24/04/16

Rondini alla rovescia


Da ragazzino avevo tutta la discografia dei Dire Straits su cassette. Cassette originali. La mia passione per la band di Mark Knopfler era nata con “Brothers in arms”, uscito quando avevo tredici anni. Ero poi andato a ritroso, come al solito, e avevo scoperto che il mio disco preferito era in realtà “Love over gold”.
Mi piaceva tutto di quell'album, ad iniziare dalla cover temporalesca, perché è chiaro che già amavo i fulmini molto più della mia immagine allo specchio.
Mi piaceva il tono confidenziale e “investigativo” delle canzoni, mi piaceva la voce di Mark Knopfler, l'ospitata al vibrafono del grande Mike Mainieri, ma soprattutto mi piaceva l'uso del basso fretless nel pezzo che dava il titolo all'intero lavoro. Un uso, come da tradizione, suggestivo, non virtuoso ma da perfetto contrappunto alla chitarra acustica del leader. Nella coda di quel pezzo John Illsley riusciva con il basso fretless a toccarmi dentro, a prendere per la coda il suono dell'anima che non riconoscevo e mai riconoscerò fino in fondo.
La sera, dopo il ritorno di mio padre dal lavoro, mi sistemavo sul divano verde dello studio, spegnevo le luci e lasciavo andare lo stereo, con quella canzone e soprattutto quei particolari momenti del brano che mi costringevano ad abusare del tasto rewind, rischiando di smagnetizzare il nastro.
Non lo sapevo che quello era il basso fretless. Non sapevo che quello sarebbe stato uno dei suoni placenta della mia intera vita. Non lo sapevo ed era giusto ed opportuno che in quel momento non lo sapessi.

Avevo fatto ascoltare l'album e in particolare quel pezzo di “Love over gold” agli amici dell'epoca, e tutti si elettrizzavano per la chitarra di Mark Knopfler. Sì, bella, d'accordo. Ma io, come un pazzo, come un forsennato, li prendevo per il braccio e protestavo a gran voce: “Ma lo senti quel suono strano? Quel suono lungo, quella specie di densa striscia sonora sotto la chitarra? Lo senti, lo senti? Secondo me è il basso, ma non lo so bene... che dici, chiediamo al commesso di Top Music se ce lo conferma?”
Io sapevo solo che quel suono mi metteva in pace. Forse con me stesso. Sicuramente con il mondo esterno. E fantasticavo. Probabile che avessi già intuito che non esiste un suono abbastanza lungo e profondo da far durare la mia pace più a lungo di un giorno, di una settimana, delle avvisaglie di qualcosa, di un'attesa, di un incontro sotto la pioggia, di un ricordo.
Usavo quella coda di “Love over gold” per prevenire, per guarire, un po' anche per capire. Il brano in sé era bello e seducente, ma solo quel suono in incognito mi raccontava qualcosa di concreto e dolce su quello che poteva frullarmi dentro.

Una volta mio padre entrò nella stanza e mi disse: “Ma perché interrompi sempre questo pezzo e lo rimetti indietro? È folle!”
Volevo rispondergli qualcosa, ma rimasi in silenzio, con uno sguardo stupido e anche un po' spaurito. Forse aveva ragione, ero un deficiente. Ma mi imbarazzava dirgli una potenziale e strana verità, e cioé che quella fase del brano mi serviva per star bene. Per allontanare le tante rondini alla rovescia che mi puntellavano il cielo del cuore di ombre. Ombre precoci e dal fascino inquietante. Quel minuto scarso di quel suono in incognito allontanava predatori, fantasmi, cattivi presentimenti, spingendomi verso una forma di solitudine costruttiva, non cupa.

Come spesso succede, si pensa che ciò che ci fa star bene possa essere utile e riconoscibile per tutti. Ho smesso da anni di pensarlo, ma in quel tempo adolescenziale volevo diffondere il verbo di quel basso in incognito, concludendo che forse ero il solo a sentirlo veramente, perché gli altri non ci facevano caso e non ne traevano il beneficio che invece avvolgeva -sempre per poco- me.
Feci una cassetta ad una ragazza che mi piaceva. Allegai un biglietto al nastro, nel quale le spiegavo che il primo pezzo della mia compilation, appunto “Love over gold”, andava ascoltato con attenzione, soprattutto verso la fine. Scrissi persino il minutaggio dell'incanto: “a partire da 4 minuti e tre secondi fino a 5 minuti e venti secondi, ma quello che vorrei tu ascoltassi di più accade precisamente al minuto 4e41...”

Niente. La ragazza mi ringraziò alcuni giorni dopo, ma non fece alcun accenno al tanto sospirato evento sonoro da me pubblicizzato con tanta enfasi. A prescindere da quel che sarebbe accaduto tra noi, che poi scoprii essere solo reciproca paura di annoiarsi, rimasi molto deluso. Non aveva captato la magia del basso di John Illsley. Quindi non poteva capire cosa riusciva a darmi pace e forse ad allinearmi per un tempo limitato all'universo spensierato dei miei coetanei. Non era colpa sua, mi dissi, e mi diedi del fesso e dell'illuso.
Non posso permettermi, conclusi un po' triste, di cercare di comunicare, per giunta alla mia età, l'entità di una breve panacea sonora alla mia inquietudine interiore. Mi sentivo diverso. Non migliore, assolutamente: diverso sì. E su quella sensazione straniante, pericolosa e tenebrosa ci dovevo costruire un mondo, il mio mondo. Il palazzo di ghiaccio della mia sensibilità, dalle cui finestre potevo osservare le rondini alle rovescia annunciarmi tempeste, inversioni di marcia, azioni scomposte e la perpetua fissazione dell'amore che non si assoggetta alla società e diventa tempio, reame e baita. Anticipazioni di un idealismo suicida, sconfitto alla nascita.

Capita ancora che io ascolti quel pezzo e che mi senta in pace per quel suono di John Illsley. Oggi so benissimo cos'è, come l'ha ottenuto, persino che basso fretless suonava. Tra i miei dischi ci sono i compact dei Dire Straits e anche tutti i lavori solisti di Illsley. Quelle cassette non so dove siano finite. Me le avranno rubate le rondini di quegli anni. Le avrò smagnetizzate alla ricerca ossessiva di passaggi utili a sgombrare i miei cieli.
Non disegno e non penso più alle rondini rovesciate. Oggi mi piace guardare i paesaggi notturni e cercare di non aprire la bocca. Oggi mi capita di stringere il pugno o fumare più veloce per un ricordo che fa male o per una promessa che mi sfugge. Oggi sono meno forte e meno curioso di allora. Non mi sento più in grado di sovvertire il destino con gli ideali. Faccio parte di una generazione fottuta in partenza, sognavamo male e costruivamo sabbia sul maremoto. Il mio palazzo di ghiaccio non è attrezzato per sopportare troppa luce e così mi faccio piacere il principio del buio come atto di quiete. Già questa, in tempi simili, è autentica ribellione.

Luca De Pasquale 2016

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