13/04/16

La notte delle carezze fantasma


Aspetto il penultimo treno per tornare a casa. La panchina della stazione è fredda ed io sono in maniche di camicia. Ho sbagliato abbigliamento. Sono solo sulla banchina, a parte una coppia di fidanzati che si sbaciucchia molto più in là. Sembrano due figure di cartone piegate dal vento, ed invece giocano agli abbracci, euforici, più giovani, senza nome.
Mi chiedo se questa panchina è la stessa delle partenze estive, del mare, delle illusioni, dell'altra età che ricordo sempre meno.

E probabilmente sì, lo è. È lei. Mi ci sarò seduto anni fa, con gli occhiali da sole e qualche disco in testa, attento a tutti i segnali della vita circostante, messaggi, vento, odori, colori dei vestiti, titoli dei giornali letti dagli sconosciuti. Da tempo, però, i miei spostamenti sono quasi ad occhi chiusi; chiusi ai dettagli, alle suggestioni, alle fantasticherie. Mi sposto velocemente, silenzioso, assorto. Spesso mi concentro solo sulla sigaretta e su un suono, quello di dentro, che ha pareti insonorizzate e bianche di vecchio sonno.
Stasera ho le cuffie, roba un po' ambient un po' techno minimale, roba che si accorda alle luci della stazione, alla luce di dentro, alla memoria che prendo a calci come hobby perpetuo.
Spero vivamente che i fidanzatini non vengano a chiedermi una sigaretta. Che non mi rompano i coglioni chiedendomi direzioni, orari di transito, informazioni non pervenute e non comunicate. Leggo sul display il brano che sto ascoltando: “Warrior” di Andy Caldwell. Questo tipo di musica rende qualsiasi cosa, attorno e ancora dentro, liquida, sfuggente. Le distanze sono tutte al muro, nude, schiacciate, erotiche ed inutili. Non ho nulla da dichiarare.

Il viaggio in treno è un supplizio perché sono impaziente. Il cellulare lampeggia, penso ad una chiamata che comunque mi farebbe piacere evitare, ed invece l'aggeggio infernale mi “chiede” di dare la mia posizione, non riesce a trovarmi. Il mio telefono non sa dove sono. Perché dovrebbe saperlo?
Il display recita: “Vuoi attivare la posizione?”
No, non voglio attivare la posizione. Per te e per nessuno. Vaffanculo e vai a farti fottere, fammi godere il vento dal finestrino. Perché mai dovrei attivare una posizione? È controproducente, è una gabbia, è un assassinio. Nessuna posizione possibile, nessuna coordinata, nessun abboccamento.
Oggi una ragazza con un cane mi ha sorriso. Mi sono imbarazzato e ho cambiato marciapiede. Era solo un sorriso con un cane al guinzaglio, ma ho evitato. Evito tante cose. Alcune hanno un'apparenza rassicurante, ma io ci vedo sempre gabbie, dietro, come scenografia. Gabbie che non mi invitano, gabbie in cui fino a poco tempo fa ci entravo vestito da Arlecchino e ne uscivo in tenuta mimetica, di notte. Più silenzioso di un anno prima.

In treno mi ricordo cose disparate, in apparenza senza alcun collegamento o nesso.
Ricordo un parente che prima di morire mi disse: “Ma tu lo sai che io sono stato sempre comunista?”. Ricordo di aver sorriso, di aver provato un senso di imbarazzo, di aver detto “anche io”. Ma, mai come in quel periodo della mia vita, il mio era un comunismo astratto, dolente, sospeso in un limbo di lotte spettrali, spesso solitarie. E non continuammo a parlarne.
Ricordo che l'ultimo anno di vita di mio padre andavo a comprargli il giornale tutte le mattine, quando ero in casa o libero dal lavoro. E ricordo che coprivo la distanza tra casa e l'edicola quasi correndo, come se il tempo mi sfuggisse, mi circondasse, dilatasse presentimenti da orfano, da desaparecido.
Ma riesco a ricordare, mentre il display dell'mp3 mi dice che sto ascoltando “Voyeurism” di Claro Intelecto, alcune delle bugie che attribuivo agli altri, ma che vivevo anch'io. Bollavo come bugie comportamenti irrazionali, tradimenti degli altri, piccole ed oscene vanità comportamentali, ma in fondo non ero migliore. Irrazionale lo sono sempre stato. Ho tradito. Anche quando non potevo servirmi di alibi, di scuse. E la mia vanità, l'ho sempre negata, ma c'era. Altroché se c'era. Una rosa di lame. Un quadro scuro, un mare di demoni con ali, pinne e parola veloce. C'era eccome, la mia vanità. Solo che ci infilavo il segno meno davanti e pensavo di essere migliore. Idiota.
Sono quasi arrivato. Nel vagone con me c'è un tizio che si è addormentato, due tizi con brutte facce, una ragazza molto scollata che i due fissano, una donna di mezza età con un'enorme busta da negozio di abbigliamento. Oggi non ho vanità. Chissà, sarà diventata una barca di carta, una stella filante, una sedia vuota.
Se coerenza significa verità, ma non c'è nessuno che possa stabilirlo, oggi sono vero. Vero e silenzioso in questo percorso noioso, che potrebbe ricordarmi il vento dell'estate e le utopie, ma che invece, con maggiore utilità, mi predispone a cogliere questa luce di chiusura giorno. Una luce senza firma, senza esclusiva, che sembra annunciare una notte tranquilla di carezze fantasma, quelle che invece di ferirti decidono di addormentarsi su di te, anche se resti insonne.
L'insonnia è l'amicizia più duratura che ho stipulato con la notte, ultimamente. Dopo averle percorse, tagliate, mangiate, usate fino a svuotarle, le notti sono diventate delle signore in età, bellissime di rughe, delicate, non più violabili.

Scendo dal treno. C'è vento. Non ho dato posizione e la musica ora è di Echospace, “Subtraktive”. Da qualche parte c'è la mia memoria. Ed anche la mia vanità. Ma sono giardini chiusi al pubblico. Ed io, stranamente, non ne sono il custode notturno. Tra poche ore, a luce spenta, sarò solo un rifugio per carezze ferme ed assonnate, piccoli bagliori di quiete appesi alle cancellate dell'ignoto.

Luca De Pasquale 2016

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