13/03/16

L'apericena democratico senza mutande


Quando ti chiedono “Come stai?”, devi sapere che in primis non se ne fregano un cazzo di saperlo; in seconda battuta, tu devi rispondere “bene, grazie”. Altrimenti loro non possono cominciare a parlare. Se non affermi di star bene, li spiazzi e li inibisci. Perché sono così fragili, così autoreferenziali, così democratici, che si sentono costretti a lasciare un minimo di spazio -in realtà vuoto e senziente, ma basato sul deserto- al tuo “non star bene”.
Sono le regole del gioco, cazzone: bon ton ipocrita per fingere lo scambio. Bon ton ipocrita senza mutande, arroccati alle proprie ossessioni, alle proprie manie. Come ricci. Come conigli che preferiscono fottersi da soli nella paglia. È davvero tutto qui.
La maggior parte delle persone che incrocio non se ne sbattono nulla di come sto. O, ancor peggio, pensano che io sono un tipo tormentato e quindi è normale che “non sto bene”. Sono abituati al mio amore irrazionale ma solido per gli spettri, per le cose e le persone sparite, per le piccole gioie incondivisibili, per le lotte che nascono dall'idea meravigliosa di aver perso in partenza.
Non vedono l'ora di raccontare, di raccontarsi, di lamentarsi. Non vedono l'ora di allacciare due o tre fili a caso alle rispettive macchine esistenziali, e perpetrare così il rituale dell'amicizia, della parentela, dell'affinità.
Ma vince sempre il deserto. Non dirselo è puerile. Vince quasi sempre il deserto, il proprio, quello altrui, quello circostante. Vince il deserto che si nega e vincono i riempitivi. Vince una simpatica superficialità che non vorrebbe fare a nessuno, ma è letale. Perché non c'è sangue, non c'è cielo, non c'è musica e la parola “affetto” somiglia ad un assorbente usato.

Così.
Così, cazzo, la maggior parte dei dialoghi che affronto, degli scambi che accetto, sono particelle di deserto che decidono di muovere qualche sonaglio, di fare saliva prima della lunga notte che ci separa sempre, quando il sole inizia a sparire. Di notte siamo soli, distanti, inconciliabili. Anche se ci telefoniamo il giorno dopo. Anche se ci corteggiamo o ci scopiamo. I dialoghi, anche quelli che sembrano profondi, spesso non sono altro che degli apericena senza mutande, armoniosi nel loro seguire l'incidere di musichette leggere e ritmiche il giusto, musichette che stemperano la rabbia sociale, la disperazione dei giorni che si susseguono diseguali e attentatori.
Quando mi chiedono “come stai?”, con quegli occhi viscidi da vermi della polvere, attenti al profilo migliore del proprio pensiero e dell'empatia universale da palesare, ho sempre l'infantile tentazione di rispondere sorridendo “e a te cosa cazzo te ne frega?”

Ancora peggio quando ascolto o leggo dichiarazioni di affetto che si poggiano sul nulla, sarebbe a dire sulle suggestioni. L'essere umano ha un disperato e comico bisogno di convincersi di volere bene anche a chi non c'è, anche a chi non ci interessa, a chi è sparito dai propri radar. Non si accetta, in fondo, la crudeltà dei cicli di vita, che esigono tagli, ricusazioni, vendette, disgregazioni, orditure buie e scomposte, tradimenti, mani al collo che seguono il rapido passaggio sui genitali.

Ho sempre avuto enormi difficoltà ad accettare il gioco degli affetti esibiti. Le vicinanze sussurrate, gli abbracci pieni di vento senza voce, le calde esclamazioni di priorità relazionale. Divento un blocco di ghiaccio scuro quando mi fanno dichiarazioni o declamano. Quando reclamano porzioni di ricordi che sono affondate come transatlantici di marzapane. Quando diventano pomposi nel rivendicare un legame ormai raffazzonato e sbiadito. Quando si pretende di far rivivere qualcosa che non è mai decollato, alla faccia delle premesse. Premesse che -mescolate come pasta colorata per bambini- hanno tutte lo stesso valore: uno zero colmo di vento. Premesse buone per un apericena senza mutande, per una serata di petting emozionale, per una foto da inserire nell'album di foto familiare, album dove mancheranno sempre le foto dei suicidi e delle sparizioni.

