14/04/16

Peekaboo bang: l'ingaggio onirico di Veronica Lake


Da bambino ero innamorato -mi sembrava amore- di Veronica Lake.
Erano gli anni ottanta. Nessuna attrice italiana o straniera, di quelle dell'epoca, mi piaceva quanto Veronica Lake, la cui bellezza mi sembrava irreale, quasi da fumetto, e per questi motivi totalmente irrinunciabile.
La visione casuale di “Il fuorilegge”, tratto da un romanzo di Graham Greene, mi fu fatale. Non solo persi la testa per la Lake, ma rimasi affascinato dal personaggio interpretato da Alan Ladd, The Raven, ed ebbi modo di scoprire un attore che in seguito amai molto, il grande (in tutti i sensi) Laird Cregar.

Quel film sedusse la mia immaginazione, mi piaceva l'idea di uno che venisse pagato per uccidere e parlasse poco: si annunciava così l'enorme fascinazione che produsse in me, anni dopo, “Le samourai” di Jean-Pierre Melville, che non poco doveva al film del 1942 diretto da Frank Tuttle.
I solitari, i samurai, i perdenti, gli assassini, i silenziosi, quelli che vanno incontro alla morte. Si apriva, con The Raven, il ciclo degli eroi negativi che avrebbero cambiato la mia vita. Appunto, il Raven laddiano era antesignano di Jeff Costello, ma gettò le basi per una predisposizione ai borderline di ogni sorta, da Doc Holliday a Billy The Kid, da Tector Gorch a Daniele Dominici, passando per Frank Slade, l'Ajax de “I guerrieri della notte” fino al più recente e magnifico Rust Cohle della prima stagione di True Detective.

Veronica Lake aveva i tratti e le fattezze di una donna da sogno. Irreale, intangibile, definitiva. Una finta salvezza; piuttosto, una maliarda bella quanto la morte, bella quanto il destino di chi non ha santi in paradiso o qualcosa da perdere.
La celebre capigliatura “peekaboo bang” mi fece decidere che quella poteva essere la donna che mi sarei portato nei sogni. Perché continuavo a sognare donne senza volto, “inquadrate” sempre di spalle dalla mia camera onirica, donne senza occhi o senza bocca, donne che scomparivano all'improvviso.
Avevo dunque bisogno di un'attrice per i miei sogni. Dovevo ingaggiarne una. Ero stanco di inseguire figure femminili sfocate, diluite, donne nelle quali annegavo, che mi facevano disperare in modo precoce e destabilizzante.
Veronica Lake faceva al caso mio. Era l'ideale sotto più punti di vista: il più rilevante è che era semplicemente impossibile essere riamato.
Dichiarai ai miei genitori -e forse a qualche amichetto di scuola- che ero innamorato di Veronica Lake. Andando avanti negli anni, cercai delle ragazze che le somigliassero. Anche se le trovavo, la fata dei sogni restava la Lake. Che però nei miei sogni non era mai venuta, anche se avevamo firmato un contratto invisibile durante una notte di tempesta, una notte da noir. Nei miei sogni (e incubi) continuavano infatti a transitare donne veloci, bellissime, ma di una bellezza non guardabile. Perché venivano di spalle, di lato, nell'ombra, nel buio, mi soffocavano con i capelli, con i sensi di colpa, con lunghe mani affusolate prive di quella quiete che l'amore, mi dicevano, doveva avere.
Quelle donne mi buttavano giù del letto, lanciavano i miei occhi nei display delle sveglie elettroniche, nei quadri dello studio di mio padre, nei poster musicali e sportivi della mia camera da letto. Quelle donne mi prendevano, mi amavano e poi mi abbandonavano, proprio quando sentivo di iniziare a legarmi a loro, al loro profumo, alle movenze in ombra.
Veronica Lake, dunque, mi tradì. Non è stata l'unica. Fa parte del gioco, dei saliscendi, dell'altalena, la tessera fedeltà di piccole maledizioni inevitabili.
Non venne mai a trovarmi di notte, ma la sua “peekaboo bang” mi rimase dentro.

Oggi non sono più innamorato di Veronica Lake. Oggi, diventato uomo, sono The Raven, Jeff Costello o, più realisticamente, sono io. Oggi non ingaggio attrici per dare un volto alle donne in fuga del mio mondo onirico, non cerco una star per il mio caos di sonno e veglie.
Come Raven, come Jeff Costello, uccido. A volte anche gratis. Uccido i sogni che non mi convincono. Uccido i finti fantasmi, il tempo che passa, i lettori immaginari, uccido le regole che mi entrano in casa con il pretesto dell'ordine.

Luca De Pasquale 2016








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