26/04/16

L'ultimo burattino in ombra sotto il cielo (Dracula teeth)

I wake up in an ice cold sweat and my skin
Starts to creep
You’re hovering above my bed looking
Down on me
Haunted house sound effects
Dracula teeth”

Il nuovo disco dei Last Shadow Puppets mi mette sottosopra. Mi piace da subito, mi prende, mi illanguidisce. E poi mi sistema per bene in una piccola area di nostalgia per Paul Weller e gli Style Council, condannandomi definitivamente a vorticare su me stesso come una vecchia carta sottovento.

Sono giorni che esco di casa con “Everything you've come to expect” in testa, mi sembra di guardare la realtà con delle lenti giallognole, come gli occhiali di Elton John dei tempi migliori. Esco senza fottermene nulla di come appaia la mia faccia, la mia bocca, i miei modi. Esco fottendomene ancora di più dell'aura che mi porto dietro, bene o male. Queste città sono dei mostri di caos, nervosismo, apparenza lavorata con i trasparenti, sono culi che ti parlano di cose che non vedi come loro, sono burocrati con il tartaro in bocca che si prendono le loro ridicole vendette di mezzo minuto.
Città in cui i telefonini cozzano e si chiedono scusa o si scopano, città di individui che vogliono distaccarsi da umili (e per questo migliori, ma loro non lo sanno) nascite, città di gente che si incazza perché la giustizia non si fa capire e allora diventa bisogno di forca, di diversità, di disgusto. Si parte come Gandhi e si finisce come una copia sbagliata di Maurizio Merli.
Esco, in queste città, con il disco dei Last Shadow Puppets come avatar, non mi farò guardare negli occhi, non mi farò rubare una sola ombra, anche per scherzo. Anche per caso. Chi può rubare l'ombra ad un'ombra?

Mi hanno preso a lavorare per cinque giorni. Per cinque giorni. So quanto mi danno. Cinque giorni di lavoro valgono meno di una playstation usata. Valgo meno di una playstation usata, potrebbe anche essere una nota di merito.
Ci vado e basta. Al datore di lavoro per cinque giorni manco gli sorrido, deve interpretare l'avversario per partito preso, per definizione, perché lui dispone ed io eseguo. Ed in quanto esecutore sottopagato, lui è un nemico e io non voglio la sua confidenza e la sua maledetta bonomia.
Lui mi sorride, lui può permetterselo, mi offre il caffè, sua moglie è gentile con me e potrebbe essere una di quelle mezze madri ambigue che fanno letteratura e maledizione, se solo volessi. Quanti disastri ho combinato, solo per andare a fondo, per vedere di che materiale erano costituite le pareti del pozzo senza luna. Quante cazzo di volte ho preferito imbottirmi di dinamite ed andare agli appuntamenti con un mazzo di fiori mezzo floscio e la matricola della mia anima abrasa. Perché a volte serve, è semplicemente stupendo, sentirsi di seconda mano, sentirsi parte del mercato nero, scegliersi un'area residenziale ma desolata dove incontrare storie che non sono spettacoli, dinastie da filmino, paradigmi del lato giusto della vita.
Il lato giusto della vita, in città di estranei che si tozzano anche per amarsi, è il culo che finge di essere l'anima bella. È il culo a recitare l'Amleto, è il culo a girare come un fiore sotto i raggi uva del cordoglio pubblico d.o.p., sono forme di culo quelle che troviamo come simboli nel segreto della urna.

Il capo momentaneo mi tocca una spalla, è una pacca onesta, sincera. Ma io non la voglio, perché la gentilezza per me è rimasta in quell'epoca che individuo come “gli anni degli Style Council”. Poi inizio il mio lavoro di cinque giorni, e ci vado senza camicia. Perché indossare una camicia per un lavoro sottopagato? Perché presentarmi come uno che deve sembrare adatto alla camicia? Fresca, pulita, stirata? No.
Il mio modello di apparenza esteriore è Sterling Hayden ne “La città spenta”, cravatta storta, sigaretta o stuzzicadenti in bocca, cinismo obbligato, presenza sghemba, incoerente. Niente camicie per lavori di cinque giorni. Ascelle pulite, anche se io non ci parlo alle mie ascelle come fanno in tv, ma niente camicia. Non devono pensare che sono un ragazzo per bene. Che io sia per bene o meno non sono cazzi loro.

