02/04/16

Storie di lupi di neve: erotismo di riserva


Date ragione al lupo, ma non lasciategli la fame.
Jules Renard

La completa mancanza di libertà in questa società immonda, i condizionamenti esterni, gli obblighi sociali sempre più ridicoli, le relazioni perennemente in bilico, ci rendono animali stupidi, pericolosi ed eccitati.
Questa società rende lobotomizzati, arresi, incoerenti, impulsivi, schiavi della pancia, a volte del cazzo, fissati con il benessere, il successo, il sogno in cornice.
E crea problemi di comunicazione interpersonale, a più livelli. Quando qualcuno mi racconta qualcosa, spesso non capisco niente. Non capisco il pretesto, lo scopo, se il discorso è davvero rivolto alla mia persona e quale sia l'aspettativa rispetto alla cosa. Non capisco quasi mai e quel che rispondo viene puntualmente -o quasi- frainteso, nonostante io mi consideri un tipo che almeno si esprime chiaramente.
Che io sia muro o spugna porosa, le chiacchiere stanno a zero. La vanità è una vecchia puttana che ha fatto il suo tempo. L'utopia di stupire, conquistare e sedurre è roba per gente che non è mai uscita dall'unico film di Truffaut visto in vita.
Raccolgo frammenti di discorsi, pseudo-sfoghi, rimostranze, poetici afflati di circostanza, ma quasi sempre intuisco la scena successiva, io sotto un lampione con la sigaretta accesa e il cielo che minaccia un temporale catartico. Resta poco. Pochissimo. Quasi niente.
Io di personale dico davvero poco. Anche se mi capita di parlare tanto o di scrivere roba che somiglia ad un diario. Somiglia ad un diario ma è lava che si riscatta da sola, che si riscuote al mercato delle pulci, è ricotta sotto le stelle, è deriva con fari, navi, lune d'occasione. Non scrivo per mettermi a nudo. Non sono così vigliacco e prevedibile.
La comunicazione tra me e molte persone è come un piattello che viene centrato da un coglione con l'hobby del tirassegno; si disintegra appena cerca l'altezza. Perché spesso si parte da posizioni contrapposte e in nessun modo armonizzabili.
Spesso viene fuori l'equivoco della mia presunta voglia di fare il cantastorie, il cronista narrante, lo scrittore che lavora di fantasia. Ma io non sono Piero Chiara, anche se lo amo tanto. Lo amo perché è diverso, perché lui era un narratore borghese, scollacciato ma moderato in tanto altro, mentre io sono uno che un giorno si è svegliato, un giorno di tantissimi anni fa, e ha capito di non avere niente da perdere.
Io non voglio narrare il boccaccesco e tantomeno l'edificante. Sono due elementi che mi annoiano parecchio. Io sono solo un rabdomante di fratture, un ricucitore di vuoti, un suicidato dalla società che si è trovato una catena di fortini e caserme dalle porte girevoli, manco facessero parte del gruppo Hilton.
Tu che sei uno scrittore”, mi dicono, “senti che storia”.
Poi mi raccontano la storia ed io non ci capisco un cazzo. Non è materiale buono. Perché parte da un punto -un punto raggiunto dall'interlocutore e lontanissimo dalla mia visione febbricitante della vita- che non conosco, che non riconosco, un punto che è il mio grado zero, un pianeta nebuloso su un libro, un santo che mi ha già condannato, un gesto d'affetto che ho già perso da mille anni.

Un amico mi mette a parte del fatto che ha conosciuto una donna più giovane di lui e soprattutto di sua moglie. Che si sta innamorando. Me ne parla con un fare estatico che mi fa impressione addirittura. Scende nei dettagli. Mi dice che la sua giovane amante gli ha detto che lui ha un cazzo fantastico. Un gran bel cazzo da torero. Io non lo so com'è fatto il cazzo di un torero e la cosa non mi interesserà mai, neanche a livello di curiosità epidermica. Si fa problemi per via dei figli, ma le cose che gli sta dicendo la sua amante giovane non le ha mai sentite da nessun altra prima. Mi sembra tutto annunciato. Mi limito a goffe interiezioni e cenni di assenso svogliati.
Insiste nello scendere nei dettagli. Io acconsento con il silenzio. Dice che viene copiosamente. Con la moglie non gli succede da due lustri almeno. Dice che la sua “ragazzina” gli fa fare sesso da dietro, laterale e che perdono ore con il sesso orale. Si sente ringiovanito, me lo dice più volte, l'ultima delle quali mi è quasi dolorosa, perché penso che il contrappasso per questa rinnovata ed illusoria giovinezza sarà comunque la morte. Sì, me lo immagino sul suo letto di morte. Con le mani conserte e con addosso una giacca scura, agghindato per un altro mondo dal quale nessuno è mai tornato con un souvenir.
La sua erotomania rinnovata e aggiornata mi mette di cattivo umore, perché -senza fare il moralista coglione- penso a sua moglie, che ha aumentato le visite dal parrucchiere nel tentativo di piacergli ancora. Tutta questa storia mi intristisce.

