22/05/16

La passeggiata chic del sabato mattina (Vecchi appunti di differenze di classe)


Ho ancora una memoria vivida dei sabato mattina nel quartiere dove sono nato. Sembravano degli eventi veri e propri.
Lo erano per tutti quelli che abitavano nel mio palazzo. Lo erano anche un po' per mio padre, che si vestiva elegante con quello stile innato da me nient'affatto ereditato.
L'evento era un rito. Il rito della passeggiata per le strade eleganti, quelle con i negozi d'abbigliamento da urlo e da mutuo per una sola cravatta, quelle con le donne anziane dai capelli azzurri e quelle più giovani che sembravano tutte invariabilmente attraenti e fatali. Profumatissime. Irraggiungibili.
Mio padre e mia madre uscivano intorno alle undici del mattino, per fare ritorno a pranzo. A volte, con qualche raffinata busta o confezione. Io ero ragazzino e in qualche occasione mi portavano con loro. Ed io da una parte mi annoiavo, dall'altra osservavo, tutto. Proprio tutto. Persone, auto, vetrine. Respiravo quell'aria di privilegi (altrui), mi ritrovavo spettatore muto e certamente invisibile di autentiche sfilate. Sfilate di completi di Ferragamo o Ermenegildo Zegna, di scarpe da donna eccitanti, di cosce femminili che mi sembravano lunghissime, sfilate che mi raccontavano di un'agiatezza che non avevo, non vivevo. Nessuno, nella mia estesa famiglia, poteva dirsi agiato. Da generazioni.

Mi chiedevo quindi perché vivessimo lì, in mezzo a quelle persone e quelle abitudini. Il più sfortunato dei nuclei familiari poteva contare almeno su un paio di macchine e di appartamenti, nella classica formula casa in città+casa al mare.
Tutti parlavano delle cravatte di Marinella, che per inciso a mio padre non piacevano chissà che. Lui preferiva quelle di Marino. Io non capivo che senso avesse acquistare cravatte. Che senso avesse vestirsi bene e partecipare a quel rito. Ma mio padre era molto ben accetto nell'ambiente. Lo salutavano tutti, chiamandolo “professore”, “dottore” o, più semplicemente, “signor P.”.
Io, che spesso gli stavo alle calcagna come un minuscolo cane con il raffreddore, guardavo. Iniziai presto a pensare che non mi sarebbe piaciuto affatto farmi chiamare “professore” o “dottore”. Che quelle persone da una parte mi attraevano e dall'altra mi provocavano un senso di assoluta ed inspiegabile repulsione.

A casa dei miei compagni di scuola, finiva sempre che si rafforzassero le mie convinzioni di vivere in un ambiente sbagliato rispetto al mio sentire, alla mia anima e forse al mio destino.
In ognuna di quelle case, dove venivo accolto più come figlio del “professore” che per ciò che ero, mi sentivo a disagio. Le madri dei miei amici erano tutte bellissime e con una pelle levigata incredibile, addirittura eccessiva. Le loro sorelle non mi salutavano. I loro padri sembravano dei capitani di finanza e magari erano “solo” notai, docenti universitari, avvocati di grido. In quei sontuosi appartamenti c'erano dei balconi enormi, quindi delle terrazze. Negli ingressi, sempre tantissime piante. E poi quadri alla parete, bagni traslucidi, cucine lunghe ed accessoriate come il senso della mia diversità. Non mi sentivo uno sgorbio. Non mi sentivo inferiore. Affatto. Mi sentivo diverso. In quel momento, per il mio probabile futuro e a prescindere.

Superata l'adolescenza, trovai il coraggio di chiedere a mio padre come mai vivessimo in quell'ambiente, con il quale non condividevamo praticamente nulla, se non una superficiale apparenza e il certificato di residenza.
Mio padre non si scompose: “Siamo nati qui”
Io non dissi altro. Non faceva una piega. Eravamo chiaramente nati tutti -o quasi- in quelle strade. Ma i conti non tornavano. A casa mia vigeva una sorta di minimalismo degli agi, conquistati a tappe, sobriamente. Mi sembrava però che gli “altri” viaggiassero ad un'altra velocità. Lo trovavo molto sconveniente e finivo per chiudermi in camera ad ascoltare continuamente “Pride (In the name of love)” degli U2, covando propositi non chiari di ribellione e ammutinamento.

Diventato adolescente e poi post-adolescente, mi trovai coinvolto anch'io, e alla grande, nel rituale della passeggiata chic del sabato mattina. La facevamo in due o tre, maschi, per dragare ragazze. Guardavamo queste ancelle pazzesche che incedevano con quell'aria nobiliare e con quei nomi davvero esotici, Flaviana, Andrea Sole, Dorotea. Io proprio non riuscivo ad immaginare di poter sognare con un “Luca e Dorotea”. Sarebbe di certo arrivato un Pierkraus a rompere il cazzo e l'idillio. Non potevo competere: mi avrebbe fottuto uno con i genitori ricchissimi, uno che poteva chiamarsi Protagora Fermariello, uno con la barca al molo e con una strada dedicata a suo nonno. Non c'entravo un cazzo. E poi, superati i diciotto anni, il mio pensiero economico e sociale era vicino al PSIUP, al PdUp e Democrazia Proletaria, con tanta ingenuità di contorno che mi faceva riassumere “Il Capitale” in poche formule ribellistiche e che confondeva l'istinto alla lotta di classe con la frustrazione scongiurata ma insidiosa del confronto di beni ed entrate. Poi arrivò alle mie orecchie il post-punk marxista, al gusto antrace, dei Gang Of Four e fu la frittata.
Quindi ci andavo, a quelle passeggiate chic del sabato mattina a via dei Mille e via Filangieri, con uno spirito vagamente iconoclasta, da fuoriuscito, da cospiratore. Uno spirito eversivo che mi guardavo bene dal lasciar intendere a mio padre, che me lo avrebbe smontato pezzo per pezzo.