La moglie ci gira intorno, mentre io e lui prendiamo accordi. Dev'essere stata una bella donna, lo è ancora. Mi chiedo cosa possa amare di questo tipo. Qualcosa che io non posso capire. Questo è uno che si surfa dentro, e che tintinna di chiavi, di amuleti, di fedi che durano quanto la conveniente appartenenza ad un partito od un'associazione. È mellifluo, il capo dei cinque giorni, e intanto mi spiega cose che già so. So anche che anni fa, sì, anni fa avrei cercato di portarmi sua moglie in un'altra regione, per una fuga di due giorni e mezzo inclusa la separazione. Perché tanto basta a capire che si ha a che fare con un'ombra, un'ombra con i denti. Oggi dico grazie per il caffè e mi metto al lavoro. Senza camicia. Con il disco dei LSP in testa, in testa per bene, con l'orchestra e il basso che cuce, cuce la mia ombra senza camicia mentre mi faccio sottopagare e trattare bene, in una di quelle apparenze che si sistemano con i trasparenti, come nei film degli anni quaranta.

Mentre lavoro in casa sua, vedo alla finestra di fronte uno che somiglia all'attore Chuck Connors. Quanto mi piaceva, Chuck Connors, “The Rifleman”. Uno che fumava tre pacchetti di Camel Lights al giorno, dato certo. Mi piaceva come Sterling Hayden. Facce dure. Da perdenti, da caotici, gente che forse si presentava nei posti migliori senza una bella camicia stirata.
Lavoro facile con “Dracula teeth” che mi suona dentro ed attorno, il pezzo perfetto per poter contare su un cuscinetto esistenziale senza troppe chiacchiere. Cinque giorni che non mi permetterebbero di acquistare una playstation usata. Io una playstation non l'ho mai avuta, è una di quelle cose distanti da me come le stelle buone, quelle che si chiudono nei diari come i fiori secchi.
Il mio datore di lavoro si avvicina con aria disponibile, mi chiede che musica mi piace, mi dice che sono tre giorni che sta male per la morte di Prince. “Come se mi fosse morto un parente, lo giuro”, puntualizza con enfasi. Gli rispondo che Prince era grandissimo, ma faccio morire il discorso perché “Dracula teeth” mi ottunde i riflessi e la parlantina, con quella chitarrina slabbrata e Zach Dawes che intarsia il suo basso in ogni dove, con quel gusto welleriano che adoro. Ossessionato da quel pezzo, da quell'album, mi guadagno i miei cinque giorni di lavoro in nero, sottopagato e trattato bene. Poi verranno i giorni in cui non mi chiameranno, in cui sarò ambiguo con me stesso vestendo i manichini dell'autodistruzione come comparse di un talent, giorni in cui infilerò i fiori con le spine nel cestino permanente ed insonne che sono diventati i miei occhi in questa città ostile, in cui per amarsi bisogna prima sputarsi in faccia con una rabbia senza genitori e senza discendenza alcuna. Rabbia che spunta come una luna terrena in un oceano di culi girasoli che urlano il loro diritto al benessere, all'adozione del lato giusto della vita, la teoria del culo che si agghinda come anima e chiede il pizzo a Dio per una dose di felicità a coda corta.
Continuo a lavorare senza camicia. Verranno i giorni in cui non mi chiameranno, in cui patirò la mia ambiguità. Consumerò Last Shadow Puppets, Richard Hawley, Tail Gators, Paul Weller. Consumerò me stesso, come ho imparato sul campo. Su un campo di culi che si pavoneggiano, con tanto di titolo nobiliare inciso a ceralacca in cieli piccolissimi.
Dracula teeth”, salvami con il tuo refrain. Salvami a tempo e ti lascerò sbavare fuori di me, come tutta la bellezza che non trattengo mai.


Luca De Pasquale 2016














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