04/03/16

La disciplina libera dell'alternanza: ricordando "Easy To Read" del trio Kuhn/Humair/Jenny-Clark


Easy To Read” è il primo capitolo dell'imperdibile saga del trio composto da Joachim Kühn, Daniel Humair e Jean-François Jenny-Clark. Il primo di sette album ufficiali (più due live di stampa giapponese praticamente introvabili) che hanno seguito un loro iter di crescita e di sperimentazione, il primo passo di uno splendido trio che poi ha compiuto il suo destino con l'ultimo sconvolgente episodio, “Triple enteinte”, inciso nell'anno della morte di JF, il 1998.
Tredici anni, sette album, moltissima musica (meno di quella che avremmo voluto) e tanta di quella libertà espressiva da provocare vertigini ed incredulità.
Partiamo da un dato di fatto: una sezione ritmica così composta è oltre le stelle. In più, ricordiamo che JF era stato definito “il sogno di ogni batterista”. Ogni batterista con la mente aperta e lo sguardo alla scoperta, all'improvvisazione, al rischio. Daniel Humair è un gigante e rispondeva in toto ai requisiti richiesti; l'affiatamento con JF era qualcosa che andava molto al di là della semplice fratellanza musicale o quasi fusione sonora, era un'alchimia che si cementava e rafforzava nell'azzardo, nel rischio, nell'oltre.
Joachim Kühn, dal suo canto, è un pianista che ha sempre mescolato un'attitudine free e da corridore della tastiera ad un romanticismo che non chiedeva altro che appoggiarsi ad un contrabbasso da sogno e una batteria suonata e dominata à la Humair, appunto.
I tre, che si conoscevano benissimo da tempo e avevano chiaramente già diviso palchi e studi di registrazione, presentarono il loro trio appunto nel 1985, con l'uscita di “Easy to read” per la Owl Records, l'etichetta francese fondata da Jean-Jacques Pussiau nel 1975.
Ed in realtà sì, il trio chiedeva di essere letto, e letto facilmente; da tutti coloro che avevano due piedi nel jazz, la testa sgombra, l'amore innato per la formula del trio piano/contrabbasso/batteria, e forse la capacità di capire che si può fare free ed improvvisazione senza essere cacofonici, senza pretendere un'ortodossia della frantumazione, il disfacimento sistematico delle strutture.

La materia che Kühn, Humair e JF impastavano era volatile e densa, aerea per certi tratti ma estremamente terrena per altri; ed in questo disegno sempre in movimento la regola della disciplina libera -e liberata- veniva fuori come un tratto distintivo ed un'offerta di autenticità all'ascoltatore.

Il tema “Guylene”, che apre il lavoro, è dominato dalla presenza polipale di Humair, che sforna una prestazione superlativa ed è il vero conduttore del pezzo. Da subito Kühn (lo farà per tutto il disco) accompagna le fasi pianistiche più convulse con la voce, ma siamo in tutt'altra traiettoria rispetto ai trio di Keith Jarrett.
La title track regala una quiete necessaria dopo gli inseguimenti del brano precedente, e conferma il gran gusto di Jenny-Clark per quella caratteristica “scivolata melodica” di contrappunto che era uno dei tanti marchi di fabbrica del grande bassista francese. Armonici e trame bassistiche leggiadre consentono a Kühn di appoggiarsi; questa è la classica ballad anomala che il trio riproporrà anche nei dischi successivi, sempre a contenere la furia degli episodi più liberi (si pensi a “Ibiza Nites” su Usual Confusion, otto anni dopo, dal canovaccio simile).
Con “Habits” si torna, rafforzati, all'empatia tra composizione ed improvvisazione: velocità, incastro, una propulsione bassistica senza tregua, forse uno dei brani più “rumoristi” del loro repertorio. L'assolo di Humair ha un'estetica quasi rock ed una consistenza che carica la molla del solo di JF, breve e attraversato da quell'elettricità di timbro che tanti contrabbassisti ancora inseguono vanamente.
Con “Sensitive details” si ripropone la legge dell'alternanza, perché è un episodio il cui titolo spiega icasticamente le intenzioni. Come un intarsio di dettagli assemblati con maestria fino a costituire una composizione invece per nulla frammentaria.
Open de trio”, nomen omen, è un manifesto programmatico di libertà, carico di drammatico espressionismo. In questi undici minuti senza una sbavatura, ma volutamente non perfetti ed appunto aperti a sovrapposizioni, rifugi e intelaiature mai fisse, quadra comunque tutto e non si può che annuire, al ricordo dell'amore che JF aveva per Scott LaFaro e Paul Chambers, qui restituiti idealmente ma con una personalità ed un'autorevolezza sbalorditive.
La coda di “Open de trio” assembla scaglie di free deciso e dalle tinte cariche, ma è ancora per la disciplina dell'alternanza che si deve leggere la scelta del pezzo conclusivo, “Monday”, breve e languido, gestito da Joachim Kühn e impreziosito -in modo sublime- da JF e Humair.

Easy to read” fu un grande esordio, ad opera di un terzetto di musicisti ognuno innamorato delle doti e della musica degli altri due; anche se il linguaggio di questo trio non poteva non sfociare nell'universalità dei dialetti jazz, ancora oggi, quasi trentuno anni dopo, si ha la sensazione di un progetto particolarmente “europeo”, chiaramente non inteso come senso di limite. Un'altra importante parte di un'estetica europea ma non provinciale, considerato il background dei tre musicisti coinvolti, in grado di suonare in qualsiasi contesto. In Italia i lavori di questo fantastico trio non hanno avuto il successo che meritavano. Possiamo assicurare che si trattava di un progetto di alta classe e raffinatezza, ma non dichiaratamente di nicchia o evasivamente inaccessibile come certe opere jazz che sembrano voler respingere la fame del pubblico generico e generalista.
Forse, per citare le note di copertina di Philippe Carles, il ricorso “all'hyperswing” non era propriamente per tutti, ma la bellezza della musica era oggettiva e indiscutibile.
Anche chi preferisce il quieto genio pianistico di Bill Evans e le pagine più sottili del trio di Jarrett con Peacock e Dejohnette non potrebbe esimersi dall'amare tracce come “Easy to read” e “Monday”.
Tracce che all'epoca -avevo tredici anni- mi permisero di scovare i germi del “bassismo esistenzialista” di JF, e cioè quell'approccio mistico e sobrio che era solo suo, quella sublime e piena estetica del contrabbasso che è colore della vita e colore della musica, dunque materia del sogno. Oggi più che mai l'insegnamento di JF non va dimenticato, non solo dai musicisti.

©Luca De Pasquale 2016



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