Le amicizie -e in genere tutti i rapporti che intraprendevo- avevano sempre quel vizio di forma, quella distanza incolmabile. Dovuta al mio pregiudizio apodittico “con i ricchi nessuna amicizia, nessuna collusione”.
Perché era chiaro che i miei compagni di liceo e classe sarebbero diventati giocoforza, qualche anno dopo, i miei padroni. Già me li vedevo. Avevano toraci larghi e mascelle antipatiche, ed i loro pullover azzurri mi stavano assolutamente sul cazzo. Erano miei coetanei, sì, ma mi apparivano come dei commendatori che mi avrebbero chiesto presto di parcheggiare la loro auto. Forse è anche per questo che non ho mai preso la patente.
Mio padre, che se ne fotteva di essere giudicato benestante e vincente, riusciva però, e a mani basse, a conquistarsi stima, attenzione e rispetto. Io facevo una fatica boia per non essere inghiottito e masticato da un mondo che poi, ne ero certo, mi avrebbe sputato via al primo cavillo di prassi.
Al liceo mi feci bocciare tre volte. Mi sembrò un atto preciso.

In seguito, andato via dal quartiere dopo che gli ultimi anni mi avevano visto invisibile e stanco nelle belle strade, ho continuato ad incrociare persone provenienti da quel bel mondo. Persone che con la maturità, vivaddio, giudicavo senza colpa. Sei ricco, sei viziato, tuo padre è un capitalista? Che puoi farci? Sono uno dei nuovi poveri, certamente un viziato a mio modo, ma non sarò mai un capitalista e certe cose del PdUp mi mancano ancora.
Non c'è un giudizio di valore in questo, e tanto meno una frustrazione arcaica e/o rinnovata. Solo una constatazione nuda, non effimera, franca come una supposta. Punto.

Qualche anno fa conobbi una persona che apparteneva al mondo delle passeggiate chic. Con lei tornai nel mio quartiere natio per qualche caffè e qualche escursione nostalgica. Ritrovai la seta delle origini. Per poco, per pochissimo. Un drappo di vento non vuole diventare seta. Non oggi. È definitivamente tardi per tante cose.
Fu un disastro. Mi sentii come il bandito Cavallero fuori le vetrine di un centro estetico. Mi sentii persona non grata. Special guest: non invitato e non felice di esserlo.
La persona in questione sembrava non intercettare il mio enorme disagio, anche rapportato alle sue abitudini di vita, dal tenore assai elevato. Più case, più viaggi, tanti hobbies, tanti vizi, tanta intraprendenza, tanta sicurezza. Soprattutto, quella tranquillità nei dettagli che hanno tutti i ricchi e che invece sono le spine più indigeste nei piatti dei poveri.
Non sono mai stato uno che punta ad accompagnarsi a persone ricche, benestanti e tanto diverse dai miei desideri più intimi. Io sono sempre stato zurliniano in quest'approccio alla materia sociale e relazionale; ho sempre sperato che esistesse un'aristocrazia interiore -nessun razzismo alla rovescia o fottuto snobismo-, basata sulle emozioni e non sull'esibizione della propria concretezza in società. Poi, puoi essere ricco o povero. Solo che se sei benestante non credo abbiamo molto da dirci. Con tutta la buona volontà.

Oggi ricordo, di quel quartiere, le enormi piante ambientali ed ornamentali negli ingressi. Le sessantenni che sembravano sempre delle trentenni appena tornate da una spiaggia neozelandese. Ricordo i movimenti di sinistra studentesca capeggiati da figli di professionisti affermati e plutocrati. Non ricordo bene perché occupassero tanto spesso il liceo, di certo, loro, del figlio del poliziotto e dell'aiuto panettiere licenziato se ne fottevano altamente. Non erano conformi.
Come conforme non ero io.
Superati però i quaranta da un pezzo e spero atrocemente lucido, mi rendo conto che non sono conforme nemmeno ad ambienti che si dicono rivoluzionari e che procedono per slogan fiacchi e lavorati ai fianchi dall'indifferenza altrui. Ed ecco che torna quella sensazione fastidiosa di essere Cavallero fuori al centro estetico del quartiere bene.
Quell'anacronismo, quella non identificazione, che mi rende in certi giorni lo scarto di un racconto di Italo Svevo o uno scherzo surrealista. In modo involontario ma sincero.
Come se andassi a votare tra due settimane convinto di trovare quel simbolo che all'epoca mi piaceva e mi parlava, il MPL (Movimento Politico dei Lavoratori). È davvero tardi per cercare compromessi e punti d'incontro che non possono in nessun modo sussistere.
Lì ci sono nato, ma non hanno intitolato nessuna piazza a qualche mio parente. E nessuno di noi è stato rampollo di un pollo succulento. Ognuno per la sua strada.
Se poi un giorno mi piazzo una pianta all'ingresso, mi sa che è meglio non dirlo a nessuno. Neanche a me stesso.

Luca De Pasquale 2016








Nessun commento:

Posta un commento