30/05/16

Il venditore di dischi (con la sindrome di Sparwasser)


A differenza di molti altri che scrivono (professionisti, carneadi, baroni, pomposi o scarni, dilettanti, grafomani), le mie influenze sono prevalentemente musicali, eccezion fatta per Stig Dagerman, Henry Miller e Piero Chiara che mi hanno indirizzato decisamente verso la scrittura.
Questo non mi differenzia in positivo o in negativo, è una semplice ed onesta constatazione. Perché io sono nato con l'idea fissa di voler vendere dischi e scrivere. Per un certo periodo della mia esistenza, sono riuscito a fare entrambe le cose con un senso compiuto (la riconoscibilità è altro argomento, qui non ci interessa).

I negozi di dischi hanno sempre esercitato su di me un fascino superiore a qualsiasi altra cosa e possibile attività. Un negozio di dischi, se non si tratta di un discount, è un mondo a sé. Non è semplice commercio e può portare lontano: chi vende e chi compra. Da ragazzo, mi sconsigliarono sia di scrivere che di vendere dischi. Spesso l'opinione era avvalorata da dati pratici, la scarsa spendibilità e proficuità delle due professioni; altre volte l'invito -che arrivava in forma grezza, acidula, tagliente- era generato esclusivamente da forme di fastidio personale e indistinto senso di competizione. Cosa, questa, che continua ad infestare i rapporti apparentemente più tranquilli e cooperativi. Ma anche questo aspetto non ci interessa.

Da ragazzo sognavo di avere un negozio di dischi tutto mio, proprio come il Rob di “Alta fedeltà”, ma appena varcata la soglia dei diciassette anni mi è stato chiaro, lampante, che ero atteso con sufficienza all'ufficio collocamento del lavoro dipendente.
Ne presi atto. Sarei stato comunque sotto padrone. A quanti tocca questa sorte? Alla maggior parte dei lavoratori, non c'era da farne un dramma.
A quell'età, verso i diciotto anni, iniziarono anche discorsi di molti soloni circa la necessità di essere imprenditoriali, coraggiosi, la classica retorica del self-made man. Ricordo che rispondevo a monosillabi, e anche con una certa cortesia, ma in cuor mio pensavo con finezza “ma vai a fare pompini, tu i soldi ce li hai dalla culla: chiedi e ti sarà dato, ma non rompere i coglioni a me”.
Quando in una famiglia si arriva difficoltosamente a fine mese e si fanno miracoli per educare e contentare un figlio, è palese che le tirate ottimistiche sull'imprenditoria di se stessi acquistano una connotazione beffarda e insopportabile. Da qui l'invito a prodursi in altre attività che coinvolgano la bocca in modo più “useful”.

Volevo diventare venditore di dischi e scrittore. Sogni difficili, ma anche poco battuti all'epoca, nell'Italia edonista degli ottanta. L'Italia di plastica che si sfregava le mani per l'avvento delle televisioni commerciali e gli stranieri lussuosi nel campionato di calcio. Non sono stato un giovane barricadero, chi mi conosce lo sa bene. Mai stato parte di qualche collettivo, sempre cane sciolto. Il fatto di essere apertamente isolato spingeva alcuni a ritenere -non si sa su quale assurde basi di pensiero ed ardite formulazioni- che fossi un reazionario, addirittura elitario, e chissà, magari anche ben disposto verso orizzonti capitalisti. Follia pura. C'è sempre questo vizio comune di annettere le persone a ciò che potrebbe accomunare. E quel che accomuna, lo sappiamo, è spesso l'intransigenza, se non l'odio.
A diciannove anni un amico esordì così con me: “Ti dico questo perché so che detesti la sinistra, quindi ti spiego, io...”
Alt: chi ti ha detto che sono di destra?”, risposi piccato.
No, è che non frequenti centri sociali...”
No, non li frequento”
Non condividi quella mentalità, ho ragione, allora”
Quella per me non è sinistra. Non certo l'unica, e non quella che preferisco”
Dicendo questo, non chiarii alcunché. Anzi, forse mi collocò ancora più a destra, commettendo un marchiano errore.

