05/04/16

Gli occhi e la scrittura


E non dobbiamo pensare che sia tutto senza senso, perché non è mai senza senso scegliere l'impossibile invece del possibile. L'unica cosa insensata è accettare il possibile”
Stig Dagerman - “Il movimento dei cittadini del mondo”, 1949

Più volte, nel corso della mia ancora breve e troppo lunga vita, mi è stato chiesto o raccomandato di moderare i toni, di cambiare e rivoltare come calzini i classici temi della mia scrittura.
Che poi di classico non hanno nulla e non vogliono averlo. Io di classico non ho nemmeno una camicia.
Frequentemente sono arrivati complimenti con riserva: “Mi piace molto come scrivi, ma perché ti ostini a raccontare di certe cose?”
Certe cose” vuol dire, sintetizzando, quella visione pessimistica del mondo, dei rapporti, delle persone che sembra infestare ogni mia parola, ogni racconto pubblicato o inedito, ogni nota di blog, eccetera.
In qualche occasione, il cambio di temi mi è stato addirittura spacciato per la chiave di volta atta a determinare un mio maggior successo ed un maggior seguito. E questo suggerimento, dato ora con timidezza ambigua ora con arroganza letteraria, nascondeva una profonda inconsapevolezza su ciò che io penso dell'essere scrittore, di quello che può significare, del compito di una scrittura personale o diversa.

Perché, se è vero che ho gli occhi delle grandi terrazze sul mare, il punto di vista, la visuale della mia scrittura non può essere altro che il sottosuolo, da un piccolo hotel che ha la sua ragion d'essere nella “sommersione”.
Per una disperata forma di aderenza alla mia anima, o quel che ne resta, mi risparmio la finzione di un'appartenenza implausibile, di un nobile scopo di aggregazione, di una pacatezza che il più delle volte è generata unicamente da una tranquillità sociale, economica e relazionale che non ho mai conosciuto e che non è nelle mie corde.
Quando scrivo, quando decido di farlo, i grandi alberghi e i belvedere mozzafiato li vedo, ma li analizzo da camere spoglie, da appartamenti deserti, da quell'avamposto ventoso e temporalesco che è la casa di un uomo dopo la disinstallazione di ogni sicurezza, di forme d'amore imbandite e preparate, di empatie e simpatie ben levigate, di parole scelte con cura per ottenere un bell'effetto.

Se giocassi a fare il Salgari o il Chatwin mi sputerei in faccia. Se avessi la faccia tosta di preparare il terreno ad uno sguardo più spendibile, non avrebbe allora più nessun senso. Non si scrive di sponda sotto lo sguardo degli altri. Altri che non puoi conoscere, conoscerli intimamente: ogni previsione di accoglienza della propria scrittura ha per me qualcosa a che vedere solo con la presunzione e con il calcolo. E dunque recedo subito.
Nessun essere umano che abbia la pretesa (e la necessità) di esprimersi può ignorare il proprio vissuto, il disincanto cresciuto come un rampicante sul proprio balcone notturno. Perché lo sguardo e l'angolazione non possono esulare dal vissuto: è il vissuto che ha alimentato certe fiamme e ne ha spente altre. E parlo degli occhi. Gli occhi di chi si esprime.
Le convenzioni rifiutate, le regole tentate e fallite, il sogno sbagliato di incanalarsi in un “giusto” ingiudicabile, intangibile e fumoso mi hanno cambiato gli occhi, via via, in modo graduale e più spesso violento, senza mai risparmiarmi la crudeltà netta ed onesta del risveglio con qualcosa in meno. Qualcosa in meno: tempo, pazienza, ingenuità, capacità di adattamento e di menzogna. E intanto devi prendere atto che il fiume delle utopie si restringe a ruscello, e che bere non è facile, è una sfida che non prevede, non può permetterselo, la riffa dell'approvazione altrui. Bere, assorbire, tentare anche di bersi ed inghiottirsi, non sono giochi: è sopravvivenza dell'anima, ma senza sovrastrutture.

