27/03/16

Lotta di classe, Jon Anderson, Weather Report, Pino Daniele e Spandau Ballet


Nel maggio del 1985 acquistai il vinile di “Sportin' life” dei Weather Report. Solo perché mi piaceva la copertina. Cosa potevo capire a tredici anni di Weather Report? Solo in seguito, ma molto dopo, scoprii che si trattava della band nella quale aveva militato Jaco Pastorius. Comunque il disco mi piacque abbastanza: era molto diverso dalle cose che mi affascinavano di più -Spandau Ballet, Bryan Ferry, Supertramp-, ma mi incuriosiva e lo ascoltai più volte con estrema attenzione.

Esattamente tre anni dopo, forse era giugno del 1988, acquistai un vinile che aveva una copertina estremamente simile a quella di “Sportin' life”: si trattava di “In the city of angels”, il quinto album solista di Jon Anderson degli Yes. Quella volta la scelta fu più autentica, perché avevo chiesto ad Armando, il glorioso commesso di Top Music, un disco con un buon basso. E lì c'erano Mike Porcaro dei Toto e Jimmy Haslip degli Yellowjackets. Pochi anni dopo, mi innamorai della musica degli Yes, e naturalmente di Chris Squire. Però mi colpì molto la somiglianza tra le due copertine, che raffrontai più volte a casa: lo stesso azzurro di fondo, su una c'era una nave stilizzata, sull'altra un aereo. E poi figure che mi piacevano. Non mi venne in mente di confrontare l'illustratore, che più tardi scoprii essere lo stesso: Gerry McDonald, autore anche di una cover per il grande Lenny Bruce.

Erano, quelli, anni gonfi di strane speranze. Mi sembrava di avere a disposizione più di cento anni. Mi sentivo onnipotente, parzialmente depositario di chissà quali verità incontestabili, ero quello che leggeva, ero quello che iniziava a scrivere, ero quello che stava scoprendo la bellezza delle donne. Mi sentivo pronto ad innamorarmi della prima che riuscisse a rapirmi lo sguardo, ma intanto non mi innamoravo. Era bello comunque. Le serate con gli amici, la scapigliatura obbligata, la finta disperazione da posa maledetta, le prime sigarette fumate velocemente con atteggiamenti da uomo fatto, tutto si concordava, tutto risuonava in un'armonia irripetibile e principalmente poggiata sulla fantasia. Non mi interrogavo su quanto sarebbero “durati” i miei genitori. Non mi interrogavo se in seguito, nel corso della vita, avrei vinto o perso. Tutto mi sorprendeva, tutto mi incuriosiva, i dischi come le copertine disegnate da Gerry McDonald. All'epoca l'azzurro mi piaceva molto, lo trovavo un colore armonioso.
I primi segni di una vocazione all'oscurità, al transito di fantasmi, alla contemplazione della bellezza come una cera persa, li avevo di notte, durante i temporali, spesso grazie al vento forte ed inquietante. Era in quei momenti che riuscivo ad intravedere la profonda crepa nel promettente azzurro, lo stesso azzurro delle copertine di McDonald.
Fino al 1988 continuai ad ascoltare senza tregua “I'll fly for you” degli Spandau Ballet tutte le volte che una ragazza mi piaceva per qualche ora, qualche giorno, addirittura qualche mese.
Sì, ho amato molto gli Spandau Ballet. Moltissimo. Tony Hadley era così romantico ed era pure un bell'uomo, aitante e secondo me apprezzato dalle donne, dunque mi compenetravo nel suo croonerismo tanto pop. Mi sentivo un po' il Tony Hadley (ma anche un po' Cyrano) del quartiere Chiaia, avevo dalla mia la scrittura e un cuore volatile, un po' puttana, ma sincero, franco e pronto a tutto in nome della passione. E dunque “I'll fly for you” era la MIA canzone per le donne, ed anche per me stesso, in qualche maniera.
Tra il 1985 ed il 1988 mi sono sentito così forte, così stoicamente romantico, da non poter rinnegare in nessun modo, oggi, quel periodo.

L'altra sera, invece, mi sono soffermato sulla mia collezione di cd. Ho sorriso, quando mi sono reso conto di possedere l'ultima ristampa di “In the city of angels” e di “Sportin life” (chissà i vinili che fine avranno fatto), di sapere bene chi è Gerry McDonald e della sua predilezione per l'azzurro, e mi sono illuminato ancora di più quando mi sono sorpreso a contemplare una copia “deluxe” -fuori catalogo e rara- di “Parade” degli Spandau Ballet, disco comprendente l'indimenticabile “I'll fly for you” ma anche “Only when you leave” e “Pride”. Oggi ho tutto dei Weather Report, da molti anni. La musica degli Yes, con o senza Jon Anderson, è stata importante. Gli Spandau Ballet mi piacciono ancora molto. Dovrei fingere di avere solo un cuore avanguardista, progressive, jazzofilo o in qualche modo spocchioso e settario? Non ci penso nemmeno.
Se per questo, mi piacciono da morire i Kajagoogoo, incluso il disco della riformazione. I Double e Kurt Maloo. I Cock Robin e Peter Kingsbery. I Mr. Mister e Richard Page. I Cutting Crew, dei quali ho comprato il nuovo cd, dopo mille anni. Gli ABC e Martin Fry mi hanno formato. John Taylor dei Duran Duran è stato un grande bassista pop. Come Deon Estus degli Wham!. Persino i Living In The Box li riascolto, ogni tanto. I Go West, perché usavano il fretless di Pino Palladino. Ho sempre detto che i Level 42 sono stati un gruppo per me fondamentale, non faccio marcia indietro. Insomma, c'è tanto pop dentro di me, anche se ascolto in genere roba più ostica ed intellettuale.
Ho le mie dipendenze dalla deep house ambientale. Sbandate compulsive per la minimal techno. Non trovo contraddittorio ed impuro amare Mingus e i Cock Robin, i Gentle Giant e Larry Heard, il free jazz politico e Sergio Caputo. Ci sono già troppe regole in giro. Troppi caporali. Troppi spioni e troppi imbecilli. La purezza, se uno la vuole, la può trovare anche in un'abluzione intima.

