23/03/16

Sogni sbagliati nello specchio


Giornata di lutto per i fatti di Bruxelles.
Televisione accesa per molte ore. Parole ripetute ossessivamente. Quelle che ricordo di più sono “barbarie”, “cuore dell'Europa” e l'immancabile overdose di “piuttosto che”.
La sera è calda, opprimente, piove. Lampi in lontananza. Tuoni che si mescolano ai rumori di quello che abita sotto, il quale -ogni sera e da diciotto anni- all'imbrunire diventa iperattivo e misteriosamente indaffarato con oggetti pesanti.
Ho le gambe indolenzite, gli occhi sono due finestre senza infissi. Come quelle delle case disabitate, coperte solo da quei teli di plastica che il vento notturno rende fantasmi in stato di danza perenne. Danza solitaria e sinistra.
Stasera le gambe mi fanno male per tutte le bugie che ho detto nella vita. Credo sia per questo. Bugie come scudi. Bugie come riflessi incondizionati. Bugie come treni per fuggire nella notte. E mi fanno male le gambe perché ricordo tutte le persone che mi sono piaciute per poco e che ho dimenticato. Mi fanno male le gambe per tutte le occasioni che ho perso e per l'altissima cifra di esitazioni intraprese con entusiasmo. Questi dolori sembrano volermi ricordare quanto e chi ho dimenticato. Quante identità sono stato e quante volte, con un metodo atroce e leggero, ho sviato. Perché mi è chiaro che per sopravvivere ho una necessità quasi imbarazzante di non finire nei quadri, nelle lettere, nelle amicizie metodiche, nei rituali di vicinanza e lontananza.
Persino nei libri. E non mi piace finire nei ricordi o nelle idealizzazioni degli altri. Se avessi una bacchetta magica, prima di infilarla in culo a qualcuno per ripicca, non chiederei di diventare ricco e famoso, ma di essere cancellato dalla memoria delle persone perse, dei luoghi inutili, delle avventure gonfiate di aspettative, delle joint venture forzate.

I miei luoghi dell'anima sono semoventi e circondati di acqua e suoni. Sono isole ufficiose. La presenza di estranei chiassosi non è tollerata. Nelle mie isole ci sono molte fontane, un museo di vento con le pareti grigio panna, e negli alberghetti dove per estenuazione vado ad innamorarmi un po' della mia vita deve esserci sempre una stanza degli incubi. Alla quale non sfuggire vigliaccamente. Una cupa pinacoteca di naufragi e polvere. Un'interruzione della memoria che sfoci in un disegno quasi puerile, uno specchio d'acqua torbida con le ninfee e forse con una Ofelia. Da non pregare mai per più di un istante da disconoscere.

I lampi si avvicinano alla mia casa, alla mia finestra, al mio destino che invecchia con me. I lampi si riflettono negli specchi tagliati che ogni giorno, pigramente, spolvero dentro me. I lampi, specchiandosi, somigliano a sogni sbagliati e troppo veloci. Irruzioni violente nelle mie stanze. I lampi della notte, questa notte, mi ricordano i libri che non ho voluto leggere. I riconoscimenti sui quali ho pisciato, ridendo come un cretino. I lampi di questa notte mi ricordano le persone che dicevano di volermi amare o di amarmi, alle quali non ho mai creduto perché preferisco il dono della sintesi alla creduloneria.
Questi lampi veloci, diseguali, spettinati e selvaggi, mi ricordano anche tutti quelli che non mi sono mai piaciuti e ai quali non piaccio. È paradossale che le persone che si sono scartate vicendevolmente finiscano per incontrarsi spesso, o addirittura per intraprendere qualcosa.
Stasera lo sento nelle gambe, che sono poche le persone che mi piacciono. È un difetto di fabbricazione. Come la tendenza alla non familiarità. So di esaltarmi nelle crepe. Nelle curve, come un incidente. I lampi mi rendono bello più di ogni vecchia fantasia e il sole certe volte, contro la mia volontà, mi fa sentire come un fiore marcio sul davanzale di una persona assente.

C'è un tipo che va a buttare la spazzatura, mentre il cielo è una tempesta di lampi, l'elettricità più assoluta nella sua forma più anarchica. L'anarchia, salvo rari casi, mi piace e mi veste meglio delle regole. Ho la sensazione, ridotto ad una mano sinistra con la brace della sigaretta divorata dal vento, che stanotte farò sogni sbagliati. Difficili come quelle languide vendette che arrivano dopo anni, dopo le amnesie, dopo gli addii.
Se scrivessi stasera sarei una merda. Una vera merda. Uno che si serve dei lampi e di quest'atmosfera da resa dai conti, da ultimo bacio caldo prima del sonno che fa male. Non si dovrebbe scrivere favoriti dagli elementi. È da codardi. Non si dovrebbe scrivere sotto lampi e mai con alle spalle le scenografie migliori. Per questo disprezzo gli scrittori a tavolino, che scrivono di grandi storie umane in pantofole, con il cazzo vuoto e la pancia piena, nella casa al mare, sapendo che il giorno dopo verrà la colf che serve tutta la famiglia.
Detesto gli scrittori comodi. Detesto chi non riconosce di aver sbagliato e spesso di essere un autentico errore in vita ed in divenire.
Stanotte sono consapevole di essere un errore che farà brutti sogni. Come tutti quelli che sono usciti dai brutti sogni e hanno cercato pozzanghere nelle quali specchiarsi per risultare attraenti, buoni, passionali, immortali grazie alle carezze.

Vado a dormire che so di fumo, come sempre, che so di me e stasera la musica non c'entra niente, come i libri, come i quadri, come la sensibilità. Stanotte vado a letto con i lampi che ballano nei miei specchi come ricordi tagliati. I lampi sono sempre un momento molto erotico, molto confuso, denso, dilatato e preoccupante come il poco tempo a disposizione per le tregue.
Infatti sogno di essere rimproverato da mio padre in quel corridoio lungo e nero della mia prima casa. Quel corridoio lungo come la mia paura di non essere il giusto errore che volevo. Un corridoio nato per giocare, usato per pensare, abbellito per invecchiarci e sopportare le assenze. Sogno mio padre che mi sgrida, poi sogno di incontrare una figura femminile non chiara, non delineata, alla quale mi avvicino, bianco come un lampo, disegnato come una comparsa.
Quando la donna sta per rispondere alla mia domanda, apro gli occhi. Il senso è quello di aver abbracciato spigoli e spicchi di vuoto, le parti non sature della notte, quelle in cui posso influire ancora con il mio sguardo, tutto lampi, tutto ombre, quadriglia di fantasmi a disagio negli specchi per quella vecchia storia dell'amore per la vita.


Luca De Pasquale 2016






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