21/04/16

Interno Notte 1770 (Nessun inizio, nessuna fine)


Most men lead lives of quiet desperation. I can't take quiet desperation!
Don Birnam

Ho vissuto in tante di quelle topaie che finivano per somigliarsi tutte. Ora, oggi, nella mia memoria sono tutte uguali. E anche molte persone le ricordo come quasi in carta carbone, persone come fotocopie della mia memoria.
Le mie topaie erano tali, ma nei tempi buoni a qualcuno piaceva chiamarle “tane”.
Ricordo una donna che, mettendo piede in una delle suddette mansarde per nuovi poveri, si sbalordì della piccolezza dell'ambiente e disse: “Ma come pensi che una donna possa mettere piede qui dentro?”
Intanto, lei ce l'aveva messo.
A quella donna, o forse no, non era lei, proposi di guardare insieme “Giorni perduti” di Billy Wilder, uno dei miei film culto. Ce l'avevo dentro come un totem, lo scrittore alcolizzato Don Birnam. Ray Milland in quel film è stato incredibile, espressivo come non mai, un'icona di caduta. Film culto, film manifesto. Non so se quella donna ed io lo abbiamo visto insieme, no, forse non era lei. Le persone nei ricordi finiscono per somigliarsi tutte. Come le case. Come le parole di rimbalzo e di circostanza. Come le amicizie usate come dolce o ammazzacaffè, come spaghetti, come sedimento, come schiamazzo di quiete, come carta per pulirsi il culo.

Oggi ricevo i complimenti per un appartamento più spazioso. Li incasso, li deposito. Ma non fanno tesoro a sé, queste osservazioni. Deposito e non lascio che il mio processo di erosione si fermi per due parole gentili.
L'amico è curioso di vedere come mi sono sistemato, perché da come mi sono organizzato mi giudicherà come persona e mi inserirà in qualche sua astratta categoria mentale. Si farà un'idea della mia vita e del mio agire nel mondo a seconda della pulizia del mio cesso, del prossimo libro che scriverò, della musica che sto ascoltando, dal numero di persone che sento più o meno con frequenza.
E così, lui gira tra le mie cose, mescolando osservazioni neutre, ricordi smangiucchiati dagli anni e dalle distanze, e poi mi chiede in prestito un libro. Ma io non presto libri, non presto dischi, e soprattutto non mi presto in prima persona.
La cosa assurda è che questo tour di casa e di quello che gli sembrerà la mia anima si svolge in stanze spoglie, scarne e spartane come da tradizione, con in sottofondo un pezzo deep house di Diego Krause, liquido e magmatico, che sembrerebbe più adatto a strusciarsi in discoteca, infilarsi la lingua nell'orecchio e prepararsi mentalmente ad una penetrazione in piedi.
La musica c'era da prima che lui venisse e non l'ho tolta. Tutto qui.

Il caffè è pronto. L'amico mi dice che la mia cucina è grande ma andrebbe organizzata diversamente, tipo gli open space americani. Neanche gli rispondo sulla cosa.
Novità, allora?”
In che senso?”
Hai novità?”
Tutti hanno novità. Altrimenti si muore”
Sei filosofico”
Quando dormo più di tre ore per notte riesco ad essere un po' filosofico, lo ammetto”
Io ho una donna nuova”, mi spara lì.
Come fosse un'automobile, una ristampa dei Pink Floyd o un cambio di assicurazione.
Ti faccio i miei complimenti”
Lei è molto innamorata di me”
E mi colpisce che mi dica prima che è lei ad essere innamorata, mentre avrebbe dovuto fare il contrario. Il solito narcisista. Che noia.
Mi descrive la sua donna come farebbe con la carrozzeria dell'auto nuova, per l'appunto. Condisce la cosa con aneddoti di cui non mi chiava un cazzo, ma sono assertivo ed interagisco, perché in quei fottuti corsi di formazione aziendali mi hanno insegnato che la stupidità formulistica è assai apprezzata.
Dico solo “sì”, “davvero? Diamine!” e qualche volta uso vocali senza consonanti appoggiate. Perché io non mi presto, no, ma non mi appoggio nemmeno. Agli altri non mi appoggio quasi mai. Faccio come i ghiacciai che non osano appoggiarsi ad altro ghiaccio e crollano nel mare in un frastuono che non distrugge mai veramente il silenzio.

Poi Erminio, mi sembra che si chiami così, così lo chiamavo qualche anno fa e quindi dovrebbe essere giusto, mi chiede dei pareri sui miei “amici scrittori”.
Di chi parli?”, chiedo.
Amos Cima, Italo Salieri, Manta D'Ambruoso e Virgilio Turchese”
Non vedo e sento queste persone da un centinaio d'anni”
Sono tuoi colleghi, però”
No”
Non li consideri scrittori? Sei polemico, non li sopporti?”
Io non mi considero scrittore”
Strabuzza gli occhi, si muove come un'alga, assume un'aria compassionevole da post-catechesi: “Non dire così, non abbatterti”
Non abbatterti? Dico, questo Ermete, anzi no, Erminio, non ha capito davvero un cazzo.
Vedrai che qualcosa cambierà”, chiosa.
E salutami Luigi Tenco, testa di cazzo.
Guarda che non era una dichiarazione depressiva da sconfitto. Non mi considero scrittore, mi considero uno. Un uomo, possibilmente”
Ah, in senso umanistico...”
Ma pensa quello che ti pare, Erode, anzi Erminio, credo.
Sei venuto nel mio tempio spopolato, una casa che acquista bellezza e spettri dopo il tramonto, sei venuto tra le mie cose a giudicare, a fare triangolazioni, a dirmi che una donna è innamorata di te, a chiedermi notizie e pettegolezzi su persone che ho dimenticato e che mi sembrano tutte uguali. Come le topaie abitate in passato, pagate in modo disdicevole rispetto a quanto offrivano. Sei venuto qui per l'ammazzacaffè, per farti un'idea, ma questa è tutta roba che scivola, che scivola nella notte.
Intanto, in salotto Diego Krause continua a pestare duro e morbido con quella deep da kamasutra italiano senza profilattico e lingue che sanno di amaro e vodka sulla pista di una discoteca. Musica che mi piace, che mi muove, ma che non c'entra un cazzo con la visita di questo Ettore, o Emischillo o Ermete, ora quasi non ricordo più.

Tra poco andrà via. Si farà la sua idea. Deciderà se farsi vivo di nuovo o scomparire per sempre. Deciderà se presentarmi o meno la sua Dea Innamorata, se discettare con me di musica o letteratura, anche se non gli posso raccontare fatti privati di scrittori noti regionalmente e oltre.
La verità è che questo Ennio, Etneo o Ermete è venuto in questo tempio senza pulpiti, senza acquasanta, senza vetrate che fanno fede, è venuto qui, nel mio interno notte, trovando sulla sua strada un Don Birnam senza bottiglia e senza cappello. Non oltre, per quello che serve a lui, non oltre, per quello che divento io dopo il tramonto.
Semplicemente un interno notte che non si appoggia.

Luca De Pasquale 2016









Nessun commento:

Posta un commento