17/03/16

Le cose per bene


In fila in farmacia per un medicinale. Quartiere per bene, strada per bene. Io pure sono per bene. Me lo dicono tutti: “sei per bene”. Non ho mai capito cosa significhi esattamente. Che non rubo? Che non stupro? Che sono di buoni sentimenti verso i miei congiunti e gli amici? Che parlo un buon italiano e ho anche pubblicato delle cose? Che ho una buona istruzione anche se non mi sono preso il pezzo di carta utile a rassicurare i conformisti?
Sono un uomo per bene in fila in una farmacia per bene situata in una strada per bene di un quartiere per bene.
Il medicinale è per fare tanti sogni per bene di notte. Dormire è una cosa per bene. Non dormire è da demoni. Avvinghiarsi alla notte è da pazzi, da fuoriusciti. Non si fa. Non sta bene.
Davanti a me in fila c'è un uomo con un cappotto blu che somiglia un po' a mio padre. Almeno il colore dei capelli: bianco candido. E già per questo non posso che guardarlo con benevolenza. Al banco, ormai da venti minuti, invece c'è una donna molto per bene che si intrattiene amabilmente al telefono mentre cerca di far capire a gesti all'imbranata farmacista come procedere con delle prenotazioni ospedaliere.
Raffa, tu capisci... a me il teatro deve piacere, deve prendere dentro...”
Intanto, l'imbranata farmacista si sbraccia per dirle che no, quella prenotazione per venerdì non si può fare. La donna per bene dice a Raffa di aspettare un momento, interloquisce per poco con la povera farmacista, poi riprende la sua conversazione molto per bene.
Raffa, hai sentito Gianluca? Che ti ha detto della serata a Licola? Si fa... ? Spero solo che non venga quella pettegola di Romina... quella te la raccomando...”
Sono tentato di strapparle il telefono, gettarlo a terra, calpestarlo, sputarci sopra. Al telefono, a Romina, a Gianluca, a Raffa e a tutto il suo teatro del cazzo. Invece non lo faccio. Perché mi hanno convinto che sono una persona per bene. Me lo hanno detto per tanti anni e ora è troppo tardi per invertire la tendenza. Quindi, da uomo per bene, mi limito a sbuffare platealmente e a sorridere all'uomo che somiglia vagamente a mio padre.
Quando la donna termina le sue acrobatiche prenotazioni, senza mai aver concluso la sua spudorata e vacua conversazione, tiriamo tutti un sospiro di sollievo. L'uomo con il cappotto blu prende il suo posto al banco, esclamando “uanema bella” ed io sorrido, perché quell'uomo somiglia un po' a mio padre ed è davvero l'unica cosa che mi interessa oggi. Il resto, non devono rompermi il cazzo.
Poi tocca a me. Chiedo il medicinale dei bei sogni, e tratto bene l'indisponente e lentissima farmacista, perché sono per bene. Quando ho finito, le dico addirittura “grazie e buona giornata”. Ma tu vedi un po' che fesso.

Quando esco dalla farmacia, mi sembra di essere uscito da una caverna, tanto mi da fastidio la luce. Il cielo è chiazzato, come se si fosse pisciato addosso. Sul marciapiede, due persone che hanno fretta di andare a fare colazione al bar di fronte quasi mi travolgono. Non dico niente, perché sono per bene. Mi risulta chiaro che sono parecchie le persone che dovrei mandare affanculo. D'impulso farei così, senza dubbio; ma l'educazione e quella sorta di contegno “possibilista” che mi hanno tramandato mi impedisce di andare a fondo nel repulisti. Perché in fondo, anche se nel mio cuore non dispenso seconde occasioni per nessuno, alla fine abbozzo. Sono anche io un ipocrita. Non a caso sono un borghese. Anche io finisco con il pensare che non convenga dare troppo fuoco alle polveri. Forse anche io sono iniettato di sogni borghesi, il buon vivere, il buon relazionarsi, l'essere accettato -parzialmente- e riconosciuto, ancora più parzialmente.
Forse anche io cado nella trappola di giudicare le persone per l'aspetto, per i modi, per l'affinità di casta e di estrazione, e queste sono cose di merda che è difficile infrangere. Parlo più volentieri con una donna attraente che con una brutta. Parlo più volentieri con uno che sciorina un buon italiano che con qualche sguaiato dai gusti troppo semplici. Borghese, ipocrita e condannato.
Altro che visione pasoliniana. A volte cado, cado come il peggiore dei conformisti. E non me lo perdono. Poi mi distraggo, mi accendo una sigaretta e vaffanculo.

