31/05/16

Cartapesta in frantumi (dedicato ad Alan Vega)


I always said I was never gonna be an entertainer, Suicide was never supposed to be entertainment.
Alan Vega

C'è chi ancora usa Barry White e derivati per scopare. Me ne accorgo dalla colonna sonora che la giovane coppia appena arrivata nel palazzo usa di sera. I loro sono baci al cioccolato, con banane accese, candele naviganti, lingua che lecca le spalle mentre il soul si espande soffuso e anche un po' fesso. Il rituale dei complimenti. Il rituale della vanità scambievole, quella che si lascia spazio reciproco sul piccolo palco provinciale. Spalle tutte bagnate, morsi sul collo, labbra socchiuse e tanto Barry White. Scopare a progetto con la testa piena di progetti, spesso comuni e a tavolino. Fantastico.
Ma alla fine anche io preferirei Barry White a certi sottofondi super-intellettuali che ricordano più l'impotenza che il coito. Fatto sta che la retorica dell'amore e del bellissimo sesso si annida in ogni incontro, in ogni casa, in ogni cuore ingenuo, in ogni smania di verità e bellezza intellettuale.
Non è possibile scopare citandosi romanzi e film. Tanto vale non congiungersi e continuare a parlare. Nessuno può migliorare la propria erezione con Truffaut o Rohmer.
Quanto all'erotismo nei libri, quello va lasciato nei libri. Come promemoria e come ispirazione. Ma non puoi scoparci. Riguardo alle sfumature di colore che tanto hanno venduto, quello è solo accattonaggio voyeuristico, per giunta scritto assai mediocremente.

Il tizio che è venuto nel palazzo con la sua donna ha una faccia che mi fa riflettere. Non mi ispira nulla, ma mi fa riflettere. Sembra così tanto una brava persona da ingenerare in me un senso di tedio infinito, senza speranza. Poi sta sempre a fare complimenti plateali alla sua compagna, come se dovesse conquistarla più agli occhi degli altri che realmente. E questi per me sono atteggiamenti da mezze seghe. Si comporta come il classico “maschio che deve pagare per l'amore”: i complimenti, la cena fuori, i fiori più adatti ad una riesumazione che ad un appuntamento, le sue giacche leggere da culo moscio e danaroso, la radio del suo suv che manda sempre canzoni italiane moderne, quelle tutte urlate, da donne che imitano le imitazioni di Nina Zilli. Oggi le donne in Italia tendono a cantare quasi tutte come vuole Maria De Filippi. Ed è un fatto atroce.
I modi di quell'uomo, che vorrebbero esaltare la donna, finiscono per mortificarne la palese superiorità e l'indubbio potere sciamanico.
Penso che se io e questo tizio fossimo obbligati a confrontarci in qualche modo, finirebbe davvero male. Molto male. Non gli perdono -anche- che abbia morso le spalle nude ed abbronzate della sua compagna davanti a mezzo condominio. Un gesto da insicuro, da esibizionista con il cazzo piccolo, da contrabbandiere di fedeltà e progettualità. Un gesto, in fondo, maschilista e sciocco.

Chi parla troppo d'amore ha rotto i coglioni da un pezzo.
Mi fanno orrore le dichiarazioni pubbliche e le esternazioni al saccarosio. Credo che l'amore sia uno scrigno privato e che non debba in alcun modo avere pubblico accesso. Questo, tutto sommato, vale anche per il sesso.
Chi flirta in pubblico è la mia nemesi e lo evito come la morte. Chi dichiara eterno amore pubblicamente non può invadermi con questo torrente di miele, se non gliel'ho chiesto personalmente. Cosa che non farei mai.
Una volta mi capitò di finire a casa di una donna che conoscevo a stento. Credo ci annoiassimo molto entrambi, all'epoca. La nostra attrazione nasceva dalla noia per il resto. Lei aveva una specie di fidanzato ridicolo, una specie di anacoreta che però il mercoledì sera giocava a calcetto. In quel periodo io invece avevo il vizio di correre dietro a donne che non mi interessavano sul serio. Mi spendevo solo nelle fasi iniziali di un corteggiamento sghembo ed imperfetto. Era come se facessi dei test. Ma anche loro, seppur in modo meno esplicito, facevano lo stesso. Alla resa dei conti, si giocava alla pari.
Durante la serata, mi resi conto che praticamente non riconoscevo alcun oggetto presente in casa sua, oltre che non riconoscere me stesso.
L'appartamento era dignitoso e progressista. Su ogni mensola, un numero elevatissimo di ninnoli e souvenir. Alle pareti, foto dei chiunque di prassi. Genitori, zii, cugini, nipoti, ex fidanzati, cani, gatti. Libri, in numero giusto. Libri che avevo letto anch'io e che avrebbero dovuto dirmi qualcosa. Invece no. Cd. Alcuni belli. Troppa musica etnica e troppo rock modaiolo. Quella sera pensai di avere un brutto naso ed un'aria eccessivamente imperfetta per sentirmi a mio agio in quel covo di sperimentazioni.
Quando mi chiese se mi piacesse Keith Jarrett, mi sentii di morire. Sembrava una scena pensata già troppe volte e vissuta sempre fuori sincrono. Io che mi sento dire no, io che parlo dei Suicide, che so, e il nome fa impressione e poi sembra che voglio fare il tipo originale. Ma era vero, vero che i Suicide erano i miei Queen. Vero che vivevo con la voce di Alan Vega in testa, quel timbro da crooner malato, sifilitico, un Doc Holliday con arie sinatresche.
Sperai che non mi chiedesse nulla di davvero personale. Parti e pezzi della mia storia. La mia storia non esiste, perché è già passata ed io sono sopravvissuto. Parlarne con me non aveva senso. Non avevo senso di colpa verso l'anacoreta. Chi cazzo lo conosceva? E poi non stava succedendo nulla. Eravamo entrambi in guardia alta, due tizi che si soppesano e si valutano da due zattere alquanto distanti. Era tutto lì, quella serata. Un esperimento a luci basse con oceani di noia intorno a sciabordare per darci il giusto coraggio.
Quando, ad un certo punto dei discorsi e degli sguardi, mi resi conto che in lei le crepe -per quanto riguardava il suo amore in corso- erano superiori alle certezze, capii che non avrei mai preso il coraggio di propormi per quello che non ero e non volevo diventare: un passo avanti.
Il famoso passo avanti. Lo scacciafantasmi. Il chiodo che scaccia il quadro, più che un altro chiodo.
Non mi piace essere un quadro. Nemmeno un chiodo. Non il muro. L'oceano, non ne ho la portata. Non sono un buon disinfestatore di case, anime e cuori. Le mie luci sono residui di virus, sono navi attraccate e ripartite velocemente. Le scene che preferisco, anche contro le mie volontà, somigliano a certe installazioni di Alan Vega, proprio lui, con quei crocifissi illuminati di viola per terra, quelle lampadine rampicanti che non fanno ombra e nemmeno segnalazione, con quei fili che non sono mai attaccati alla presa ma ad un sistema di equivoci.
Quella sera non mi sentii affatto capace di iniziare qualcosa, e per la prima volta mi sembrò assurdo e fuori contesto anche il pensare al piacere, il piacere veloce dell'incontro destinato a fallire e per questo più eccitante.
Tornai a casa a piedi. Lei si stupì che non avessi l'auto. Scoppiai a ridere, l'unica risata della serata. Anche quella era una scena già vissuta, come e più della domanda su Keith Jarrett e sui pianisti che dovrebbero piacere agli uomini con apparenza sensibile. Gli uomini sensibili amano pensando al futuro, cosa che in certe notti considero un peccato capitale di superbia.
L'anacoreta era salvo, sì. Per merito di nessuno dei due. Non si trattava di mancanza di scintille, ma di disincentivazione alla fatica della costruzione e della menzogna. Non eravamo stati due eroi e l'anacoreta del calcetto si era salvato alla grande. Buon per lui, pensai.

