01/04/16

Blues sporco di inizio primavera


Mi soffermo a guardare per almeno venti minuti una donna che lava un terrazzo e scarica l'acqua sporca in un piccolo pozzetto.
La donna non è giovane. Non è attraente, non è sessualmente desiderabile.
Eppure la guardo. Sono come incantato dai suoi movimenti reiterati, sempre uguali e terribilmente metodici. Il terrazzo è enorme e lei lo pulisce con una cura incredibile. Ogni angolo, ogni anfratto. Io, al posto suo, avrei solo gettato ettolitri d'acqua con veemenza, sperando di finire presto. Io non ho quasi mai metodo. Il metodo mi annoia, mi estenua.
E poi, uno come me pensa che alla fine non si possa lavare niente davvero per bene. Le macchie rimangono sempre. Al limite si spostano. Le macchie sono carnivore. Spesso. Le macchie sono sempre in cerca di qualcosa da sporcare o sgranocchiare, come dei Pac-Man indemoniati ed ingestibili.
Io sono qui e guardo quella donna. Avrà all'incirca una sessantina d'anni. I suoi capelli sembrano un nido d'uccello; è larga come un fustino, le forme sono incassate in una fisionomia da ruspa.
Per venti minuti osservo questa persona così scrupolosa, innocua e da ammirare, mentre in cuffia va in loop il giro di basso di “Lowdown” di Boz Scaggs e neanche conto le sigarette che fumo. Mi sono abituato, al fatto che il mio sguardo abbia sempre un filo di fumo a filtrare le immagini.

Al bar c'è uno che parla a voce altissima. Racconta del suo lavoro ad un tizio che lo accompagna, ha della spuma di cappuccino sulla parte superiore delle labbra e una faccia da roditore sbarbato. Lo odio da subito. Detesto la gente che parla ad alta voce e poi si guarda attorno per vedere l'effetto che fa. E poi questo topo rasato ha la faccia di uno che non ha problemi, che si sveglia tardi la mattina, uno che scatta foto a qualsiasi cosa, uno che non ha messo in regola la donna delle pulizie ed evade le tasse. Uno che va a Positano con gli amici e finge di ascoltare jazz, anche se non ci capisce un cazzo. Uno che una volta ha acquistato un'enciclopedia Rizzoli Larousse solo per tenerla a casa, per non esserne privo. Uno che è anche abbronzato. Uno che sostiene quelle tesi indecenti, del tipo “sorridi ai fatti brutti della tua vita e trova la forza in ogni cosa”. Lo guardo ancora e devo confermarlo, lo odio. Tutto in lui è esibizione, esibizionismo, ostentazione, volgarità di svariati possessi, plutocrazia sporca e senza cervello. Cerchi la forza? Potresti trovarla nel membro di un extracomunitario, quelli che disprezzi fingendo accoglienza che non hai non sai non senti, nei cessi della stazione. E poi quella schiuma sulla bocca. Quella schiuma, quel vezzo, quel baffo, quell'ignominia. Porco.

