20/04/16

Trovati qualcosa da amare e falla a pezzi


E arriva la notte, che è solo l’altra forma del giorno.
Che è solo l’altra forma della notte.
M.C. Escher

Stanotte sono tutto elettrico, sembro una di quelle creature degli abissi un po' trasparenti, luminose, inquietanti e silenziose, che dall'abisso provengono e allo stesso improntano ogni possibile idea di ritorno.
Il balcone è illuminato, ci sono le candele, c'è un buon odore di cibo e le persone attorno sembrano più belle ed interessanti di quello che in realtà dovrebbero essere a lungo termine.
I maschi, tutti amichevoli, quasi brillanti, ognuno di loro sembra avere un suo senso ed una sua profondità. Si direbbe che potrei frequentarli tutti, uno ad uno ed anche insieme. Come stasera. Si potrebbe diventare veri amici anche in tarda età, se solo fossero davvero quello che appaiono stasera.
Per le donne, il ragionamento è simile.
Sotto questa luce, su questo balcone, sono tutte interessanti, con qualche elemento che le rende belle e diverse; con ognuna di loro potrei iniziare una storia. Facile o difficile, non importa.
Con ognuna di loro potrei comunicare profondamente, potrei vidimare il mio innamoramento o sprigionare, in omaggio a cotanto fascino, quel quid che potrebbe servire a sedurle. Perché sono un uomo ancora giovane ed in fondo non mi sono ancora suicidato. E perché di notte posso essere più attraente, soprattutto con questa luce viola ed un po' ambra, con le candele sui tavoli e le sedie che profumano di salsedine e gelsomini.
Ma, appunto, è questione unicamente di luce. Di luci, di angoli curati, di scorci suggestivi, di supposizioni che ti fanno immaginare gli uomini tutti intelligenti e stimolanti e le donne di questa serata come creature da amare, sedurre, da osservare con rispetto e devozione mentre ti concedono spazio, mentre dormono, mentre ti tradiscono, mentre godono con te o con quello che volevi essere.

La mia mano che tiene la sigaretta mentre parlo con C. sembra affusolata e forte, elegante e fragile, sembra l'estensione di un uomo bello e più attivo sul fronte dell'amore che su quello della morte.
La mia voce è virile ma leggera, come una carezza, come una tentazione, come una maledizione da cassetto, da archivio.
La sua voce mi chiama continuamente, ripete il mio nome un'infinità di volte, Paolo, Paolo, Paolo. Paolo. Ogni volta che pronuncia il mio nome, mi viene subito da pensare che potrebbe essere qualcosa. Ma è solo perché pronuncia il mio nome.
C. mi parla a pochi centimetri dal volto e lo so che se ci baciassimo la scena ricorderebbe un film. Un bel film di curiosità, di vitalismo, di destino che si scopre ed emette la sua luce. La luce. Qui è tutta questione di luci, penso ancora mentre parlo con lei e non so nemmeno cosa dico, fino a dove mento e bluffo, forse cerco solo di piacerle perché posso essere un qualsiasi pezzo di merda in cerca di sicurezze da ricucire.
Il volto di C. è rischiarato da una candela azzurra, questo forse può smuovere il terriccio dai miei sogni, richiamare gli unicorni mai esistiti e mai attesi, può farmi fraintendere l'idea dell'approccio umano, trascinandola in una vasca gelida dove il lupo sommerso è fermo da millenni in perenne agguato.
Paolo, Paolo, Paolo che pensi, Paolo mi ricordo di te, Paolo come sei fatto?
Le piaccio, mi piace? Questione unicamente di scenario. Siamo solo fantasmi, non ci somigliamo, mi ripeto tutte le volte che il suo sguardo mi ricorda un invito o un'opportunità, e nessuno può davvero certificare che io sia più affine all'amore che alla morte.