Per strada, mi persi nelle insegne accese dei negozi chiusi. Insegne ora asciutte ora sovraccariche, ma tutte intente a comunicare qualcosa di prossimo ad un vangelo di occasioni mancate e da mancare. In tutti gli appuntamenti che ho mancato con l'amore, mi sono sempre accollato il ruolo più difficile, quella dell'imperfezione che si guarda dritta negli occhi. Non ricordo di aver dato colpe a qualcosa, qualcuno, all'aria, ai luoghi, ai contorni. Mi sono invece detto, quasi sempre, che non si può andare ad un appuntamento d'amore o di sesso con un ago nel braccio, con lo stesso atteggiamento di un ex teppista sedato, uno scorticato messo in riga.
Quelle case, quelle cose, quelle foto, quegli oggetti consueti e rassicuranti non dicevano nulla a me, e solo a me. Perché ero un drogato di luci notturne, di alberghi disabitati, di circoli viziosi, di dispetti osceni al corso della quiete scovata a fatica. Quella donna, con o senza anacoreta di contorno, mi era superiore. Riusciva a credere nel corso delle cose, forse addirittura nei miracoli. Ed io mi drogavo di sottrazioni, stracciando documenti ogni giorno, stracciandomi la faccia, cambiandomi i connotati per favorire la risalita controcorrente dei vicoli in ombra, i vicoli dove si spaccia il silenzio e non si ringrazia neppure.

A casa pensai di trovare una specie di tregua. Una luce migliore. Invece no. Non trovai una scena à la Alan Vega, quelle quasi tutte viola e fredde come il silenzio che serve in certe notti.
Notai solo che in casa non avevo foto. E nemmeno souvenir. I souvenir sono un fatto orrendo. Sono una condanna a ricordare. Sono di parte: faziosi, limitanti. Come certi amori e certi scambi di sesso disinvolto che ti ricattano sempre con quel fottuto premunirsi per il domani, quella sorta di prevenzione del dolore sotto sembianza di promesse, accordi, movimenti all'unisono.
Fai pace con l'amore”, mi disse una volta un aspirante Roland Barthes senza ascensore.
E tu fai pace con il cazzo, pensai, usalo. Usalo una buona volta: ma senza studiare su come garantirgli la pensione e l'una tantum prima di morire.
Quella notte considerai che avrei dovuto smettere di fingere l'innamoramento per ravvivare le giornate. Odiavo la monotonia, ma così ci finivo dentro ancora peggio. Fingere di amore non è immorale, lo fanno in tanti: è solo idiota.
Uscii sul balcone. Una di quelle notti di primavera che profumano di cose perse, di fiori inesistenti, di souvenir rimasti nei negozi, di persone lontane e di sigarette da tenere nascoste al vento per farle durare.
Non avevo molta scelta. La scena tipo Alan Vega non c'era. Non me l'ero sentita di propormi come quadro o fare sesso con convinzione, grugnendo poco prima di venire e poi concedendo un simulacro di coccole per edulcorare minimamente il tutto. Non ero il tipo da amare pianisti delicati e parlarne alla gente. Forse non ero nemmeno più il tipo da fottere sciocchi anacoreti a spasso per campi di calcetto.
A volume sommesso, misi su “My oblivion” dei Tindersticks e mi feci a pezzi quel che serviva. Come un sonnifero vegetale. Come un ago nel collo. Come chiedere a Dio di sputarmi in faccia per scherzo. Come chiedere all'amore una dilazione del nostro debito.

Luca De Pasquale 2016


















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