Forse mi ha fregato proprio quella maledetta impostazione originaria, lo sguardo adatto alle belle terrazze sul mozzafiato. Con quegli occhi ho sognato anche nei cessi sporchi, nei letti bugiardi, nei contesti lavorativi più disparati, ho sognato duro con il puzzle della fine, della dissoluzione, alle spalle. E allora, ecco che ho trovato sempre strumentale il segnalarmi la mia poca adattabilità alle esigenze del lettore.
Il lettore per me non è mai uno solo. Il lettore io non lo conosco e non mi va di prevedere in alcun modo le sue reazioni, di studiare -sbagliando- le possibili sfumature della sua sensibilità. Io devo scrivere.
Ma è anche vero che ho bisogno di non calcolare gittata e forza delle mie parole, e non posso consentirmi il lusso di gettare lo sguardo nel fuoco degli altri, con la superbia di chi guarda dal trono di una qualche creazione. Il fuoco degli altri è sacro come e più del mio, di quello che mi spinge a scrivere.
Il fuoco di me è ritardatario, arriva spesso dopo che ne è stata annunciata la cancellazione. Il fuoco mi piace. Anche certe ustioni e certe piaghe. Il fuoco rassicurante che crepita stupido nel camino lo vedo invece da lontano, un fuoco del quale non percepisco il calore se non in una stolta memoria cognitiva, la didascalia di qualcosa appreso da bambino. Letto sui libri ma non letto dentro.

Riesco a scrivere dal punto più sporco di un piccolo porto dove attraccano navi commerciali e traghetti stracolmi di bagnanti. Riesco a scrivere nel bar di provincia, dove vitelloni improbabili e gente stanca si declinano senza sosta e senza troppe sorprese. Riesco a scrivere anche dalla sporca prospettiva del continuo tradimento, verso gli altri, verso se stessi, verso quel ventaglio di dei che ci hanno offerto come figurine per non morire di tristezza. Scrivo facile dalla fortezza, segregato sotto un cielo notturno in cui stelle e nemici hanno lo stesso fascino e la mia piccolezza è così palese che esorcizzare stillicidi di disperazione diventa l'unico scopo possibile.

Quando mi danno quei consigli, sii più morbido, sii più ottimista, mi viene da ridere. Non me la prendo, non mi offendo, non caccio la cresta dell'artista onanista. Perché mi rendo conto che spesso la richiesta/consiglio proviene da chi desidera, legittimamente, una scrittura che nasca da una visuale più confortante, più accettabile, più congrua di un valzer di ombre in continua evoluzione. E mi dico, rispondendo diplomatico o semplicemente stanco, che certe cose -come l'inquinamento del proprio sguardo- sono davvero schifosamente incomunicabili.

Prendiamo questa notte, ad esempio.
Io stanotte mi sento perso. È un'affermazione di grado neutro. Non c'è l'enfasi della disgregazione, della possibile autodistruzione, e nemmeno il compiacimento laccato ed estetizzante della decadenza suggestiva. È un'affermazione reale che si conclude nella sua stessa espressione. Perché stanotte i miei oggetti, quelli della mia quotidianità, sembrano avere la febbre addosso, non sembrano in grado di mantenere intatti i loro contorni. Ed anche io. Sbavo, mi rimpicciolisco, divento anche gigantesco ed inutile, posso sentirmi colmo di amore e di passione e l'istante dopo concludermi in un fallimento che sta lì a contemplare i suoi desideri mozzati, la ghigliottina della ragione o del caso, fate voi.
Sempre partendo da quell'equivoco, da quegli occhi che si stavano abituando alle belle terrazze senza avere la capacità di reggere, di organizzare il bacino d'utenza di quella visuale, senza avere le carte in regola per muoversi nelle cose migliori con disinvoltura. Quegli occhi che si rammaricavano per la tendenza al sottosuolo, all'apnea, alla notte senza luna, alle camere d'albergo con gli armadi rotti, l'abat-jour difettoso e l'amante che si lava velocemente per andare via prima di te e darti appuntamento al giorno successivo, in un altro albergo malinconico. Albergo senza vento, con finestre finte, Grand Hotel Deriva, più morsi dai meno vivi, più godi più paghi, più sogni più sarai fottuto fino in fondo, come il più stupido degli antieroi.

E allora, quei consigli innocui e senza sale sulla necessità di sviluppare una scrittura di riserva, di consolazione, una scrittura che chiama il sole per far riconoscere una sua eventuale bellezza, quei consigli sono fiori appassiti su un balcone che neanche posso vedere.
La scrittura può essere un ammutinamento. Un dazio da pagare per sempre. Un rituale di richiami a voce bassa, fischietto per le ombre, congrega di accalappiacani bastardi e randagi con assurdi e contraddittori sogni di libertà.
Umilmente, so che la scrittura non può far altro che sopraffarmi, come la notte nella sua distesa di mantelli sovrapposti, come l'acqua che lava, come i vivi che piangono i morti, come le parole d'amore nelle stanze di piccoli alberghi sovrastati da troppi mari e navi arenate in giorni dimenticati.
Non posso giocare a fare il Salgari, non posso scrivere in giallo o in rosso, i miei sono occhi nati su terrazze eleganti e finiti a riconoscere le luci basse delle reception, in quei piccoli alberghi dove il sottosuolo si vendica e si eleva a confort.

Luca De Pasquale 2016







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