24/03/16

Vocazione a perdere e smanie di verità


Sin da quando ero ragazzo, ho sempre avuto una predilezione per il sommerso, per il non conosciuto, il non acclarato; più precisamente, dunque, per l'impopolare.
Ho iniziato con calciatori, squadre di calcio, pugili e tennisti.
Poi ho felicemente rinforzato questa tendenza con la musica e i dischi. Più gli appassionati âgée mi parlavano male di alcuni dischi, più io mi ci affezionavo, sforzandomi di trovarci qualcosa di bello, di sensato, di salvabile. Perché pensavo, e lo penso ancora, che i momenti bui e controversi nella vita degli uomini e degli artisti vanno rispettati egualmente, anzi di più. Di più rispetto agli applausi e ai momenti di gloria.
Le fasi di crisi mi interessano. Mi attraggono. Spesso mi eccitano. Più la caduta rischia di essere profonda, più mi sento stimolato. L'abisso chiama sempre: che sia voce di sirena o vomito soffocato di angeli falsi, l'abisso ha la sua precisa melodia.
La mia stessa nascita mi ha messo in crisi dagli inizi; ed ogni volta che inizia un nuovo anno io rinnovo le mie incongruenze, la manutenzione dei pozzi neri, come si farebbe con la patente e con il libretto sanitario. Vidimo la mia tessera di crisi ogni notte di San Silvestro, mentre bengala, mutande rosse, pompini benaugurali e stupidi brindisi ad occhi bassi la fanno da padrone.

E così, tornando ai dischi, mi dicevano che i Genesis senza Peter Gabriel facevano schifo ed io quei Genesis monchi li ho esplorati in lungo e in largo, trovandoci comunque qualcosa di buono. Lo stesso ho fatto con il Banco Del Mutuo Soccorso, affezionandomi di brutto ai loro dischi pop. È poi notoria la mia dipendenza, autentica dipendenza, dalle pagine più slabbrate ed impopolari del grande Alan Sorrenti. Mi procurai, in nome della sacra esplorazione dello “sbagliato”, del criticato e dell'irriso, i dischi dei Doors post Jim Morrison. E mi piacquero per il solo fatto di essere considerati meno della merda. Ho lottato come un leone per accaparrarmi una copia piratata di “Squeeze” dei Velvet Underground. Ho consigliato a moltissime persone “Storie di whisky andati” di Sergio Caputo che è stato un disco fallimentare oltre che un tradimento palese dello stile che lo ha consacrato. Ho seguito la decadenza dei grandi gruppi della mia gioventù con amore, con devozione e con questo spirito revisionista, cercando di non cascare nella decadenza obbligata e nell'imbecillità. Ma per me sono molto più imbecilli i declamatori del bello a tutti i costi, i sacerdoti del riuscito.
Potrei scrivere di dischi fallimentari per un mese, ma voglio solo ricordare l'omonimo 1982 dei Weather Report con Jaco drogatissimo e ai ferri corti con Zawinul: il basso nemmeno si sentiva. Eppure, disco che ho portato con me. Come la coda un po' mesta e criticatissima di veri giganti della musica come Gentle Giant e Caravan. E ancora, “Big generator” degli Yes che passava per una pura oscenità, i Bee Gees più atroci e sul viale del tramonto, eccetera.
Sì, mi piace una sorta di recupero stoico delle pagine considerate peggiori: perché lo preferisco all'enfasi soporifera degli elzeviri, delle fulminazioni condivise, delle affermazioni sacrali di verità che un po' il culo sporco ce l'hanno sempre. La vita mi ha insegnato che le smanie di verità sono roba da stronzi.

Cosa c'è di più eccitante e sconvolgente del dubbio, della retromarcia, della deviazione controvento, dell'errore umano che si trasforma in umiltà e voglia di apprendere?
Viviamo tra leggi, giudizi, tacite regole di ipocrisia e buon vivere che sono peggio del costume sporco di merda in piscina. Per me è faticoso osservare il galateo della falsità. Finisce che divento ridicolo, goffo. Quando cerco di andare a genio a qualcuno per convenienza o vanità, non sono altro che una striscia di veleno rappreso senza nessuna importanza, poesia e senso. Non mi sono mai fatto istradare su quello che doveva piacermi o meno. Ho spesso sbagliato. Mi sono tagliato. Ho portato la mia testa sugli spigoli. E le mie mani hanno carezzato spesso un vuoto che godeva alla moviola.

La mia casa è piena di dischi sbagliati. Di libri che non hanno venduto niente. Di scrittori dimenticati. La mia casa è un tempio di piccole opere recuperate, tutte scovate controvento, quasi nel dileggio altrui. Vocazione a perdere, mi dicevano. Okay.
Perché dovrei acquistare un nice price di John Coltrane al supermercato quando posso inchiodarmi alle note sbagliate del disco più criticato dei Supertramp? E che me ne fotte del passaparola sull'ultimo scrittore alla moda finito in edicola o a leccare il culo del suo grande editore, quando in oscure e minuscole librerie giacciono classici minori pieni di polvere e di idee? Perché dovrei leggere dei libri di cucina scritti da cuochi miliardari quando ci sono scrittori che ancora urlano al vento dell'altrove la loro mancata diffusione popolare?

