05/05/16

La stanza distrutta

Jeff Wall - La stanza distrutta
Fermarsi a guardare qualcuno dormire sembra avere il potere di fermare il tempo, è spazio interiore che diventa regno. Amore che gioca a diventare regola. Non c'è nessuna musica adatta a questo. Nessun pensiero sovrastrutturale che possa rovinare ed inquinare la scena.

Guardare qualcuno dormire senza avere l'incoscienza ed il coraggio del proprio sonno è una sospensione. Un intervallo con il respiro al minimo. Spazio interiore che sconfina, lussuoso e ricurvo design dell'anima.
La condizione ideale è quella di guardare qualcuno che si ama mentre dorme, eliminare il senso dell'attesa, oscurare le finestre interiori, bloccare l'agguato costante della memoria, infrangere il tabù della prima scelta di se stessi.

Volevo essere, volevo diventare.
Volevo arrivare a, volevo essere amato da, la normalità mi affascinava nella sua rassicurante monotonia. La normalità è una rassicurazione inesistente. Sono solo abitudini ritmate e poi molto mal di pancia, molta merda, troppi doveri.
Tutti pensieri da azzerare, tentazioni da colpire alle caviglie con un manganello, azione di polizia contro se stessi e la voglia di essere altro, altrove, più pieno, più in luce, più attento all'attenzione altrui.
No. Va sospeso tutto. Va fermato ogni processo, ogni curiosità esterna, ogni fissazione rivolta all'interno.
Pace, pace di poco, è guardare chi si ama mentre è assente, mentre è altrove offrendo comunque la visione, il respiro, occupando una porzione oscura e necessaria della stanza. Il resto deve fermarsi. Osservare. Spazio interiore che si rende devozione deserta, atto unico senza parole. Presenza che basta.

Di notte, stupidamente, vado sempre a rovistare tra i miei ricordi. Mi distraggo dal futuro e sciupo il presente. Mi perdo in camere abbandonate, distrutte, bianche, senza porte o con troppe finestre, e finisco con il ricordare addirittura l'odore delle sigarette, del cibo, dell'assenza, i colori di tutte le tenute notturne scelte nel corso degli anni. Di notte, con la mia stanza distrutta e con un sonno narcisista al punto da mancarmi quasi del tutto, ho quasi la sensazione che i nomi abbiano un profumo, e che tutte le persone incontrate siano state uno scherzo, apparizioni trascritte non si sa dove, senza traccia.

Di notte non sono rintracciabile nemmeno se ufficialmente presente.
È meglio non cercarmi, non immaginarmi, non contare sui miei riflessi. Se mi parli di notte, quello che può tornarti è un'incognita che non nasce dai sogni, ma dagli odori. Dalle sensazioni visive. Torna qualcosa dal blu scuro, dal grigio con crepe e rughe, dal rosso scolorito e ferito della stanchezza, dal viola elettrico della coscienza che si è fermata, neutra, calda, rimpicciolita.
Quel tizio che sere fa mi parlava in auto della sua vita, della musica che gli piace, delle sue ambizioni, delle donne che gli piacciono, neanche lo ascoltavo. E pensare che per assecondare i miei gusti aveva messo su dei brani dei Cream. Io adoro i Cream. Jack Bruce è sempre stato il mio copilota. Ma di notte è diverso. Di notte i suoni sono diversi. Avrebbe dovuto scegliere altro per ottenere la mia attenzione, seppure. In notti dove sento di esserci, di essere presente, di essere in evoluzione, di poter riordinare la stanza distrutta, allora mi serve Larry Heard. Deepchord. Office Gossip, Rick Wade, Addex. Con il buio, la musica di questi artisti ha un profumo. Un profumo fisico. Anche l'insonnia ha un preciso profumo. Come il dolore. Come l'amore che non si compie. Come la fede che si è fraintesa. Come la sconfitta che festeggia il sorriso della vittoria. Tutto ha un profumo, se non si è scelto di seppellirsi, di limarsi in continuazione.

Mi hanno detto che al porto, vicino all'attracco dei mercantili, si è sgretolato un muro. Sono usciti fuori topi, tantissimi topi, neri, veloci. Il muro era fradicio d'acqua, era diventato come gesso nero. I residenti hanno chiamato i vigili ed il comune. Quando ho appreso la notizia, la prima cosa che ho pensato è che quel muro, quel muro da porto tutto vento, salsedine e continue partenze, ha smesso di assistere il sonno delle navi, di notte. Così come i baci degli amanti, la disperazione di uomini di passaggio che hanno fumato, tormentandosi, una sigaretta a picco sullo specchio d'acqua torbido del porto. Così ci si distrugge. Ci si distrugge resistendo alle luci, resistendo troppo, conservando ogni notte dentro come fosse una via spirituale, anonima ma potente, dolorosa e liberatoria.
Anche io, accumulando notti su notti e sapendo che guardare qualcuno dormire è piccola necessaria pace, sto distruggendo la stanza. Forse l'ho già distrutta. Nelle ante vuote dei giocattoli c'era posto per rossetti giganteschi, armi improprie. Nei miei libri non c'è niente. Nei miei libri l'inchiostro si è cancellato. C'è il vento. Nel mio stomaco c'è il mare. Le mie sigarette sono pontili tra acqua e niente che permettono di stare con il naso all'insù a cercare il fuoco al buio. Quando scrivo sono sorpassato da quello che non riuscirò a scrivere. E mi perdo, e uso la mia vita in attesa incostante della piccola pace che ho intercettato da perfetto stupido.

Luca De Pasquale 2016

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