09/04/16

Inquietudine


Ti mostrano delle foto. Che avrebbero dovuto dirti chi eri, da dove venivi, cosa saresti diventato, cosa si aspettavano da te. Che cicatrici dovevi avere: già scritte, già lavorate.
Ma le cicatrici già scritte servono solo a tristi bocciofili appassionati di lacrime. Le cicatrici già scritte possono essere anche fontane. Vallate. Estuari. E finalmente laghi.
Ti mostrano delle foto e pretendono che tu ti cali nell'atmosfera di quel momento, nel rimpianto organizzato, in quella sagace malinconia da strapazzo che piace tanto a chi ci tiene a sentirsi maturo o vissuto.
Ma vissuto dagli altri? Perché allora non vale.
Ognuno ha il diritto di consumarsi come più gli aggrada. Di scegliersi una perdizione, possibilmente nuova e non tarata dagli inizi.

Qui eri... qui stavi... qui volevi...
No, grazie.
Perché io ogni sera della mia vita sono stato un uomo diverso, e i ricordi li mescolo in una centrifuga che poi diventa silenzio, o sberleffo. Mi piacerebbe aver commesso meno errori, ma questo non è un buon motivo per diventare schiavo di fotografie e di una continua e fallace cronologia degli attimi condivisi.
Lo dico sempre: ogni errore una sigaretta. E allora sono proprio tanti. Ogni ingenuità, una fuga. Ogni tradimento, ogni cattiva intenzione, una mattonella in meno nella sala degli svaghi e dei sorrisi. Molte mattonelle in meno, allora.

C'è chi usa gli amici per spurgarsi. Come dei lassativi. Come dei pietosi drappi per coprirsi quando il freddo è troppo e la scena macabra. C'è chi usa la letteratura, o il suo simulacro, per trastullarsi con emozioni che pare volgano al positivo. C'è chi ama per esibizionismo. Chi non vuole leggere storie o avventure, ma solo viverle. E pure è un errore.
Stasera il cielo è livido, e la pioggia che cade disordinata nel parco sembra il respiro diseguale di un animale ferito, un animale in agonia.
Prendere un'anima, prendere un corpo. Oppure restare in silenzio.

Ti mostrano delle foto. E tu non vedi l'ora che finisca.
Ti dicono che grazie a te è successo qualcosa. Ma tu non ricordi, tu disconosci, tu ti sposti lateralmente all'emozione della quale ti vogliono dare la paternità e forse la responsabilità.
Stasera il cielo è una controfigura della notte, un bambino piange, ogni cassetto ha una chiave e un fondo nascosto, la memoria è agguato, l'idolo mutilato, la biografia costantemente profanata. Puoi prendere un corpo, un'anima, puoi divorarti, puoi scrivere, puoi guardare la copia carbone dell'oscurità oltre la finestra. Finisce che ti droghi di musica, che conti alla rovescia, fino alla fonte, fino alla prima acqua, alla prima idea, a quell'epoca in cui, forse ragazzo, i sogni salivano a te dal selciato. Non dovevi essere tu a generarli, pasticciarli con la speranza, vestirli di gusti sperimentati, metterli in fila come operai da licenziare o condannati da graziare.
È solo inquietudine, la parte più misteriosa del proprio respiro, è inevitabile come l'ossessione della maturità e del tempo che passa. È energia che non ha paura: non ne ha delle foto, dei ricordi, dei binari che non si incontrano mai, dei sogni spinti in modo innaturale verso l'idea del riposo e non del fuoco.
Non mi tornano i conti. Quasi mi piace. Mai avuto conti in regola. Mai accettato liturgie, inclusa quella della malinconia.

Luca De Pasquale 2016

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