Nel quartiere dove sono nato, mi trattavano tutti bene. Perché tutti conoscevano mio padre, e lo chiamavano “professore” tra mille inchini e moine. Mi trattavano bene perché ero il figlio di mio padre, ma non sapevano che erano gentili verso uno che cresceva fuori dai vasi, fuori dalle serre, fuori dalla sua storia e forse dalle sue stesse inclinazioni. Crescevo storto e finto bello, luce e veleno, caso e caos, disordine, materia grezza, brividi di freddo, vento, musica, ammutinamento.
Sono piaciuto a ragazze e donne per bene. Ma ero già abbondantemente disallineato. Fuori fuoco. Altro rispetto alle premesse e ai desideri altrui.

E oggi cammino tra tutte queste persone educate che non fanno altro che chiedere, nel migliore dei casi, di essere sorprese e amate. La gente è così schifosamente disabituata alla devozione e all'amore da volerne continuamente dosi, quasi sempre contraffatte. Si chiede amore anche al vuoto. Al sesso, alle fantasie, alle amicizie rabberciate, stracche, persino decadenti. Ci si veste della finta comprensione altrui. Si enfatizza in modo grottesco il significato di famiglia come clan, come culla protettiva.
Io non ci ho mai creduto. Ho difeso finché ho potuto. Da bambino mi innamoravo dei panorami e sognavo di dover parlare poco. Di non dover mai elemosinare comprensione e quella parola merdosa che si chiama empatia, parola che usano tutti, come un detergente intimo.
Cammino in questo quartiere per bene con un lago dentro. Il solito lago. Acqua torbida e panorama mozzafiato su tutte le utopie. Barca bicolore e senza remi, barca con la luna dentro, a spasso su misteri, scomparse, libri a volte inutili.
Non andrei in escursione con queste persone. Non le sento fratelli. Non le sento a rischio. Mi sembrano falene notturne sotto una lampada. Falene nere che volteggiano come incubi sulla loro stessa violenza trattenuta, sui loro rancori osceni, sulle loro recriminazioni faticose da spiegare e sulle bassezze conseguenti per alzare i tacchi, le zeppe, l'asticella dell'autoconsiderazione.

Persone che rifiutano l'ideologia, ogni ideologia possibile, per abbracciare la facile religione del privilegio, del piccolo salvataggio privato, dell'amore che si vuole poetico ed invece finisce nel bidet quando ci si lava dall'altro.
Finisco con l'incrociare ancora la donna della farmacia. È ancora al telefono. Non so se con Raffa. O con Gianluca. O con chi cazzo vuole lei. Non mi attrae. Non potrei desiderarla mai. Anche se godesse in modo telegenico, senza smorfie, con quell'impostazione estatica che sembra sempre una manifestazione di fragilità da fraintendere.
La mia passeggiata sta per finire, il lago dentro è agitato, partirà un solo battello, al calare della sera. Indosserò una giacca sobria e guarderò lontano, per quel gioco stronzo della sensibilità che ti chiede sempre una postura, una curva eretta che ti stiri lo stomaco come una cravatta.
Posture e geometrie che sono poster senza sangue, a beneficio dei creduloni e di quegli imbecilli che sono estasiati dall'idea di salvarti per salvarsi.

Luca De Pasquale 2016






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