15/03/16

L'alias della scopata del sabato notte


Dalle mie finestre esce la voce di Alan Sorrenti. A bassissimo volume, appena percepibile. Ed esco io: giubbotto, sciarpa, cappello, sigaretta. Occhi strizzati, fessure. Sono le quattro e venti del mattino e sono stato svegliato dalla stronza di sopra che è tornata da una seratina e continua a camminare con i tacchi per casa.
Forse lo fa per eccitare il compagno. Forse ora chiudono la serata in bellezza, la classica scopata del sabato notte, un po' alcolica, saliva e stupidaggini, tutto bene, mettiamocelo dentro e poi una lunga dormita.
Il loro benessere, le loro abitudini banali, il ciclo quieto ed epicureo della loro vita si scontrano con quello che vedo dal mio balcone solitario: il vecchio del terzo piano, nel palazzo di fronte, che fuma come me e sputa continuamente a basso. Ha una tosse tremenda e, se dovessi giudicare da quel che sento e vedo, non credo gli rimanga molto tempo da vivere. I suoi polmoni saranno più fregati della mia pazienza.
La sua solitudine è totale, oscena, mi arriva come un pugno nello stomaco, perché vedo già la sua bara, i conoscenti che la portano, vedo i nuovi abitanti della sua casa, dopo la ristrutturazione di prassi. Quell'uomo lo sento già morto.
In ogni casa e condominio dove mi è capitato di vivere, qualcuno mi ha rotto il cazzo. Qualcuno è diventato un nemico. Qualcuno mi ha irritato a tale punto che poi, incontrandolo per le scale o nei pressi del portone, sono stato gentile e falso in quel modo schifoso, quella modalità che si riserva ai peggiori. Qualche volta il nemico -o l'idiota- l'ho avuto in casa, tra le quattro mura, come un parassita.
Chissà se un giorno dovrò ristrutturarmi anch'io. Io non me la infilo, una piscina nell'anima. Non mi prenoto una Jacuzzi tra testa, culo e piedi. Non comprerò spugne con gli orsacchiotti e non comporrò mai un collage di foto da mostrare agli ospiti. Se faccio il collage, se mi rincoglionisco, so che le metterò bruciate, mangiucchiate, ingiallite.
E poi io non ho mai scopato il sabato notte. È una cosa triste, scopare al ritorno da qualcosa. Suggellare. Chiudere il cerchio. Una scopata non chiude: dilata, apre, spalanca, inghiotte. Il più delle volte non ha alcun senso compiuto. Si tratta solo di ansimare in una stanza che inizia ad odorare di marmellata di albicocche e di assenza totale di ogni Dio probabile ed intelligente.

Per strada, stamattina, cambio tre volte marciapiede per non incontrare l'architetto Tito Declinoja, uno che ha il fiato di verdura e una spilla sempre appuntata di non so quale ordine, una specie di morale spa o srl nella quale non voglio avere neanche la semplice parte di osservatore.
Declinoja si accosta al bancomat ed io devio; poi rincula verso la macelleria ed io ingroppo le lenti da sole anche se piove. C'è una marea di gente che non ho piacere ad incontrare: perché non ho niente da dire e poi scambiarsi informazioni con aria assente non è un obbligo dell'era moderna, non per me.
Poi ci sono delle tipe che regalano delle bottiglie di Coca-Cola ed i napoletani di tutte le età si affannano, si picchiano quasi, per arraffarne un numero cospicuo. Manco fossero file alle panetterie durante la seconda guerra mondiale. Dì ad un italiano che qualcosa è gratis e lui si precipiterà. Non bevo più Coca-Cola da due anni. Meglio le sigarette. Quelle le mangio, le bevo e ci vado a letto. Una vecchia con occhiali tartaruga mi travolge, pur di ottenere la sua fottuta bottiglia di liquido gassoso; per evitarla, per evitare il suo ombrello e la sua religione dello scrocco, finisco proprio addosso a Declinoja, che è tornato per infilarsi anch'egli la preziosa bottiglia su per il culo.
Mi riconosce subito ed inizia a chiedermi che cosa sto facendo, dove vado, che farò sabato sera. Mi viene una specie di febbre tropicale, balbetto, non vedo l'ora di sparire, e poi quel maledetto fiato di bietole con leggero retrogusto di bresaola e Pasta del Capitano, che orrore.
Non mi chiedevano cosa faccio il sabato sera da almeno dieci anni. Io il sabato sera non faccio e credo in tutta franchezza che il sabato notte andrebbe istituito il divieto di coito. Così come quello di tenerezze a testa in giù e di petting Aperol dalle tendenze orali, così, quello eseguito giusto per contentarsi. Di domenica dovrebbero vietare l'abuso di speranze, per esempio. E non sarebbe male se vietassero, non so chi e a quale scopo, l'obbligo di familiarizzare con le “persone di sponda”, che sono un'infame categoria in transito per tutti.

Mollo con molta fatica la bietola -che mi informa di aver acquistato un biglietto per un piano solo di Keith Jarrett, io non ci andrei mai-, rifiuto con estremo garbo una bottiglia di Coca che una truccatissima rossa vuole affibbiarmi per forza, evito il venditore ambulante che mi chiama “dottore”, ma dottore un cazzo, amico, evito con forza di guardare per più di cinque secondi i manifesti elettorali di Lettieri, e non solo i suoi.
Torno a casa. E penso che ci sono uomini che hanno erezioni solo se possono ascoltare il rumore triviale dei tacchi alti, e se hanno l'opportunità di far conciare le loro adorate compagne come troie da dieci minuti, per poi farle tornare sante. Tanto, non durano più di dieci minuti. Nominano qualche santo, vengono, muoiono. Non sono mai nati, se vivono per i tacchi. Non sono mai nati, se nelle loro fantasie banalissime una donna santa e socialmente riconosciuta deve fare la troia per dieci minuti, l'apparizione delle loro fantasie adolescenziali, quando procedevano manualmente.
E magari sono quelli che si mostrano più scandalizzati e distrutti per le troppe notizie di femminicidio. Senza aver mostrato mai, per un solo minuto della loro vita, un interesse reale per l'essenza delle donne.

Arrivato a casa, mi rendo conto che la donna dei tacchi sta ascoltando delle canzoni. Delle canzoni infime, con base da discoteca e cantato in italiano del tipo “MA QUANTO AMORE HAIIIIII / DENTRO TE / DENTRO TE E ME / IL FIORE IN QUELLA STANZA VUOTA / FARAI L'AMORE CON LEI / E SAREMO VICINI IN UNA VECCHIA BUGIA”. Unz, unz, unz, assolo di chitarra campionata e solita cantante under 30 che urla. Questa è la fase della sua normalità, in attesa di uscire il sabato sera. In attesa di qualcosa che mi sveglierà, i rumori pre e post sesso del sabato notte. Il sabato notte degli inconsapevoli, il sabato notte dell'opulenza, il sabato della sconfitta del divino ai piedi del divano.
Infilo una Camel in bocca, prendo una pentola, rispolvero un vecchio disco dei Brand X e metto a ripetizione quel passaggio di “Malaga Virgen” in cui Percy Jones si dimostrava l'alter ego gallese di Jaco, linee senza tasti e senza confini, come l'educata perdizione del mio sguardo sempre insofferente.

Luca De Pasquale 2016

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