06/04/16

Blues compulsivo - dedicato a Keith Ferguson


"I have to admit, there's a guaranteed future in dirty dishes, which there ain't in blues. I seem to be the only one who regards himself as a professional musician. Our lead singer's a dishwasher in the back of some restaurant. If he put half the energy into booking our band that he puts into scrubbin' dishes, we'd be fartin' through silk. But he'd rather do dishes."
Keith Ferguson

Sono giorni, mesi ed anni in cui o cacci la testa dalla discarica oppure vieni travolto. O, peggio ancora, inizi a galleggiare come uno stronzo, fingendo di fare il morto sul materassino ad acqua.
Se fingi che le cose ti vadano bene, che tutto sia a posto, significa che sei disponibile a farti cancellare del tutto e che ringrazierai anche l'addetto alla tua eliminazione da qualsiasi scenario.
Se fingi di interessarti a quello che fanno le persone troppo diverse da te, la figura di merda è assicurata. Perché quel gioco non lo si regge a lungo.
Non posso dire “stupendo il tuo libro” ad uno che ha scritto un saggio sullo sgombro grigliato a verde, anzi sullo sgombro di soia. Non posso dire “meraviglioso quel che dici” ad uno che mi coinvolge in una teoria sull'imprenditoria giovanile, sulle tangenti nel calcio o sulle evoluzioni di dieci imbecilli su un'isola o in una casa.
Non è neanche onestà: è che il gioco non lo reggi. Ripeto, fai una figura di merda.

Ho provato ad inseririmi in una diatriba tra sostenitori di John Coltrane e fedeli a Charlie Parker. Si discettava su chi fosse il vero Re. Non me ne fregava niente. Ho detto due cose e già pensavo ad altro. Mi sono tirato fuori.
Poi, sono capitato in una tavola rotonda dove si stavano scannando su cosa è opportuno mangiare e cosa no. Questione di nullo interesse. Avevo una gran faccia di culo, durante quella guerra retorica. Mai avuto regole alimentari. Mai avuto divieti, se non dettati dal gusto. Punto.
Ho provato, con un'inusuale buona volontà, a chiarire il mio sentimento politico ad un collezionista di guaches mentali. Quando gli dicevo cose di sinistra blue collar, mi ha preso per un anarchico. Quando gli ho esposto un punto di vista anarchico al cento per cento, mi ha chiesto se ho la tessera di Sinistra Atque Libertà. Ho rinunciato, accettando di discutere con lui su che tipo di deretano debbano portare in giro le donne mediterranee.

Un tizio che conosco di vista, poi, mi ha chiesto cosa sto scrivendo. Gliel'ho detto. Mi ha risposto: “Si vede che vuoi dire qualcosa di molto individuale”, ed invece lo scopo era più collettivo del solito. Mi ha chiesto se scrivo in prima o terza persona, perché in un inserto culturale ha letto che da questo si riesce a determinare che uomo sia lo scrittore. Gli ho spiegato che scrivo in seconda persona neutra da una prospettiva asciutta e fergusionana.
Non mi ha chiesto perché usassi l'aggettivo “fergusionana”. Avrà pensato all'allenatore inglese, mentre io alludevo al grande bassista Keith Ferguson, bassista blues, bassista mancino, colonna portante dei Fabulous Thunderbirds e dei Tail Gators. Io scrivo pensando ai bassisti, quasi sempre. Non scrivo mai per imitare scrittori fuori portata o modelli odierni, che in genere mi interessano molto meno dello sgombro di soia. Alla fine, era chiaro che il mio interlocutore non avrebbe mai acquistato un mio libro, a meno che non lo avesse visto in edicola e dunque si portasse. Perché i libri oggi non si leggono, si portano. Come il sospensorio. I libri servono soprattutto per estrapolare delle citazioni necessarie a sembrare intelligenti o colti o ambedue. Oppure a dare qualche chances aggiuntiva a questioni di prospettiva sessuale. Perché un uomo che si presenta bene, ce lo insegna lo società, ha più chances di far diventare il suo cazzo un attrezzo ginnico non troppo arrugginito. Perché la società è ancora maledettamente maschilista, un uomo che scopa forte è un simpatico figlio di puttana, può appendersi in camera la foto di Robert Downey Jr. senza passare per un bastardo. Gli uomini che parlano di quote rosa e rispetto per le donne spesso sono dei bluff.
Come quelli che usano i libri per le citazioni o per divizzare un vicino di casa che ha ingarrato il genere popolare giusto.