Ventisei anni dopo, si verifica una scena simile. Incontro uno con i capelli che sembrano uno spot della paglia trattata. Uno che si ricorda di me dietro i banchi dei negozi di dischi.
Il suo esordio non è dei più felici: “Mi dispiace, sono scelte aziendali”
Come se fosse lui a dovermi dare spiegazioni. Come se gli avessi chiesto qualcosa. Come se sapesse come funzionano certe cose.
Poi mi dice: “Io ora compro solo su Amazon. Amazon funziona”
Me ne sono accorto”
I prodotti mi arrivano in un giorno! Chiusi!”
Dovrebbero arrivare aperti, per caso?”
Comodissimo. I negozi di dischi non hanno proprio più senso, MI DISPIACE”
Non sono d'accordo, comunque non dispiacerti che ti fa male”
Vabbè, tu non puoi essere d'accordo per FATTI CORPORATIVI, io questo lo capisco... però ti dico, a che pro andare in un negozio? Si spreca solo benzina e tempo, e poi Amazon ha le offerte...”
Guardo il mare, sbuffo dentro, rispondo: “Tu pensi di sapere sempre esattamente cosa comprare? Pensi di non avere bisogno di consigli?”
Sinceramente no”
Forse dipende dal genere che ascolti. Se ti piace solo la musica commerciale, è chiaro che non hai bisogno di assistenza. Ma non è neanche detto”
Si indigna platealmente: “Guarda che io ne so di blues, di funky, di jazz, di rock e pure di musica elettronica e di piano solo”
Come se il “piano solo” fosse un genere.
Mi sciorina tutta una serie di dischi che ha acquistato. Tutti in offerta, tutti famosissimi, tutti senza una sola dissonanza. Come i programmi di Fazio o i punti programmatici del governo Renzi e controfigure. Tutta roba senza un guizzo, senza un imprevisto. Lui non ha bisogno di consigli e i dischi gli arrivano a casa. Allora sta a posto.
Ma non è che sei contrario ad Amazon perché sei comunista?”, mi chiede all'improvviso, quasi inorridito.
Scusa, ma che c'entra?”
Allora è vero che sei comunista?”
Ma non stavamo parlando di Amazon?”
No, è che ho conosciuto un comunista che vota per De Magistris”, mi spiega sconsolato, “e questo cretino mi ha detto che odia Amazon perché sono dei capitalisti... capisci, parlare ancora di capitalismo oggi... ma come si fa a votare De Magistris? Come si fa ad essere comunisti oggi? Ma le conosciamo o no LE PURGHE DI LENIN??? E poi De Magistris è colluso... molto colluso... me lo ha detto uno che lo ha letto non so dove...”
Che esattezza, che scrupolosità.
Sono stanchissimo. Questo tizio mi sta sfiancando ed i suoi capelli non aiutano.
Insomma, sei pro o contro Amazon?”
Non posso impazzire per l'idea che esista, ma non ho problemi a dirti che ne faccio uso anch'io, soprattutto quando mi serve qualcosa velocemente, in questo deserto”
Si acquieta. Forse ho guadagnato una barretta di stima nel suo videogame mentale perpetuo, che cataloga affiliati e nemici a seconda delle sfumature ideologiche e dei gusti.
Non gli ho però chiarito la mia appartenenza politica e non mi ha nemmeno chiesto se voterò per Gigino. Ignora se ho preso pure io le purghe di Lenin o se ho divorato anche io poveri bambini in quel di Magdeburgo.
E per fortuna ignora la mia grande passione per la DDR e la mia sindrome di Sparwasser. Altrimenti avrebbe chiamato il SISDe. Sono anche convinto che ignori la mia preferenza per Bernie Sanders, che considererà uno della Banda Dei Quattro o un amico di qualche dittatore sudamericano con falce e martello tatuati nel risvolto dell'omero.

Quando ci salutiamo, sono davvero estenuato. Non sono neanche infastidito e non lo detesto. In fondo non sono un tipo intransigente. In fondo. Per me ognuno è libero di pensarla come gli pare, basta sia chiaro -per rispetto e anche quieto vivere- che non sono una bandieruola.
Sono solo uno che voleva fare il venditore di dischi, farlo fino alla pensione. Uno che scrive, ed oggi lo vogliono fare proprio tutti tutti, con l'aggravante della sindrome di Sparwasser.
Se mi girerà bene, aprirò un negozio/label che chiamerò Sparwasser Records. Sul modello della SST, con riverberi di Factory e Cherry Red, Les Disques Du Crepuscule e Mute. Niente di socialmente pericoloso.
Anche se il mio gruppo icona sono i Gang Of Four e uno dei miei eroi è il grande capitano Mike Watt. In fondo, se mi conosci un po' meglio, scopri quanto mi piace il blues. Profondamente.
 
Luca De Pasquale 2016









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