Quando ci salutiamo, lui ha l'aura del rinato ed io del lupo solitario che beve neve e maledice un Dio a caso ogni notte. Può darsi che sia così, ma è riduttivo. Non so se sono un lupo. La mia incredulità di esserci ancora è la mia bava, la mia fame chimica, la mia perpetua dannazione. Caccio da solo. Mi caccio da solo. Mordo, ma mi mordo anche da solo. Per il gusto di guardare le ferite ed attirare altri predatori. Con i quali arrivare alla scelta finale. Senza chiacchiere.
Tornando a casa nelle luci della sera, luci ferme, piene di insetti disgustosi che fanno caciara sotto le fonti, ricordo quella volta, anni ed anni fa, che invitai un'amica a casa mia. Non era propriamente un'amica. Era una di quelle donne che per comodità si definiscono “amiche”. Per risultare degni, non si sa a beneficio di chi.
L'attesa del suo arrivo fu molto erotica. Erotica da morire. Ero eccitato, ero un animale, ero potente quanto inutile. Mi lavai più volte, per calmarmi. Quando lei arrivò a casa, ero in erezione da ore e non avevo più saliva. Un animale. Uno stupido lupo da comodino. Un suicidato dalla società con fame di ferite e sugo di ferite e predazioni sbagliate, volitive e rovinose.
Quando le aprii la porta, ero convinto che le sarei praticamente saltato addosso, con le zampe anteriori, con la lingua, con il morso, con tutta la disperazione, un abisso a forma di luna park, di cui ero capace. Non avevo niente da perdere e soprattutto volevo crepare. Una volta per tutte, anche di un amore sbagliato, di fame, di bava, di ingiustizia, di tradimenti, di fotocopie nero seppia di madri da incubo.
Invece non feci niente. Niente. Fui gentile. Garbatissimo, a modo, elegante, galante e completamente vuoto. Eppure avevo notato il suo vestito stretto, il suo trucco più pesante del solito, il suo odore acre e vorace, un altro abisso da sovrapporre al mio.
Mangiammo, parlammo, le consigliai dei dischi, dei libri. Durante la sua permanenza, mi chiesi se la desideravo. Non seppi rispondermi. Ricordo che mi sentivo un lupo, che sapevo di cercare sangue, ma forse era il mio dopo i sogni meno allegri.
Quel giorno toccai con mano il mio desiderio totale e oscuro di autodistruzione non plateale, di errori, di gesti anticipati o tardivi, di solitudine disordinata e vellutata allo stesso tempo. Come petali in una sala da ballo deserta. Come aghi di ghiaccio sulle labbra quando c'è da rispondere all'appello di qualcuno.
Una scena di sesso forte e rumoroso non sarebbe servita al mio scopo e avrebbe fatto a pugni con le mie abituali coreografie da lupo senza branco.
Quando lei se ne andò, con indegna volgarità mi diedi del frocio e andai a sciacquarmi le parti intime come per ottenere sollievo. Ma quelle erano intatte, funzionali e disattivate. Era il torace a bruciarmi, quello che ogni uomo crede sia il suo interno, un dedalo di ossa incrociate e deviate dal sangue e dalla caustica elettricità dei desideri senza nome.
Accesi il mio erotismo di riserva nei giorni successivi, come un idiota, con una persona che non desideravo affatto. Mi sentii in colpa con quella donna che non desideravo, mi disprezzai, fui gentile ma non la illusi neanche per un attimo.
La sera che ci abbandonammo senza nemmeno aver cominciato, mi specchiai e vidi chiaramente un lupo con il muso di neve, bambino bruciato come mi avevano insegnato, adulto bastardo in cerca di tane simili a miraggi.
Cantastorie. Neanche un po', Cristo. Quelli hanno tanto da perdere. Quelli si innamorano delle loro parole, io le regalo ai predatori di passaggio.

Luca De Pasquale 2016


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