12/04/16

Insuccesso e vecchi amici


Quando un amico ce la fa, un piccolo qualcosa muore dentro di me.
Gore Vidal

Ho appuntamento con il mio ex compagno di scuola Antonello Tazza di Lancia in un bar del paese dove vivo tranquillamente i miei giorni da “potenziale intellettuale al confino”.
Non vedo Antonello Tazza di Lancia da circa ventun anni. Ci siamo rincontrati per caso il mese scorso in un centro di assistenza per computer ed è scattata l'idea, per verità più sua, del caffè di recupero. Ventuno anni da condensare in una mezz'ora scarsa.
In fondo, io ed Antonello Tazza di Lancia non siamo mai stati amici. Solo che i tanti anni trascorsi hanno limato la cosa; la memoria fa brutti scherzi, ed a volte illude le persone su affinità mai esistite e inverificabili nell'attualità.
Già nel fugace incontro avvenuto al centro d'assistenza, mi è parso chiaro che io ed Antonello Tazza di Lancia non abbiamo nulla in comune, se non dei ricordi sfocati. Solo che lui li ha conservati bene, con cura, senza rabbia, mentre io sono il solito fottuto impulsivo. Lo smontatore, il distruttore, l'uomo del dubbio eterno, il cavaliere dalla lunga ombra e dai domicili poco conosciuti. Lui guarda al passato con malinconia e una certa dolcezza, io con atteggiamento mentale da pistolero, da bounty killer, senza sconti.
A lui è andata benone: avvocato presso lo studio del padre, avviato da decenni, due appartamenti (dichiarati) di proprietà, due figli belli e in carne, svariate auto di famiglia, tonnellate di amici sempre allegri, hobby eterogenei come le scienze occulte, la pornografia on line quando la moglie non c'è, i viaggi in Portogallo, Boccioni, De Chirico, Francesco De Gregori, il go kart, i legal movie americani, il calciotto il giovedì sera.
Io sono io. Il lampo, il motto arguto, ma anche il precipizio, la fiamma nera del nichilismo, la mancanza di fede, la condizione economica da bluesman tutto “bad luck and troubles”, l'amore contraddittorio e pulsante per le avanguardie artistiche come per gli America, gli Spandau Ballet e i Chicago. Il solito, in questo senso senza sorprese, rompicapo del cazzo.
Antonello Tazza di Lancia arriva su un'auto blu manco fosse un ministro, indossa una camicia raffinata e profumatissima, ha delle scarpe lucidissime, sorride come un Kevin Costner d'antan, mi dice subito che lui non fuma ma gli piace bere, e inizia con pervicacia a recuperare i nostri ventun anni di lontananza con tutta una serie di domande sincere ed anche -sembra- affettuose.
Le sue domande contengono però sempre un senso morale che mi infastidisce, come se dovesse verificare in tempo reale se la risposta è quella giusta, se ho fatto il percorso più adeguato, se sono diventato ragionevole, se mi sono “quietanzato”, se mi sono tolto di dosso l'alone di pazzo che avevo durante gli anni di scuola ed anche oltre. Solo che io non sono disposto, come sempre, a dargli le conferme sperate. Perché, per certi versi, sono molto più pazzo di prima, e la mia dissennatezza più evidente è quella di non essermi appigliato a niente, ad un dio, ad un'associazione civica, al mio cazzo, ad un'appartenenza politica accettabile, ad una palestra. E allora la conversazione si fa paradossale mentre il sole ci cuoce come due insetti diversi per aspetto, mole e comportamento. I suoi “certo, certo” suonano come una timida ammissione di impossibilità a capirsi, e la stessa valenza hanno le mie voluttuose boccate alle sigarette, con il fumo che mi brucia gli occhi, passando sotto i miei occhiali da sole come una piccola beffa.

E così hai fatto il commesso per quasi vent'anni... come mai? Sapevo che avevi una passione per la musica... ma sei anche uno che ha scritto sempre”
E quindi?”
Come mai hai scelto di fare il venditore di dischi piuttosto che lo scrittore?”
Antonello, non ho scelto. In quanti possono scegliere veramente? Forse mi sopravvaluti. Io sono uno da lavori umili, sono uno che ha dovuto ingoiare il rospo, lavorare sotto padrone”
Rimane sconcertato: “Un linguaggio un po' da anni settanta... padroni... la verità è che oggi la libertà sta nella libera iniziativa, per non dire nei colpi di genio”
Per chi può permetterseli, Antonello”
Restiamo in silenzio. Potremmo anche salutarci, io ed Antonello Tazza di Lancia. Senza rancore, un po' delusi, ma senza astio. Io non mi aspettavo niente, sia chiaro. Non mi aspetto niente da nessuno da molto tempo, da un tempo ragionevole per la mia salute mentale. Non vanto crediti e non ho debiti. Nessuno è tenuto a sostenermi ed io non sono tenuto ad inscenare la commedia del figliol prodigo. Siamo liberi. Liberi come questo sole che inizia a puzzare di latte e cocco e bugie.

Antonello ricorda di me cose che io ho dimenticato. Mi attribuisce tendenze, capacità ed inclinazioni che disconosco completamente. Non ero io allora, non lo sono adesso. Ha un'idea di me che non corrisponde alla mia. Non è accaduto quasi mai. Penso sia una quasi impossibile coincidenza, sentirsi aderenti all'immagine che si pensa di comunicare.
Magari si è fatto l'idea che sono un dark, un sacerdote del niente. Niente di più sbagliato. Forse sono solo un vecchio cowboy moderno, uno capace di ascoltare cento volte al giorno più versioni di “Tin Man” degli America. Perché quella stramaledetta canzone, che Dio la benedica, è indiscutibilmente la MIA canzone, anche se piace a milioni di persone da quaranta anni e più.
Il basso di “Tin Man”, per esempio, è il mio modo di camminare. Senza possibilità di errore. E la voce di Dewey Bunnell è stata per anni l'autostrada di incontri, traiettorie, errori, vacanze solitarie, pigri pomeriggi d'amore scongiurato, notti insonni per suggestioni insidiose.
Some are quick / To take the bait / And catch the perfect prize / That waits among the shells”. Con queste parole lascio la scena o ci ritorno, con queste parole posso accettare il rischio o deludere, sono parole di fronte al mare, sono parole leggere come gli sguardi involontari degli estranei, sono le parole della mia canzone.

La stretta di mano tra me e Antonello Tazza di Lancia è fortissima, forse perché è un addio. Uno dei tanti, indolore, autoindotto, senza fossi, senza foibe, senza vendette.
Lui per me resterà l'avvocato Antonello Tazza di Lancia, una brava persona e un marziano per il mio stile “tin man” di vita.
Io per lui, posso immaginare, un talento (bontà sua) sprecato, un tipo complicato o complesso, uno incapace di gestire la pace. E su questo, se lo pensa, non sbaglia.
Resta solo da capire chi sarà il primo dei due a leggere il necrologio dell'altro su un giornale o su un muro, si spera tra un bel po' di anni. Se il mio potessi scrivermelo da solo, suonerebbe così: “Tin Man se n'è andato, dopo alcuni annunci semiseri. Non provate a raggiungerlo, perché la sua onda è già passata. O, più probabilmente, non c'è mai stata”.

Luca De Pasquale 2016






Nessun commento:

Posta un commento