08/04/16

Iniziati e plebei (Blue Collar Blues)


Checché ne pensino alcuni, penso di non aver mai portato avanti un atteggiamento intellettuale rispetto all'arte e, di riflesso, alla vita. Mai. Nonostante potesse sembrare. Nonostante la mia mezza permanenza nel mondo “plebeo” e l'altra, con molte difficoltà, in quello degli “iniziati”.
Già, gli iniziati. Coloro che in un'opera d'arte, in un libro, in un quadro, più raramente in un disco, vedono la salvezza. Salvezza comunicabile solo per metà: perché loro detengono la verità e la fortuna della conoscenza e “provano” a comunicarla alla plebe. La plebe, diciamolo, sarebbe il mondo restante. O meglio: tutto ciò che non sono loro, quindi l'universo, quello calcolabile ed anche oltre.

Mi sono sempre trovato molto a disagio in cenacoli letterari o di alto palato musicale. Mi ha sempre terrorizzato la caparbietà di alcuni a voler parlare solo di libri, di arte in genere, con un'enfasi tra il pittoresco e l'autoreferenziale. Quasi sempre debordando in un citazionismo in fondo piuttosto vuoto, anche non approfondito (o troppo, fino all'estenuazione) e comunque strumentale. Perché il concetto che queste persone comunicano è: io so, tu probabilmente no, adeguati oppure non sei nel mio mondo. Nel mio mondo, ti dicono, si parla di Cultura con la c maiuscola. “Perché io ho letto questo e quello”; “Perché io ascolto questo, quello e anche quesso”.
Non mi piace parlare ore ed ore di letteratura e fare a gara a chi trova la parte mancante nell'altro. Io, che pure tanto amo scrittori come Stig Dagerman, Henry Miller e Knut Hamsun, so di essere manchevole -e anche molto- su celebrati classici: ma non per questo sono disposto a scendere in un'arena che mi è estranea, sentendomi magari dire “non puoi dire di essere un lettore onnivoro se ti manca Mike McMike Olatunji, altro che Chester Himes...”

Questo vale anche per la musica, che poi è il campo nel quale ho lavorato per decenni e -sotto altre forme- che ancora mi vede attivo. Il mondo del jazz, con la sua spesso raccapricciante tendenza ad escludere le impurità, è stato spesso respingente. Ci entro e ci esco come un suonatore di fisarmonica, come un attore porno drogato in una bambola gonfiabile. Il jazz ha la “nominata” di essere esclusivista, ma è solo il punto più visibile -per chi ne sta fuori- di un atteggiamento diffuso di snobismo, di autoingolfamento nozionista, di assoluta mancanza di curiosità verso l'esterno ed i sommovimenti spuri delle interiora.

La letteratura non fa sconti, in quanto a preconcetti.
Sembra che una “classe media” di lettori o intellettuali non sia più in circolazione. Si passa dal succitato “volare alto obbligato” alla fiera ignoranza e mancanza di basi di molti giovani (sì? Davvero giovani?) nuovi letterati che con sprezzo bollano, che so, un D'Annunzio come uno scrittore di merda, un inutile e paleolitico pavone. Oppure associano Italo Svevo e Leopardi a noiosissimi obblighi scolastici.
Se ti cimenti a leggere Proust e Byron, ci sarà sempre qualche accademista che non ti reputerà all'altezza, ricordandoti tra le righe che non sei laureato, che non insegni, che non hai scritto molti libri e forse non ne hai letti nemmeno tanti.
Il rovescio della medaglia è costituito da quelli che invece ti giudicano snob e supponente perché non ti piace la letteratura popolare ed anche pop, che non è la stessa cosa, è bene specificarlo.
Se non mi piacciono gli scrittori italiani in voga oggi -e non mi piacciono, salvo rarissime ed anche lontane eccezioni-, ebbene, io sono a rischio di essere bollato come anacronista, bastian contrario, rosicone ed elitario inzuppato di velleitarismo.
Le obiezioni che il lettore popolare ti sbatte in faccia quando fai presente la tua distanza incommensurabile da generi in voga come il giallismo malinconico, il faraonismo d'accatto, il vampirismo fumettistico, la boutade calciofila e il filoeroismo filodemocratico con tracce di biografismo, è che tu sei uno snob del cazzo, ed in secondo luogo un frustrato.
A me non interessa se sono uno snob del cazzo. Francamente non credo. Io sono un operaio della scrittura, neanche un artigiano, come molti amano dire, ammantandosi di una modestia fasulla e tarata sulla suggestività nel cuore altrui. Sono un blue collar della scrittura, un elmetto da lavoro. Senza neanche un badge distintivo. Sono un blue collar semplicemente perché il mio ruolo nella società -reale e letteraria- è comunque legato all'esistenza di un padrone o di più padroni. Non ho l'autonomia per poter dissimulare un piglio da armatore o capitano di fregata della narrativa. Anche scrivendo, anche esprimendomi liberamente, sarò sempre sotto padrone, soggetto al giudizio letterario mai distaccato -purtroppo- da quell'empatia sociale che oggi si chiede a chi scrive.
Quali scrittori trattano oggi maggiormente di libertà? Quelli economicamente sistemati. Quelli che del nepotismo e dei favoritismi si servono per poi strologare di libertà, di dignità, di democrazia.
E poi, dico, un lettore blue collar del mio stampo come potrebbe divertirsi con la “letteratura leggera che deve sgombrare la mente”? Quelli sono vizi e vezzi da ricchi, o comunque da gente abbiente. Alla quale piace ridere della realtà, piace andare in vacanza con un libro in mano, meglio ancora se scritto da qualche giovanotto che fa curiosità e tenerezza al contempo.