Sì, questi non possono che essere giorni blues. I blues suonati da Keith Ferguson, ma anche da Albert Collins, Coco Montoya, Aron Burton, Sarasota Slim e Willie Kent. Texas, Chicago, ma anche casa mia. Blues per non capirci un cazzo, forse per rilassarsi, dato che siamo destinati a non capirci mai sul serio e a fingere di trovarci simpatici e affini.
C'è uno che mi insegue per dei cd di Rick Danko, il grande Rick Danko, da mesi. Non capisce niente di musica: è solo roba di collezionismo compulsivo. Una volta ho commesso l'errore di vendergli un'edizione giapponese di un live di Rick e allora lui ha perso la testa. Come se una top model dalle movenze danesi gli avesse detto che lui è bravo a far godere le donne con il movimento del cavallo rientrante, quella specie di singulto che molti uomini hanno prima di venire, quella che viene comunemente nomenclata come “la mossa del serpente intimidito”.
Che sarebbe a dire, “oddio sto venendo, ora esco per ritardare”. Giusto per essere didascalici.
Io non so cosa ci faccia questo tipo con gli OBI giapponesi, che per i neofiti, mi sembra opportuno chiarirlo, è quella strisciolina laterale e colorata che hanno tutti i cd provenienti dal Giappone. Lui con gli OBI ci gode. Se li guarda fino a venire, forse; certo è che il cd poi lo ignora, perché di musica ne capisce quanto io di sgombro di soia.
Luca, quanti Rick Danko giapponesi hai da procurarmi?”
Nessuno”
Non ci credo”
Te lo giuro”
Su chi?”
Su Rick Danko”
Devi procurarmeli, ne ho bisogno”
Ce ne sono pochi in giro, di Danko giapponesi, e costano un occhio della testa”
Luca, tu che hai scritto un libro: mi sai dire perché si dice un occhio della testa? Dimostrami che sei preparato”
Non ho fatto domanda per partecipare al Rischiatutto”
Quindi non lo sai?”
No, che vergogna, eh?”
Sì, perché non hai nemmeno i Danko per me”
Quanto mi avresti offerto?”
Cinque euro e novanta l'uno. Perché forse tu non lo sai, ma io acquisto regolarmente da Daisisuke Yamatagashi, Orochimaru Sugiyota e Ciccio Cece”
Due giapponesi e un napoletano?”
Ciccio Cece è cileno e vive a Nagasaki. Mi ha fatto comprare due Bob Dylan con l'OBI a 1,99 cadauno, nuovi, sigillati e stupendi”
Non gli chiedo se ci si è masturbato. Ma lo so. L'ha fatto.
Poi chiudiamo la comunicazione, per lui non sono nemmeno più uno scrittore perché non so la storia degli occhi della testa. Mi cospargo il capo di cenere.

Sì, sono giorni blues, mesi blues, anni blues. Anni ed anni di blues che è diventato sangue nelle vene, strafottenza, incomunicabilità che non chiama soccorso. Non chiamo soccorso, non ho il guscio Meliconi, non riesco a fingere che mi piaccia la pittura avversionista, la letteratura che confonde la democrazia con i fatti propri, lo sgombro di soia e non procuro più, da tempo, cd giapponesi a 1,99.
Mi piace, in questi giorni selvaggi, desertici e torridi come il silenzio che non chiede aiuto, pensare ad uno come Keith Ferguson, uno dei più grandi bassisti blues di sempre, talento autodistruttivo, angelo di desolazione come sarebbe piaciuto a Kerouac, il Kerouac più vero (quello non usato per le citazioni) e non quello da bignami al supermarket.
Cheese Keith, che il blues ci protegga.

Luca De Pasquale 2016





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