Ma che bel ragazzo!”, mi diceva una tizia che lavorava nei pressi dell'ufficio di mio padre. Me lo diceva quando -ero quattordicenne all'epoca- indossavo alcune cose di mio padre. Non me lo diceva quando però gli abiti li sceglievo io. Sdruciti, con abbinamenti di colore sbagliati, senza pettinarmi. Alla signora piaceva il presentarsi bene. Alla signora piaceva anche mio padre ed io lo avevo capito. La cosa mi disturbava un po'. La signora mi turbava pure un po', perché indossava sempre gonne sopra al ginocchio, ed io pensavo che poi il marito a casa poteva carezzarla e farci l'amore senza farla nemmeno spogliare. La signora mi ispirava sesso, ma i suoi complimenti di maniera mi davano sui nervi. Ci facevo qualche fantasia sporca sulla signora. Non sul mio piacere, ma sul suo. E mi dicevo, tra qualche anno vorrò partner con le quali potrò fare sesso senza spogliarle. Perché la completa nudità significa tregua, ed io la tregua non la volevo. Nemmeno un po'. Il sesso lo concepivo violento, proibito, poco nudi, poco amici, poco innamorati e poi vaffanculo. Non capivo perché volesse mio padre. Un marito ce l'aveva, che cazzo voleva? Ero un moralista, senza saperlo. Un idiota, forse. Non mi masturbai mai per quella donna, però qualcosa in lei mi eccitava. Quell'affettato perbenismo maledetto. Non ho mai saputo relazionarmi con il perbenismo, con lo stile costruito: ho sempre opposto la frenesia, la condanna, l'orgasmo, la scelta di fare male le cose, la delusione della notte, le solitudini che si incastrano per recitare fantasmi, e poi sempre basta. All'epoca mi importava solo di accompagnare mio padre al lavoro, per stare un po' di tempo in più con lui. Inventavo che non c'era scuola. La scuola non mi è mai piaciuta. Troppe regole. E poi il percorso di crescita mi sembrava solo un orinatoio di nozioni, con alle spalle l'obbligo del credo, l'obbligo delle tappe, l'obbligo di essere per bene.
Oggi ricordo quella donna. Sarà anziana, ora. Mio padre invece è morto da tanto tempo. Io sono vivo. Lotto ancora. Non allo stesso modo. Dietro le mie porte ce ne sono sempre altre, fino all'estenuazione di un impossibile infinito. Mi nascondo nelle stanze in fondo, ma i fantasmi mi trovano sempre. E non sono quasi mai per bene.

Un cliente viene a casa mia e da subito rompe il cazzo con gli sconti ed i prezzi di favore. Ha un atteggiamento circospetto e colpevole, come se fosse venuto a comprare droga o ad offrirmi soldi per prendermelo in bocca. I cd per lui sono droga ed io lo disprezzo per questo. Lo disprezzo anche per tutti i soldi che ha da buttare in dischi che neanche ascolta. Nello scegliere i dischi mi spiega sempre il perché lo fa, senza contare che a me non me ne fotte niente. Scuci. Scuci i soldi. Pagami e sparisci. Vuole familiarizzare, si vanta di essere un grande intenditore di blues. D'accordo bravo. Scuci, paga, posa le banconote, sparisci. Sai tutto di Johnny Winter, Albert Collins, Otis Spann e John Mayall? Sono ammirato, diciamo che potrei, ma scuci, sgancia, vattene. Vattene via. Questo è un rapporto commerciale. Non siamo amici. Vattene, tu e il tuo Texas Blues tutto elettricità e portafogli pieno. Vattene, pagami.
Poi scopre che ho l'ultimo disco di Toronzo Cannon e lo vuole. Gli dico che è mio, non è in vendita. Mi offre sette euro.
No, l'ho pagato quindici l'altroieri e poi mi piace”
Facciamo otto”
No”
Sei coriaceo”
Non lo vendo, è mio”
Sembriamo due bambini. Con le figurine. Nel 1978 o 1979. Vattene.
Arrivo a dieci”
Compratelo su amazon, fai prima”
Voglio il tuo, proprio perché sei tu ti offro dodici ma mi fai uno sconto sugli altri”
Neanche a parlarne”. Vattene, stronzo, vattene e compratelo tu Toronzo.
Devi essere ragionevole”
Lo sono” Drogato. Maledetto drogato.
Alla fine se ne va per estenuazione, compra pochissimo, ma lo lascio nel frastuono di un disco house di Gene Farris che ho sparato al massimo per farlo smammare. Altra persona per bene e dunque per me difficoltà gestionale insanabile.
Così è: io mi oppongo. Sono sempre dietro le porte delle ultime stanze, a preparare tisane per altri fantasmi, e temo sempre di perdere tempo con le cose garbate, metodiche, accurate e graduali.
Oppongo il caos, la frenesia, la sbilenca eccitazione dell'improvvisazione, oppongo la delusione insita nelle cose, e a modo mio non ho mai smesso di fare l'amore in piedi con le ombre più belle, senza essere troppo amici, senza innamorarsi, senza la tenerezza del progetto, nuotando -migliori per un nonnulla- in una vasca di vaffanculo con il salvagente. Così è.
Ecco perché mi fisso a guardare quelli che sono accurati, tranquilli, metodici e affidabili. O, almeno, lo sembrano.

Luca De Pasquale 2016




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