Sono state molte le donne che mi sono piaciute per questioni di scenografia, di ambientazione, di carta da parati onirica. E sono piaciuto per lo stesso motivo. Poi il velo si squarciava e finivamo per trovarci in uno squallido ufficio di collocamento sentimentale, con l'impiegato imbecille che non sa trovare le pratiche, le penne per firmare che non scrivono e il cesso intasato di merda, da uno di passaggio. O forse da un mio sosia. Il mio sosia ingenuo. Quello da uccidere.
Quello da seviziare, mentre tutte le statue ridono, le statue di Cupido, le statue di Canova, di Escoula, le statue che siamo quando aspettiamo l'amore, la giustizia, l'intervento di un dio assenteista, sostituito, cospiratore.

Ogni cosa, in questa serata e con questa luce, è artefatta, pilotata, ogni cosa è protetta da un'apparenza gestita con le tinte giuste.
Diamo l'idea di essere tutti veri ed autentici. Un'idea assurda.
Si ride mentre si mangia, si fuma, si beve. Ci sono sguardi, c'è musica, e addirittura si paventa una caotica progettualità personale e collettiva che starà a noi organizzare e sezionare nel modo migliore. E poi Paolo che pensi, Paolo che pezzo è questo?, Paolo mi offri una sigaretta?
Guardo più volte le gambe di C., le trovo belle. Penso di poterle desiderare. Mi domando se le guarderei con lo stesso senso dell'ignoto e della scoperta, se lei fosse la mia donna. Sono gambe abbronzate, perfettamente depilate e sconosciute. Sono abbastanza stupido per scambiare la non familiarità per amore potenziale. Sono abbastanza scontato da chiudere gli occhi davanti a specchi d'acqua che ho visto solo da lontano. Sono abbastanza ferito da non chiedermi se si annega o si nuota. Mi contento della luce: come le falene sotto la lampada.

Ma dentro di me, mentre mi accorgo di non seguire più i discorsi di C., mi rendo conto che c'è un fil di ferro, quello delle marionette, che sporge dai miei fianchi e tende come un arco verso la luna.
Un ponte che si interrompe in più punti, come la vita affettiva di ognuna delle persone che ho conosciuto, incluso me stesso.
E la guardo quella luna, quella testimone silenziosa, quell'astrazione onirica che carichiamo di significati, e le chiedo ragione dei miei morti, del mio tempo così veloce, nervoso ed autodistruttivo, le chiedo perché per amare abbiamo bisogno di scenografie, palchi, panorami. Perché non ci basta mai l'odore degli altri e il minuscolo trampolino sul quale esitiamo prima di scegliere, di ferire, di baciare, di chiedere aiuto, di invocare pace.
Domande da lupo o da fantasma, domande senza musica, con i sorrisi sordi degli altri che arrivano sui miei vestiti, come le mani di donna che cercano la consistenza della mia pelle per capire l'anima e intuire il fuoco del sesso, per sondare la bontà delle mie intenzioni, capriccio o durata, contenitore accogliente o lancette consumate? Bordo o sponda, ultimo albero sul precipizio o prima tappa di una sosta? La mia pelle non risponde mai. A me, la mia pelle non ha mai detto nulla.

Tra qualche ora le candele saranno spente, la pattumiera di questa casa sarà piena di residui di cibo e qualcuno tra noi si sceglierà per il resto della notte. La luna resta lì, sciantosa da serenate, regina dei lupi, puttana stanca. L'orologio sul mio comodino mi dice che sono un uomo ancora giovane, uno che non si è suicidato. Ma non si può piacere solo per questo.
Paolo qui, Paolo lì, Paolo chiamami, Paolo ti chiamo, Paolo mi sembra di conoscerti. Paolo è fil di ferro. Da specchi d'acqua sconosciuti alla cornice della luna, Paolo è solo una serie di ponti interrotti e respiri che corrono verso la sottrazione. E allora.
E allora, se tutto nasce da una scenografia, allora trovami, amami pure, ma fammi a pezzi. Per favore.

Luca De Pasquale 2016






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