19/05/16

Il bar per quelli da cinquecento euro al mese


Ero solito pensare di essere povero. Poi mi dissero che non ero povero, ero bisognoso. Poi mi dissero che era autodistruttivo pensare a me stesso come bisognoso, ero solo privo di mezzi. Poi mi dissero che privo di mezzi era una cattiva immagine, ero sottoprivilegiato. Poi mi dissero che sottoprivilegiato era abusato, ero svantaggiato. Non ho tuttora un centesimo. Ma di certo ho un gran bel vocabolario.
Jules Feiffer

La società civile sa molto compatire e poco costruire. Il buon reddito rende spesso arroganti, saccenti, giudicanti, stupidamente crudeli e terribilmente strafottenti. Gli ombrellini colorati sono roba per ricchi. La paura a onde, a fasce, è per il ceto medio. La disperazione grigia che colora vecchie giacche, sorrisi e ambienti è invece per quelli che non hanno nulla da perdere.
Quelli che stanno su un trampolino mezzo marcio e su quella striscia di legno pencolante giocano a dadi, a m'ama non m'ama e alla roulette russa.

Questi sono i miei pensieri mentre mi reco in quel bar simpatico e un po' dimesso dove faccio colazione due volte e mezzo alla settimana. Il mezzo, s'intende che prendo solo il caffè. Quel bar mi piace, perché tutti gli avventori -è scientificamente dimostrato- non navigano in buone acque, anche se il loro aspetto potrebbe ingannare. Come del resto il mio. Il mio modo di parlare, il mio garbo un po' antico e beffardo, che mi porto dietro per merito e colpa di mio padre.
In quel bar mi limito ad emettere grugniti cortesi e ringraziare: per l'acqua frizzante o liscia nel monouso, per la tazza fredda che chiedo sempre, per il caffè macchiato bene, poca spuma e no al sapore tostato.

In quel bar ascolto sempre i discorsi, ma senza curiosità morbose. Se la passano male un po' tutti. Ci viene Enzo, per esempio, un padre di tre figli che sta in cassa integrazione rotativa e forse ucciderà qualche suo collega, se asseconda lo scatto d'ira imprevedibile. E quel marinaio di mezza età che ho sentito si chiama Ottone, quello non parla mai e ha la barba rossa come una storia di Melville o Conrad che non ho mai letto. Sta ore in silenzio al tavolino esterno, a fumare come una ciminiera e guardare le donne con aria assente ma sorniona. Poi incrocio quella casalinga un po' disperata e con problemi di linea -di cui parla continuamente- che ordina sempre un cappuccino freddo, lasciandolo puntualmente a tre quarti prima di perdersi in una gracchiante telefonata di lamentele.

Ci viene, al bar, anche quella che lo fa venire duro a tutti i maschi. Il suo sguardo tradisce un'esperienza amatoria che magari non ha. Indossa profumi violenti, penetranti, acri come l'odore che si sprigiona qualche volta durante il sesso. Sì, è una dark lady. Una dark lady di provincia, povera anche, una che fa la manicure tre volte al mese dal barbiere all'angolo e poi non si sa. Ma, come ha detto uno dei perdenti più abituali del luogo, “è carrozzata”. Sembra essere stata costruita apposta per turbare esemplari in pectore del nulla da perdere, gente che ha avuto sfortuna, che non ha trovato ganci ed agganci, relitti dignitosi del lavoro dipendente, nostalgici del tempo indeterminato con facce alla Bogart o alla Mike Mazurki. Uomini che sono stati scaricati dalle mogli e soprattutto dalle famiglie delle mogli. Uomini che vivono quasi tutti, su questo posso essere preciso, con cinquecento euro al mese.

Quanto a me. Quanto a me, mi chiedono spesso da dove vengo. Perché non ho molto accento e perché parlo poco e sorrido uno su dieci. Perché non mi hanno mai dato l'età giusta. Perché si vede che sono di città e potrei anche essere uno stronzo in vacanza. Ogni tanto prendono coraggio e mi chiedono qualche dettaglio personale. Io rispondo per quel che posso.
E vedo, quando mi spingo un po' più in là, che quei volti si aprono, mutano impostazione d'ascolto e interazione; la notizia che sono uno di quelli che ha “perso la fatica” crea un corridoio umano, uno snebbiamento di dubbi, una mano tesa sotto il livello di mare. Perché, cazzo, siamo uomini del sud e il mare ce l'abbiamo tra gli occhi, nella schiena e anche nelle disgrazie. Il mare è tutto quel che realmente abbiamo, oltre ad un'indistinta nostalgia per il futuro. Come il marinaio Ottone, che sarebbe piaciuto da morire a Joseph Conrad.
Quelle poche volte che loro osano chiedere ed io rispondere, si finisce che si stupiscono: “Ma come è possibile che hai perso il lavoro e non ne hai uno nuovo?”
Ed io sorrido sotto il livello del mare. Come molti uomini del sud, anche io riesco ad essere illuminato dal sole, ma mi muovo rigorosamente sotto le onde.

Oggi prendo caffè e cornetto, crepi l'avarizia. Purtroppo, fumo prima e dopo colazione. La sigaretta prima sa di me, del mio odore, della mia vita, della mia resistenza. La sigaretta del dopo colazione sa di punto di vista, di ossa sconfinate nella salsedine, di musica conservata per il domani, di cassetti ordinati in stato di trance, di fatalismo predatorio.
La sigaretta del dopo colazione, come quella prima della notte ufficiale, mi porta, a mo' di risacca marina, i volti delle persone che ho conosciuto, le persone del mio ambiente di estrazione, quello che dicevano gli sciocchi mi si confaceva di più.
Mi arrivano questi volti, i ragazzi di buona famiglia, le ragazze ricche e spirituali, e mi dico che nessuno di loro verrebbe mai in un bar come questo, dove la precarietà è un cielo del sud senza vacanza, è sudore acido sulle magliette bianche, sono le cosce tornite della dark lady manicure, sono i miei sorrisi sottomarini disinnescati da comitati di rimorsi senza guinzaglio.
Qui, sopra i cinquecento mensili non fai parte dell'humus. Non sei gradito: magari ti trattano da signorotto, ma resti corpo estraneo. Qui, durante la colazione, in realtà ci si prepara per la notte, per la risacca, per arginare il limite dei movimenti.
Non è poesia del poco e nemmeno destino baro, è zona sottomarina, è frontiera calda, siamo tutti stelle di mare corona di spine e mangiamo il corallo della nostra speranza ignorando i turisti che verranno. Pago il mio euro e ottanta centesimi, la radio manda “Bullet the blue sky”. Sempre una vertigine mostruosa, quel pezzo. Il basso di Adam Clayton è una vera e propria condizione esistenziale. Come il nostro bar, come i nostri sussidi di disoccupazione.

Luca De Pasquale 2016

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