29/04/16

Richard Hawley, la malinconia, il circo dei quarant'anni e oltre


Un desiderio di desideri: la malinconia.
Tolstoj

Uno dei tanti clienti “competitivi” che ho avuto durante la mia lunga carriera di venditore di dischi un giorno venne da me sparato e mi disse: “Vieni, ti devo far vedere una cosa”. Era naturalmente accompagnato da una ragazza, alla quale voleva mostrare il suo piglio sicuro.
Si trattava di un noto rompicoglioni, uno che perdeva sostanzialmente tempo, uno che chiedeva tanto, troppo, e che comprava -in relazione al disturbo- pochissimo.
Il buffone mi portò fino alla “vaschetta” che conteneva i cd di Richard Hawley. Per la cronaca, ero stato io a creare lo spazio apposito per il grande crooner, altrimenti sarebbe finito nella H generica, o forse nella R.
Questo”, disse prendendo in mano Cole's corner, “questo è un vero artista, questo lo devi conoscere”.
Lo guardai schifato. A parte la bizzarra inversione di ruoli, topos tipico di un negozio di dischi, proprio Richard Hawley non me lo doveva segnalare. Perché Richard era già da un paio di anni il più efficace cantore delle mie sempre crescenti malinconie, malinconie di un uomo che toccando i quaranta era precipitato nel blu senza opporsi neanche troppo.
In particolare, Cole's corner era un disco che mi faceva davvero male. Molto male. Un disco di una bellezza insopportabile, popolato di amori finiti, fiori buttati, luci notturne in lontananza e un mood generico improntato ad un cantare le storie proprie ed altrui scorticandosi. E ferendo l'ascoltatore senza nessuna pietà.
Quel maledetto disco di pura e splendida malinconia contagiosa lo mettevo su in chiusura di negozio, aggirandomi per i reparti semivuoti con movenze da uccello notturno, da rapace ferito, in preda ad astinenza da fumo e da emozioni che non fossero solamente suicidi annunciati.
Liquidai il pagliaccio con uno dei miei sorrisi da classico perdente, con quella gentilezza che ostento ancora oggi quando voglio togliermi qualcuno dalle palle. Detestavo i clienti competitivi ed in assoluto i “parlatori da disco” che vogliono tirare, metterti alla prova, verificare la tua competenza.
Quelle sono gare tristi, da nerd, niente a che fare neanche con la svagata giocosità di Hornby ed epigoni, sono stramberie da “Lascia o raddoppia” casalingo, senza soubrette e dove gli scemi del villaggio vincono sempre per estenuazione.

Quando il coglione se ne andò, dopo aver enfaticamente regalato alla sua fatina una copia di “Koln Concert” di Keith Jarrett (che lui pronunciò indebitamente 'Keiff Jerrett'), gli mormorai un'oscenità del tipo “fammi un pompino, stracciacazzi”, perché io sono sempre stato anche così. Mai rinnegata la vocazione al mandamento affanculo.
Intanto, in negozio avevano abbassato l'aria condizionata prima della chiusura, i miei colleghi stavano organizzando una birra+pizza+stronzate ed io avevo già detto abbondantemente di no. Mi invitavano per pura forma, a volte nemmeno quella, perché si sapeva che a quelle seratine non andavo mai.

Lo stronzo mi aveva però fatto venire voglia di ascoltare Cole's corner, tanto ormai ero da solo e mancavano dieci minuti alla chiusura. Il tempo di ascoltare la title track e “The ocean”. Scelta suicida, assurda, poco commisurata al momento. Sapevo che quella coppia di canzoni mi avrebbe distrutto, Bonnie&Clyde della mia polvere interiore, attentato alla poco sopita tendenza a lavorare sui margini della malinconia e oltre.
Quando le mie orecchie captarono, nel negozio vuoto e freddo, l'incipit di “The ocean”, allora presi coscienza del baratro, della febbre blu della mia anima, del senso di bocca amara e disperata necessità di una sigaretta per esorcizzare il magone crescente.
Mi chiesi, in quei pochi minuti, se l'amore fosse davvero quello che credevo da bambino e su cui avevo puntato le mie poche ma sudate fiches. Mi ricordai di chi avevo perso, momentaneamente o per sempre. Presi atto con una diversa consapevolezza della fatuità assoluta dei rapporti umani che curavo con il pollice verde rivoltato, e di come la parola “amicizia” mi sembrava abusata, eccessivamente caricata, una parola tronfia destinata al tradimento certo. Anche da parte mia. Perché si tradisce sempre, quando le stelle non si vedono. Si tradisce sempre quando si dorme poco, quando diventare vecchi non è un'idea angosciosa ma un termometro notturno che ti segnala la febbre perenne e ti fa guardare il punto vuoto in cui mancheranno le mani delle carezze.
Mentre il pezzo andava sbiadendo ed io ero groggy, quasi fuori uso, mi dannai per quel romanticismo stoico che tanti danni mi aveva procurato e non avrebbe certo smesso, romanticismo perdente e violento di chi non vede le stelle anche quando ti urlano in faccia, romanticismo tabagista da ultimo treno della notte mentre un cantastorie di Sheffield ti fa a pezzi. Veramente a pezzi. Tranci blu di un uomo al neon in divisa aziendale.

I risvegli dopo i quarant'anni sono strani. Difficili. Perché hai cambiato odore. Non è più lo stesso. Odori dell'uomo che sei diventato, quello che non volevi, forse. I movimenti non sono più così impetuosi e superficiali, sembra che nascano dallo stiracchiarsi delle ferite e delle mancanze. Un uomo malinconico è profondamente solo anche quando ride e conosce tanta gente. Questo l'ho capito presto. Il risveglio è un atto solitario, senza stelle. Devi fare somme appena apri gli occhi e infilarti una sigaretta in bocca per dimenticare la maggior parte dei punti di partenza e delle promesse nascoste dietro le siepi come puttane timide o assassini sciocchi.
Per realizzare che si vive comunque, e che invecchiando si acquista una strana bellezza mobile ed effimera, estuario di rughe e rimorsi, ecco che affidarsi ad un crooner di Sheffield va più che bene.
Finire nell'oceano di Richard Hawley, anche stamattina, è probabilmente uno stratagemma per scambiare tutti i silenzi fermi in acqua con le stelle. Va più che bene, insisto.

Luca De Pasquale 2016



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