A parlare con le persone, sembrano tutte democratiche. Sinceramente democratiche. Non squallide, non attaccate ai privilegi. A parlare con le persone, sembrano tutti degni. Tutti affettuosi e degni. Le pagine peggiori degli individui, a quelle hai accesso quando inizi a frequentarle. Io le mie pagine peggiori le ho sempre lasciate intravedere, come ammonimento, in un mediocre tentativo di onestà. Perché sono tanti, innumerevoli, gli angoli bui del mio essere: più di quanti io stesso ne possa contare. Anche le mie migliori luci sono mescolate ad un buio primordiale e selvaggio, spietato e dalla vita corta.
Una delle stanze più buie della mia anima è quella dove sono riuscito a dirmi che non riesco ad uscire, e forse non voglio, da un approccio incompromissorio alla vita e al tempo che resta. Un approccio che prevede la crudeltà, non inflitta ma declinata, parametrata e non sadica. La crudeltà dello sguardo.
Mi sento molto più a mio agio in un disco di Juri Camisasca ascoltato al buio che in una cena tra vecchi amici che sono solo capaci di elencarsi fatti e fatterelli, liste di ex mogli e di case sfitte, liste di investimenti sbagliati e di mancate scopate con apparizioni fatali, meri elenchi di prole, di beni immobili, di interiori catafalchi democratici puntualmente con il culo zozzo e asserviti all'incoerenza schiacciante delle convenienze.

Se siamo stati parenti, lo dice l'albero genealogico. Non ho obbligo di fedeltà.
Se siamo stati amici e ora siamo distanti come finte stelle sui vetri degli asili, non siamo obbligati ad ascoltare l'orchestra della nostalgia. Non ho obbligo di fedeltà al passato.
Se un tempo ci siamo infilati le lingue ovunque, ci siamo usati, puliti, lavati, succhiati e promessi, quelle premesse e quelle promesse non sono che chincaglieria vintage. Non c'è obbligo di fedeltà per quanto si è consumato senza essere mai davvero fiamma, fuoco, incendio, persino morte.
Io non mi sento in obbligo di fedeltà verso nessuno o quasi.
Non mi faccio gestire dall'accoppiata di zoccole malinconia/nostalgia. Non vedo il bene in quel che si è perso. Non accumulo ricordi nello sgabuzzino per i pomeriggi di debolezza. Non rispetto l'anacronismo, non lo ripropongo: piuttosto lo stupro, lo irrido, me lo appendo al collo così mi danno più facilmente e più velocemente.
Gli apericena democratici senza mutande al gusto nostalgia mi fanno schifo. Non mi prendi nel vortice del “ti ho sempre sentito accanto”.
Ho il diritto di rispondere: “Io no. Io mi ero dimenticato di te”
Mi piace il buio. Il buio è un rischio. Il buio è un mio dovere. Il rifiuto è un mio diritto. Io non sono un sincero democratico. Io sono in lotta, sono ammutinato, sono infrequentabile e non nostalgico. Non scrivo per ottenere complimenti e scrollate di cannone. Non scrivo per sentirmi migliore di quel che ero. Io sono peggiorato e lo ammetto. Mi innamoro di così poche cose che sono peggiorato. E se la bellezza continua a farmi male e violentarmi, significa che amo le cose che non si sovrappongono, i piani sequenza sull'oblio, le orchestre che iniziano a decimarsi per la morte degli orchestrali fin quando, in pochi, non saremo costretti a riconoscerci per davvero. E amarci almeno un po'. Come tutti i superstiti.

Luca De Pasquale 2016

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