20/03/16

Umbratile


Una volta un tizio mi definì “umbratile”. La cosa mi divertì, anche se non capii precisamente cosa intendesse, cioè in quale accezione; questo perché la parola “umbratile” è spesso usata a sproposito.
Poi ci pensai. Intendeva dire “schivo”, forse “isolato”, probabilmente “malinconico” o “crepuscolare”, ma poteva anche alludere ad altri significati come “scontroso”, “marginale”, “perdente”.
Ognuno di noi fa collezione di definizioni, la maggior parte delle quali è affibbiata a cazzo, secondo la percezione egocentrica ed autocentrante del giudicante in questione. È chiaro, ad esempio, che io possa risultare malinconico se raffrontato con uno di quelli che vuole dare a vedere di mangiare la vita, e magari di cacarla pure.
Comunque, quel tizio -del quale non ricordo nemmeno il nome- aveva ragione, perché in “umbratile” domina l'idea ed il senso di ombra. L'ombra è una fortuna per me irrinunciabile. Spesso è stata una scelta. Un riparo, uno scudo, addirittura un'arma. Una pozione, un veleno, una preghiera. Un veliero.

Ultimamente, mi capita di osservare le persone sempre con più attenzione, con umiltà, senza idee preconcette. Le osservo per apprendere, per trattenere, per conservare, quando ne vale la pena. È frequente che vinca la zavorra, e che io debba eliminare scorie e contorni ingombranti. Sono pochi quelli che ti restano dentro, negli occhi, nei gesti. Nella memoria. Più facile che ti restino sullo stomaco o sui coglioni. O che il loro brusio somigli ad un'emicrania. Quando trattenere però vale il gioco, allora io sono soddisfatto come se avessi vinto qualcosa, come se fossi riuscito a vincere una piccola partita a dadi con la morte e con l'oblio.
Può accadere per poco, per pochissimo, ma accade. In un treno, in un negozio, alla posta, nella sala d'attesa di qualcosa. Accade sempre per caso e poco per azzardo, perché quando trattenere è un programma si resta sempre delusi e disgustati.
Come quando, da ragazzo, certi appuntamenti bollenti si rivelavano per quel che erano, delle tragedie greche con l'uccello da fuori e il cielo che rideva come un demente. Come quelle riunioni familiari o amicali “made in Nostalgia” che puzzano di omertà, di alta ipocrisia, di luoghi comuni issati come stendardi su marchi di nessuna sicurezza e di zero durata. È destino che certe famiglie abbiano senso solo ai funerali, quando è facile ottenere l'effetto cipolla tra le ciglia. Come è vero che certe amicizie sembrano belle solo a distanza, con l'altro effetto madre, “ah, se potessimo frequentarci faremmo, diremmo”. Ma diciamocelo che non faremmo un cazzo. Quante volte è la distanza a rendere decente un rapporto? Quante volte è il desiderio a creare l'illusione del futuro -e radicabile, esperibile- amore? Quante volte è il senso di sfida a lanciarci tra le cosce di qualcuno?
La maggior parte delle storie d'amore sono cose d'interesse, di convenienza, anche nel semplice rifugiarsi sotto la coperta termica dell'altro. Cerchiamo famiglie. Cerchiamo scintille. Cerchiamo gente che ci capisca. E rompiamo il cazzo per questo e anche per meno. Cerchiamo i migliori genitori per la prole che ci determinerà come persone che hanno fatto quel che dovevano. Cerchiamo di pubblicare libri, canzoni, baci. Cerchiamo seconde case, case al mare, abbuffate nei giorni di festa con il clan sotto la coda, cerchiamo la grazia di Dio quando iniziamo a cacarci addosso per qualche motivo solido.

Chi scrive ci sembra affascinante. Vecchia storia. In genere chi scrive è un segaiolo, pure mezzo pazzo e sovente sfigato. Chi scrive ha l'alito di vecchio fiele e mastica i complimenti nella speranza assurda di non andare mai più di corpo dopo le indigestioni di riscatti. Mi hanno detto che devo smetterla di scrivere che gli scrittori maschi sono famosi perché si guardano le natiche in movimento durante i coiti. Mi dicono che sono fissato con questa putrida immagine, di cattivo gusto e di inaudita trivialità. Non ho molta simpatia per gli scrittori. Preferisco i tabaccai. Almeno non cercano di capire se con le pubblicazioni ti possono surclassare o imitare, a seconda dei momenti. Anche lo scrittore più sensibile, ai primi successi, rischia di diventare una testa di cazzo di enorme stazza.
Io dopo il mio primo libro diventai umbratile e scartai a destra, guidando come quei pensionati con gli occhiali orbicolari. Quelli che guidano una qualsiasi utilitaria come guiderebbero una Fiat 850, peraltro auto gloriosissima. Quelli che si fanno superare dai tir carichi di assorbenti, maiali o custodie per iphone.

Dopo il primo libro mi chiedevano di mangiare la vita. Magari con pose guevariste, mentre io preferivo la Banda Bonnot. Alcune donne speravano che fossi un bucaniere, il figlio di puttana con sorriso da dopobarba, membro decente e funzionante e senso dell'avventura che collimasse al meglio con ego e tare caratteriali.
Speravano che fossi più orientato ad interessare alla gente. Avrebbero tollerato qualsiasi porcheria, anche che parlassi un italiano di merda e che i miei nei cacciassero peli e siero, ma non che fossi umbratile. Se fossi stato traditore seriale, schiavo del cono palla od altro sarebbe andata davvero okay, ma umbratile mai. E che noia essere umbratile. Un po' di allegria! La vita va mangiata, divorata!
Tatuati un eroe popolare sulle chiappe o poco sopra il pacco, mostra impegno civile, non mangiare le schifezze che ti propinano, sii democratico ma fatti anche una bella vagonata di cazzi tuoi! Scrittore umbratile, ma almeno ce l'hai una casa al mare con camino per andare a fottere sotto i baffi degli angeli e per scattare almeno qualche foto?
Scrittore umbratile, quanti ti cercano? Dimostrami che sei seguito... twitter come ti va? Facebook? Hai pochi like, sei impopolare e poco tattico. Hai poco seguito, scrittore umbratile! Io sarei la tua strategia ma ora non ho tempo, ciao! Non vieni mai ai reading?
Scrittore umbratile, per chi scrivi? Come dici? Per te solo... e che significa... è finita l'era dell'autarchia! E anche quella della tristezza. Abbiamo bisogno degli altri, della democrazia ma mai più dell'ideologia, abbiamo bisogno di eroi civili che poi, quando guadagniamo o imbrogliamo, se ne stiano per cazzi loro, senza stare a rompere con il loro esempio part-time.
Guadagna bene, scrittore umbratile, scopami in una casa con il camino, altrimenti non sento Proust dentro, non sento in te la forza di Camus o del Che...
Ripeto: io ho sempre preferito la Banda Bonnot. Perché sono umbratile.

Luca De Pasquale 2016

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