Oggi mi va di riascoltare tutto. Jon Anderson, quei Weather Report orfani di Jaco, Parade degli Spandau e il fantastico secondo album di Pino Daniele, che all'epoca cambiò il mio modo di percepire Napoli ed il mio amore contrastato per lei. Quel disco è spettacolare, pionieristico, e solo chi è nato e cresciuto a Napoli ne può capire la portata addirittura sociale. Quel disco, a suo modo, mandava in culo in salsa blues mediterranea pizze, mandolini, marescialli e panni stesi. Era il disco di un vero napoletano, un uomo del Sud, con una band appresso straordinaria. Poi, e personalmente lo faccio risalire al dopo “Bonne soirée”, Pino si è perso, è diventato troppo popolare, troppo lamentoso, senza più un'oncia di rabbia addosso. Quella rabbia sociale che mi piaceva da morire. Che apparteneva anche a me, perché sono napoletano, perché sono un uomo del Sud, mezzo mare mezzo lago, fuggitivo ma non rinnegato, e sono ancora qui, tra la mia gente, a disegnare in qualche modo la mia parabola polverosa, contraddittoria e anche violenta.

Quando qualcuno tenta di rimproverarmi della mia presunta ed indigesta “rabbia sociale”, io non smentisco. Non smentisco un cazzo. Concepisco la lotta per la dignità, non quella per la ricchezza. Il concetto di “riscatto sociale” mi fa un pompino, non ha senso, non significa niente, è un alibi, è un modo per lucidarsi l'anima in pubblico, è una cosa da corrotti, da venduti.
È vero, sono nato borghese. Sono un borghese. Decaduto, ma lo sono. Ma cosa mi ha dato la molle borghesia di appartenenza? Quale spettacolo mi ha offerto? Mi ha sempre rifiutato, rispedito al mittente, negato opportunità, retrocesso nelle graduatorie di pazienza che la gente ama scambiare per destino, volontà di Dio, conseguenza di errori personali e poca diplomazia. Ora, del riscatto sociale che qualcuno mi paventa ne faccio uso come della carta igienica. Non saranno i libri e la letteratura e neanche un lavoro decente a darmi quel che voglio. La dignità non è quel che si fa e quel che si esibisce. Questo me lo ha insegnato anche il secondo album di Pino Daniele, quell'atmosfera in quel disco, quei testi sinceri. È così. È troppo tardi per me rivendicare il rientro nei ranghi nella classe di appartenenza. Quella casta, quella schiatta, non è tutta marcia di certo -solo un coglione potrebbe dirlo- ma non mi appartiene ed io non appartengo a lei. Non sono proletario, non sono un agitatore sociale, sono un fuoriuscito. Posso quindi ancora innamorarmi di tutto e di niente, senza steccati, senza regole. Non sono dalla parte dei padroni. Che esistono ancora, anzi si sono rinforzati. Sono un blue collar, uno stronzo, un illuso, uno scaracchio della classe borghese, un aborto per bene, non cerco fratelli, non cerco associazioni caritatevoli, non cerco riscatto sociale e neanche ricchezza. Chi se ne fotte dei capitani d'industria e dei grandi imprenditori, dei sognatori a tasca piena. Chi li conosce? Vorrei i loro bagni, le loro mogli, le loro barche, il loro moderato voto a sinistra o il nichilismo autoreferenziale e destrorso del benessere intoccabile? No, non voglio niente di quel che hanno loro. È ben altra la posta in gioco. Vivere o morire. Guardarsi allo specchio o scivolare nel mainstream della quiete, smettendola di camminare sotto il muro, offrendo il culo alla parte sbagliata del vivere. Quella che ci chiede continuamente di essere degni in pubblico, presentabili, rispettabili, quasi sempre autentiche merde nel privato. Spenti, senza sogni, preoccupati delle erezioni, dello scambio di favori, delle buone relazioni, del buon cibo, delle cause civili non invisibili, quelle dove il nostro fottuto nome può ben figurare nella lista in calce al documento democratico e solidale.

Come quegli stronzi che pubblicano un libro e credono di essersi affrancati dalla morte, dallo squallore, dai futuri errori in sequenza. C'è altro in gioco. È per questo che oggi, a 44 anni, in una Pasqua Biochetasi con emicrania e boxer nautici, riscopro Jon Anderson, Weather Report, Spandau Ballet e Pino Daniele. E forse mi innamoro, prima di ricadere nella routine della lotta sommersa.

Luca De Pasquale 2016










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