È chiaro che poi, per paradosso, hai meno argomenti. Anche se hai operato delle scelte per così dire “distintive”. Perché l'amore per le cose, le opere e le persone di insuccesso è visto come una forma quasi ossessiva di marginalità riottosa, stupida come le rinunce, dolorosa come le ritirate strategiche dall'umano e ampolloso conversare.
A scuola frequentavo sempre i compagni con la nominata peggiore. Io stesso lo ero, uno dei peggiori. Aggressivo, strano, pazzo, povero, me ne hanno dette di tutti i colori. Ho tirato avanti. Tiro avanti anche adesso che mi fanno i predicozzi sulla necessità di accettare il compromesso come una forma eccelsa di furbizia, il laido elisir, e sulla mancanza di morale, sulla necessità di costruire secondo canoni precostituiti. Riesco a procedere comunque non perché eroico o diverso nel meglio, ma solo perché non ho smanie di verità e purezza. Che mi avrebbero fatto impazzire, come un insetto rovesciato sul dorso, l'insetto che attende la scarpata che lo maciullerà.
Quando divenni fan sfegatato del mediocre pugile Harry Arroyo, mio padre mi prese in giro. Poi capì che in quel simpatico e volenteroso fighter trovavo una sorta di poesia della resistenza. Vocazione a perdere.
Simpatizzavo anche per il tennista austriaco Alex Antonitsch, gran naso, colpi farraginosi, pochissimi risultati. Non era mica male, ma penso avesse il braccino corto: nei momenti giusti si perdeva. Vocazione a perdere. E tifai per le gesta del calciatore Eloy del Genoa, Zahoui dell'Ascoli, Skov dell'Avellino, Mirnegg del Como, e poi Victorino, Nastase, Caraballo, Eneas: i famigerati stranieri “bidoni”. Speravo segnassero, si affrancassero, smentissero le cattiverie (giustificate) da Bar Sport.

Qualche tempo fa un santone in blazer venne nel mio appartamento, e si scandalizzò subito che avessi una copia giapponese del Genesis “giallo” in cd: “Hai questa schifezza di disco?”, disse. Poi scartavetrò nella mia discografia e scoprì, con raccapriccio, che i primi dischi dei Genesis mancavano. Gli spiegai che li conoscevo bene, li avevo amati, ma li avevo dentro, in memoria interna.
Chiaro”, aggiunsi, “che sono lavori infinitamente migliori di questo, ma qui c'è una questione affettiva che è troppo lunga da spiegare”
È un disco assolutamente di merda, nessuno che si qualifichi come conoscitore di musica dovrebbe averlo”, sbottò ottusamente il visitatore.
Fine del confronto. Non ho detto altro. La sua riprovazione non mi ha neanche sfiorato. Poi lui mi ha parlato della sua stupenda ed accurata discografia, che genera sempre meraviglia tra i suoi ospiti, ed io ho voluto dimenticare il suo disprezzo per quel disco sbagliato dei Genesis.
Perché non porto nessun rancore a chi non capisce e condivide le mie scelte ed i miei modi di comportarmi e sopravvivere. Non ho nemici personali. Non faccio crociate. I predicatori mi annoiano. I “veritisti” sono così tediosi che manco ce la faccio ad interloquire.

Forse mio figlio mi manderà affanculo quando avrà contezza di aver ereditato dal padre una marea di libri sconosciuti e fuori catalogo (da Saverio Strati a Sologub, passando per le edizioni distrutte delle pochissime traduzioni italiane degli Angry Young Men, comprate sulle bancarelle per un euro ciascuna) e probabilmente venderà al primo rigattiere metafisico le sudate copie coreane o giapponesi dei Genesis retroversi, dei Doors senza testa, di Bryan Ferry rincoglionito dalla fica, del Leonard Cohen più autoreferenziale e dell'Alan Sorrenti impregnato di malinconia urbana e spleen eistenziale. Forse mi tirerà in faccia la biografia del portiere Bertrand-Demanes quando gli negherò qualcosa, ed è probabile che riderà a crepapelle per le foto ritagliate di calciatori della DDR o della Finlandia del 1979. Sono certo che dovrò dargli spiegazioni circa quella collezione di articoli sulla squadra lussemburghese di calcio del Progres Niedercorn. Mi prenderà in mala parte, quando gli dirò che il mio disco preferito dei Pink Floyd è “The final cut”. Appunto: come potrei non adorare un taglio, una cesura, un volo sul tramonto, un addio?
Forse riuscirò a dirgli che l'amore per le ombre obbliga a percorsi strani, e che -non si sa se sia stato un bene o un male- suo padre non ha mai avuto smanie di verità. Ha vissuto di dubbi, spalmandoli sull'insonnia, sulla scrittura, sull'amore e su coreografie di ricordi, senza confondere mai la diversità altrui con l'inimicizia violenta e strumentale.
Si cerca la libertà e poi si muore.
Ma in mezzo, si deve amare. Anche quello che gli altri ti sconsigliano.

Luca De Pasquale 2016























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