08/05/16

Fatalità urbana ("Baibe sei la mia festa")


Campagna elettorale cittadina insensata. Noiosa, anche. Dall'autocelebrativo al reazionario in pochi manifesti, distanti tra loro pochi centimetri.
Prima pelle nuda per le strade. Pelle fiera, qualche volta depilata, pelle che però non attrae, perché sembra parte della scorza di mandarino dell'intero sistema e del suo autoriprodursi all'infinito.
In flussi stradali, insulti tra automobilisti, gente che fa lingua in bocca, mariti che dicono di amare le loro mogli e viceversa, e poi cattedrali vuote di speranze preincartate, comunicate di fretta e con le mutande non allineate al bacino.
Il negoziante vuole fare il brillante e mi parla di cose che non conosco. Io fingo di conoscerle. Oggi è l'ultima partita di Manuel Pasqual al Franchi con la maglia viola, altro che campagna elettorale del cazzo.
Il negoziante non sa che tifo viola e se lo sapesse mi servirebbe con meno cortesia. Funziona così.
Come certe persone che ti preferiscono in una salsa piuttosto che in un'altra, e si regolano di conseguenza se non rispondi al ritratto richiesto. Sei arguto, ma aspetta, mica sei un anarchico di merda? Sembrano quasi implorarti che tu non sia il peggio che temono, perché sono sinceri quando ti fanno capire che ti vorrebbero come amico. Sono davvero sinceri. Sei tu che li tradisci, per quel che sei e per quella sciocca coerenza gruviera che ti sei stampato in faccia da qualche anno.

Davanti a me c'è una che cammina con dei fuseaux nero asma tutti dentro il culo. Ancheggia con i piedi a papera e la stragrande maggioranza degli uomini si portano automaticamente le mani ai genitali o aprono la bocca in un'espressione ottusa. Un film di Alvaro Vitali offrirebbe più eleganza di questa visione, che trovo di una tristezza incommensurabile.
Non sono mai stato sensibile, anche sessualmente, a questo tipo di ostensioni tra il grottesco e il deforme. Non mi sono mai turbato per dei fuseaux tutti nelle chiappe, a sfidare leggi e postulati di contenimento. La mia sensualità è una vecchia signora un po' vittoriana, che per giunta non vuole che le si rompano i coglioni con scene troppo affollate.

Sul muro di un palazzo leggo la scritta: “Baibe, sei la mia festa”. Scritto proprio così, “baibe”. Ma certo, baibe. Dichiarazioni d'amore per ogni dove, impossibile sembra in compenso comunicare perdizione, disorientamento, desideri che non hanno forza di fede e dunque sono altalene sull'abisso.
Certo sarebbe più difficile scrivere “Baibe sei la mia insonnia, la mia isola mancata, merda”.
La strada oggi è piena di sole, ma è come se fosse lambita da due enormi ali di oscurità. Oscurità che io, io e il mio piccolo io, abbiamo nella schiena come un temperino piantato che ogni tanto infierisce con calma. Strano, aver mal di schiena con il sole. Strano, passare accanto ai manifesti elettorali e non provare che disgusto. Un disgusto non populista e nemmeno altero, solo nausea che finisce subito, istinto impossibile da soddisfare. Lontananza terrificante.

E poi, continuare a sognare di cadute. Eccitarsi delle rinunce, come eroi disattenti, eroi con le giacche vuote, senza corpo dentro. Fantasmi della fatalità urbana, bellissimi quattro minuti al giorno e mai innamorati di un solo plebiscito, di una sola direzione.
Quando si dice che un uomo è un fiume, si tratta di una di quelle puttanate new age da pena capitale. Io penso che un uomo sia un arcobaleno -spesso oscuro- di ruscelli che cercano il mare, ovviamente; ma la ricerca del mare finisce quasi sempre in altro modo. Si ferma su labbra, su ostacoli urbani, sul vizio della prigionia, sul bisogno di mangiare e lavorare, e perde tempo con quei fottuti buoni rapporti o con le scopate vitamina C o con l'esibizionismo dell'anima bella. O votando delle facce senza senso in una cabina elettorale, fingendo di essere rappresentati.
Giro l'angolo. In questa strada un uomo si è ucciso, qualche mese fa. Cercava il mare? O cercava solo di piacere agli altri e piacersi? O non sapeva nulla di tutto quello che i nostri simili ci attribuiscono dentro?
La profondità è un'opinione. Fraintesa. Stuprata. Pretestuosa. Violentemente indottrinata. Non sempre la profondità è dolore e viceversa. Oggi c'è il sole ma le ali nere le sento chiare tra schiena e occhi, con un corpo trasparente da scorpione che urla.
Io so che la protesta non è la morte. Io so che la protesta non è megafono o programma. La protesta è la fatalità urbana. Ammutinarsi, urlando muto come scrivono in quelle poesie di merda piene di ossimori.
E volando di notte, trasparenti, in cerca di un mare che c'è dall'inizio ma non si vede mai. Dipingeremo la nostra cartolina fino alla fine, sperando che qualcuno ci veda dentro atolli da sogno, ultime spiagge, zone incontaminate dove la parola amore non faccia troppo schifo.

Luca De Pasquale 2016



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