09/04/16

Pensavo che Jack Bruce fosse immortale


Per moltissimi anni della mia vita ho pensato a Jack Bruce come ad un immortale, un highlander.
Un highlander che avevo visto da ragazzo con un Gibson a tracolla, e che ora guardavo in foto recenti con delle rughe bellissime, colme di storia, e il fedele Warwick fretless suonato con grazia ed autorità.
La notizia della morte di Jack il 25 ottobre 2014, oltre che uno sgomento incommensurabile, mi ha provocato una dolorosa consapevolezza, l'ovvia disgregazione dell'ultima utopia: l'immortalità fisica di Jack Bruce, posto che quella artistica è fuori discussione.
Anche se appartengo ad una generazione di uomini di mezza età, mi rendo conto che i miei miti musicali giovanili sono andati tutti via o quasi. A parte Jack e Jean-François Jenny-Clark, che erano una spanna su tutti, vere e proprie figure trascendenti, la lista degli eroi persi per strada è nel mio caso lunghissima: Jaco Pastorius, Phil Lynott, Chris Squire, Gary Thain, Berry Oakley, Felix Pappalardi, John Entwistle, Rick Danko, Julius Farmer, Mark Sandman, Lemmy Kilmister, Mick Karn, Keith Ferguson, Alan Spenner, John Mole... credo che se continuassi potremmo averne per una decina di pagine.

Ma con Jack Bruce era diverso. Jack era per me una di quelle figure mitologiche sì, ma comunque soppesate e valutate con razionalità, con umanità, con senso della realtà. Un mito vero perché reale. Non stiamo parlando di Batman o di Goldrake. Un pioniere, ma anche e soprattutto uno sperimentatore. Uno che poteva volare altissimo in contesti molto raffinati, vedi Kip Hanrahan e Michael Mantler, ma che non se ne fregava niente di “sporcarsi le mani” in situazioni retro-rock snobbate dalla critica e fortemente sottovalutate.
A questo proposito, è chiaro che non condivido assolutamente l'orientamento della critica musicale nei suoi confronti, anche post mortem. Infatti, vengono unanimemente considerati capolavori “Songs for a tailor” (lo è, disco immenso) e le sue pagine con i Cream, “Harmony row” viene valutato come un ottimo lavoro (è molto di più, assicuro), ma in genere la sua carriera solista è stata definita diseguale, un po' stramba, con pagine particolarmente trascurabili. L'opera solista di Jack è stata sempre considerata con un po' di approssimazione e diffidenza.
In particolare, i suoi lavori a cavallo degli anni ottanta e certe collaborazioni per così dire “muscolari”, come quelle con il grande batterista Cozy Powell e l'ex chitarrista dei Whitesnake Bernie Marsden, che invece hanno offerto un Jack bassista in grande spolvero, potentissimo, in episodi di rock blues sublime.

Ho trovato del buono, del buonissimo, anche nei bistrattati album considerati minori. “A question of time”, per esempio, con ospiti come Vernon Reid dei Living Colour e l'immancabile Eric Clapton, è un eccellente disco di rock intelligente, forse un po' old fashioned, ma certo non accusabile -come certe operazioni di Bill Wyman- di portare in grembo il seme marcito di un rock calligrafico, per vecchietti.
I've always wanted to do this”, del 1980, anche è passato inosservato. Ed invece era un'operazione non priva di spunti, perché incrociava una sensibilità rock e blues, marchio distintivo di Jack, con la necessità -ricordiamoci che eravamo in piena epoca fusion- di aprire le sonorità ad un taglio più jazzistico. Ed infatti, in quel disco figura un enorme musicista blues, il chitarrista Clem Clempson (Colosseum), ma anche due giganti del jazz-rock come il batterista Billy Cobham e il tastierista David Sancious. In “I've always...” Jack usa spesso il fretless, c'è una traccia sognante e sempiterna come “Dancing on air”; direi che è tutt'altro che da buttare.
Ma si sa, la critica deve seguire un orientamento, operare dei distinguo che sovente sono più annunciati che analizzati a fondo, altrimenti si corre il rischio di scadere nell'agiografia, che può rendere dilettantesco anche il più filologico e corretto degli articoli.

Per analizzare l'opera omnia di Jack Bruce non basterebbero cinquanta note, pur se focalizzate, perché il suo cammino nella musica è stato saltellante, per quanto coerente. Può anche stupire che uno strumentista così sublime possa essere passato dal trio hard e rumorista con Leslie West e Corky Laing (due terzi dei grandi Mountain) a rumbe e spoken word con il sempre troppo sottovalutato Kip Hanrahan. Ma Jack era così. Andava dove credeva, dove sentiva. Era un musicista “a cuore aperto”, e la cosa che più stupiva è che riusciva a non far pesare il suo status di gigante assoluto. Jaco Pastorius, si racconta, aveva per lui una stima enorme e si sentì in soggezione una volta che andò ad ascoltarlo dal vivo, proprio nella formazione con Clempson, Cobham e Sancious. E stiamo parlando di Jaco Pastorius.