In più, che mi si accusi pure di generalismo e di purulenta retorica, un lettore blue collar (e per blue collar per traslato intendo uno che non arriva a fine mese) non penso riesca bene a farsi andare a genio le avventure del commisario Parnaso, del maresciallo Malinverni, del vicequestore Coppadicazzo e del curato di campagna vegetariano Don Scarola. A quel punto preferisco Bernanos, anche se non ho i titoli accademici per profferire il suo nome. Lo faccio ancora: Georges Bernanos.
L'unico giallista che amo follemente è Henning Mankell, che poi non è esclusivamente un giallista. I libri farseschi sul calcio li evito, vado direttamente su Beppe Viola o Galeano. Ho la mia autonomia. Che non è un'autonomia empatica e che socialmente vale meno di un peto dopo i pasti. Non so vendere i miei gusti. Non l'ho mai saputo fare.

Adoro ancora Henry Miller, ma non riuscirò mai a scrivere su facebook cose del tipo (sotto l'immagine di una vecchia edizione di Sexus) “Henry Valentine Miller, nato nel 1891, è stato una figura di spicco...”, e questo perché ho il problema di sentirmi didascalico e ridondante non appena provo a spiegare perché amo qualcosa o qualcuno. Mi sento noioso, ecco. E non voglio sentirmi noioso. Così come non voglio sentirmi condizionato dall'aria che si respira in circoletti letterari o di melomani, dove devi dare le tue generalità, il tuo curriculum e dimostrare di saper aspirare con coerenza al terso cielo della sapienza poco confutabile.

In buona sostanza, non sto né con gli iniziati né con gli adoratori ed i giustificatori -sempre dati alla mano, come Renzi e i suoi soldatini di ventura- del popolare come non contestabile.
Nella musica, non sto con i puristi del jazz -non mi interessa e poi non mi vorrebbero, chiaro- ma soprattutto non sarò mai dalla parte dei “dipartimentisti”. Posto che non siamo liberi, e che di libertà parliamo quando qualcosa ci va bene e sentiamo di poter alzare la voce, tanto vale esplorare il caos, senza aggiungere schiavitù a schiavitù. Da blue collar quale sono (e si badi, non leader dei blue collar “artistici”, ma guastatore da retrovia, antileader, figurante con anima), rivendico la libertà di non entrare ed uscire da convitti del pensiero dove il giudizio risiede nello stesso amare un'artista, una corrente, un modo di, una casta.
Non mi piace la letteratura popolare. Non fingo che mi piaccia. Anche se mi converrebbe di sicuro un po'. Non posso dire di aver letto tutti i classici necessari a fare di me un intellettuale. Non mi interessa essere un intellettuale. Sono arrivato a quarantaquattro anni senza esserlo mai per un solo minuto.
Non mi piacciono le azioni ed i pensieri con obbligata consequenzialità. E alla fine, anche qui, in questa piccola comunità che sa per sentito dire che ho familiarità con la penna, non sono altro che un piccolo John Hiatt, un Bob Seger da Microsoft Word, un John Cougar Mellencamp costretto a navigare a luci spente per evitare tanto le tasse sulla respirazione che le didascaliche prediche dei sapienti, dei divulgatori con il saio ambra ed i capelli phonati, equidistante -e per questo non esistente- dai giovani scrittori scapigliati al gel e dai dispensatori di arte popolare che il blue collar artistico è COSTRETTO ad invidiare, pur non essendo interessato a nessuna forma di ricalco e somiglianza.
In questi giorni ho una sola idea che avrei scritto su facebook o su twitter, e cioè che Mr. Donald Trump è una figura di un'indecenza senza pari e che vederlo alla Casa Bianca sarebbe come sperare che Big Jim risolva il problema sul Bosforo. Io sto con Sanders. In Gran Bretagna, ho auspicato la svolta Jeremy Corbyn, anche se non so come andrà a finire. E chi se ne fotte? Okay, ma l'ho detto. Sono un blue collar o no?

Luca De Pasquale 2016



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