07/04/16

Feritoie, non ferite


Recentemente ho cambiato pelle. Ma niente nuove piume e nuove ali. Queste sono sparite, al loro posto spero di avere un paio di pazienti gambe terrestri. Sono cambiato, ma non da crisalide in farfalla, bensì al contrario. Ho delle piccole feritoie dalle quali posso guardare il palcoscenico del mondo e, venendo qui, quel mondo l'ho quasi dimenticato.
John Keats

La donna vestita di lilla ride nell'automobile. Alla sinistra e alla destra del suo abitacolo, tutt'intorno, la notte d'estate ha calato il suo profumo. Gelsomini, legna bruciata, salsedine. Con quel retrogusto di piacere doloroso che accompagna ogni gesto e ogni idea.
Sono vestito di nero e sembro più leggero della mia testa. Sembro di passaggio. Sembro possibile.
Oggi ho tenuto la radio accesa per avere compagnia durante la correzione di una stupida tesi di laurea. Ad un tratto, pur concentrato sul lavoro, ho intercettato un pezzo con il quale ho sognato per anni: “Green” di Circulation. Tech-house spaziale, da ultima isola, da sguardo finale, da cambio di pelle. Ho smesso di lavorare e ho seguito il pezzo fino alla fine. Fluttuando da fermo, come la musica richiedeva.
Anche se la mia anima è rock, tanto rock che non basterebbero dieci vite, certi pezzi house mi regalano strati di pelle, miracoli di vento, rompono il contagiri delle assenze e mi rendono dunque più attraente.

Stamattina per strada ho visto le Frecce Tricolori. Tutti i bambini stavano con le facce all'insù. Un rombo assordante. Ho guardato per trenta secondi, poi sono passato tra i bambini stupiti che urlavano e ridevano. Mi sono accorto che l'uomo della stiratoria non c'è più da mesi. Ma è oggi che ci ho pensato, e ho pensato che allora forse è morto. Mi salutava un giorno sì e dieci no, ma per me quello era l'uomo della stiratoria. Un pezzetto minuscolo di geografia abitudinaria. Nient'altro.
Sono tornato a casa per quel lavoro. Senza alcuna passione addosso. Ho preparato da mangiare per l'idea di me che dovevo mangiare, non per me. Ho preparato fischiando. Fischiavo e fumavo, senza nome e senza coordinate. Esistono i medicinali contro l'insonnia ma non contro i sogni.
Esiste un metodo per affinare la consapevolezza ma non esiste nulla che contenga l'istinto di debordare in continuazione. Ho mangiato e poi lavorato senza passione. Senza alcuna passione.
Mentre lavoravo sono ripassate le Frecce Tricolori in cielo e ho visto dei volti alle finestre di fronte, a fianco, sopra, volti ovunque, nascosti da una pianta, da una tenda bucherellata, da un adesivo sul vetro, dai doppi vetri e dagli anodizzati, dalla congrua solitudine di ogni inquilino che si è costruito una vita che gli apparirà certo unica e diversa, tutta sua, coerente, persino ordinata.
Mi sono fermato solo per “Green” e per quell'andamento sinuoso, dolente e spaziale, vecchio di vecchi sogni portati a sperdere su una spiaggia, in un lido caldo e dal nome esotico, tra le mie feritoie. Sogni che sembrano serpenti schiacciati da pesi mai troppo calcolati.
Sogni che non possono contare su medicinali che li uccidano a metà strada. Per un uomo, sapere che ogni medicina può guarire, stordire, deviare, quella è un'anticipazione di morte, un cattivo segnale. E allora, che i sogni si mantengano liberi di interrompere frammenti di respiro, di essere serpenti o vecchie canzoni, che siano brivido tardivo e lembi di stoffa che ridono nelle auto: ma che non guariscano. Non tutti. Non in fila indiana. Non con le Frecce Tricolori in cielo e troppi bambini che ridono.
Non in questo disegno di pazienza che non arriva, comunque, a negare la bellezza della notte.

Luca De Pasquale 2016


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