È passato un anno e mezzo dalla scomparsa di Jack ed io mi sento davvero orfano di un artista che è ancora lì, nel mio cuore, nella mia testa, con quel basso pulsante e quella voce così particolare, dal timbro personalissimo, colma di ironia e capacità di volo.
Jack Bruce ha per me una valenza intima e privata, oltre che universale: è uno di quei pochissimi artisti che considero “dell'anima”. Tra me e la sua musica, quindi lui, c'era un rapporto che superava e sublimava l'ammirazione sconfinata, il tipico fanatismo del maniaco di rock che venera il suo idolo. Era come se la musica di Jack avesse contribuito -e lo ha fatto, eccome se lo ha fatto- alla costruzione dei miei gusti, delle mie passioni, della mia sensibilità esistenziale. Ho già avuto modo di confessare che un disco come “Harmony row” è stato la scintilla definitiva verso la scrittura, tantissimi anni fa. Sono grato alla voce e al basso di Jack anche perché mi hanno indirizzato, come il migliore dei tutori, un vero punto cardinale nella nebulosa delle mie velleità, quando ero ragazzino. È per questo che considero Jack Bruce uno che non è mai andato via, un indelebile nel mio destino, appunto un artista dell'anima.

Ho venduto dischi per venti anni. Erano molti i giovani bassisti che venivano da me a chiedermi con quali dischi dovevano cominciare e quali artisti dovessero seguire. La parola “Jaco” era chiaramente sulla bocca di tutti. Poi mi chiedevano informazioni sul bassista dei Dream Theater, su Les Claypool, mi chiedevano in quali dischi dei Red Hot Chili Peppers Flea si apriva di più, oppure mi sommergevano con domande su musicisti fusion tecnicamente impeccabili ma opinabili da un punto di vista meramente creativo. Io replicavo con una frase fissa, che sembrava preincartata: “Devi conoscere Jack Bruce, Jack Bruce è fondamentale. Senza di lui non esisterebbero tutti i bassisti che ti piacciono”. I ragazzi erano sempre un po' dubbiosi, perché -se pure lo sapevano- per loro Jack era “quello dei Cream di Eric Clapton”.
Roba da vecchi, insomma.
Poi, se accettavano il suggerimento, ed accadeva spesso, tornavano a ringraziarmi. Ho sempre detto che un giovane bassista elettrico può e deve abboffarsi di Jaco Pastorius, è una tappa obbligata, ma il basso si impara ascoltando gente come Jack, Paul McCartney, Tim Bogert, John McVie, Billy Cox e Noel Redding, eccetera. Altrimenti, è come se uno iniziasse a studiare letteratura italiana partendo, per dire, da Moravia o dai cannibali. Le basi sono servite ad altre costruzioni: siamo nell'ovvio. Però Jack Bruce, ed è anche questo che rende il mio amore per la sua musica così multiforme e fedele, è riuscito a costruire una base larghissima e mille piattaforme, ha viaggiato verso l'alto e al contempo ha dissotterrato pietre preziose di rock che l'era punk aveva giubilato come mesozoiche. Ha rischiato, è stato indipendente, coraggioso, un modello.
Quindi, anche se ho dovuto accettare che non era immortale, mi piace considerarlo ancora qui, tra gli affanni, le battaglie, le scoperte e i suoi episodi più densi -i primi due album su tutti- sono ancora il m'ama non m'ama di molti miei pensieri, non tutti collegati alla musica.

Può sembrare strano che io consideri Jack Bruce la mia maggiore influenza in termini di narrativa. Ma è così. Certo, è come se Adriano Panatta dicesse che ha approcciato il tennis grazie a Spinoza, ma il paradosso serve a sancire l'universalità artistica della figura di Jack Bruce.
Jack Bruce, classe 1943, è stato a suo modo un narratore. I testi dei suoi album non erano per nulla banali, come non lo era certamente il suo approccio alla materia rock, blues e anche jazz. Era un puro che si circondava di impurità, le sondava, le sperimentava, ne estraeva aria nuova, elementi, contaminazioni. Poteva vivere di rendita, in senso squisitamente artistico, e non lo ha fatto. Conosco musicisti che ripetono lo stesso disco (e lo stesso schema) da trent'anni, in una continua e patetica imitazione dei propri inizi; conosco anche musicisti di piccolo cabotaggio che amano ergersi a vate e guru di nuovi corsi, non sperimentando assolutamente nulla.
Jack spiazzava, anche quando era in tono minore, anche quando si divertiva con jam infuocate di blues, dove il suo basso ruggiva caldo e la sua voce sembrava voler dire, sommessamente, che gli artisti veri non hanno mai un solo orientamento.
Per me Jack Bruce è ancora vivo. I suoi dischi sono qui con me, ma conta relativamente poco: Jack è proprio nei miei movimenti, e la mia assennata gratitudine è ben lungi dall'essersi esaurita.
Ci becchiamo all'Old Grey Whistle Test, al Rockpalast o sulle corde e le scale per la luna. Ma non ci siamo mai persi, io e Jack.

Luca De Pasquale 2016














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