ultimo tango a Parigi”, il Franck Poupart dewaeriano di “Série noire” di Corneau, la coppia giovane e folle (Depardieu e ancora Dewaere) de “I santissimi”, il violento poliziotto Mangin (un Depardieu da urlo) in “Police” di Pialat, i fratelli Gorch de "Il mucchio selvaggio" di Sam Peckinpah, il Samourai di Melville, il manesco e sciocco Ajax de “I guerrieri della notte”, persino Matteo Carati (un Alessio Boni che mi sorprese) ne “La meglio gioventù”... ma Don Birnam è il capostipite ed è probabilmente l'ispettore capo della mia notte interiore a livello di gusti artistici.

Il fascino della caduta ha qualcosa di inesorabile e indifferibile per alcuni. Io sono tra questi, da sempre e per tutta una serie di circostanze esterne ma anche autoindotte. Si dirà che è la banalità del male. Si potrà anche dire che si tratta di demoni stupidi sotto copertura. Probabile. Ma io riconosco la caduta come atto di esistenza, come avvertimento alla morte, come tempesta sommersa di acque già troppo agitate, per favorire la navigazione delle imbarcazioni più resistenti e di quei capitani del niente che somigliano allo specchio in divenire.
Don Birnam era un uomo in caduta libera, bellissimo nel volo e squallido nel fluire delle ostruzioni di prassi. L'ebbrezza del vuoto contiene in sé la conseguenza più ovvia, e cioè le brutture di tutto quello che chiede sobria pietà a fari spenti e senza cercare, implorare mani. Mani vere, di plastica o divine.
Grande film, manifesto di un'enorme idiozia esistenziale: decidere di non distinguere opportunamente tra la luce dell'alba e quella della notte più fonda.

Note: Il film di Billy Wilder vinse praticamente tutto: Oscar, Golden Globe e a Cannes. Idem dicasi per Ray Milland, uno dei migliori attori in assoluto della storia del cinema, non sempre utilizzato conformemente alle sue potenzialità enormi. Consiglio caldamente di riscoprirlo, cominciando da "Il tempo si è fermato" e "La sconfitta di Satana" di John Farrow. Una macabra curiosità: suo figlio Daniel si è suicidato nel 1981 a soli quarant'anni. Daniel Milland era tossicodipendente e alcolizzato, avrebbe voluto seguire le orme del padre ma non riusciva a trovare un'occupazione che intanto gli si confacesse. Si era da poco licenziato da un lavoro occasionale come commesso in un negozio di abbigliamento.

Luca De Pasquale 2016


































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