28/03/16

La boxe di notte, annegando piano


Since I've retired, I eat less, weigh less, train less and care less.”
RAY “BOOM BOOM” MANCINI

a mio padre, ad Alexis Arguello, ad Arturo “Thunder” Gatti

Tiro a tardi. Tiro a tardissimo.
Guardando una marea di vecchi incontri di boxe, finché non mi rendo conto che siamo in piena notte e la luce fuori è di quello strano blu annegamento che costringe a dormire.
Quando guardo la boxe dimentico tutto e tutti. È un'altra dimensione, ideale, privata, orgogliosa, un mondo deciso e definito fatto di rispetto, di coraggio, di regole e tecnica, di rabbia e poesia. Violenta e necessaria poesia.
Sono un grande appassionato di boxe sin da quando ero bambino, ma mi accorgo che non lo sa praticamente nessuno. Il pugilato mi piace molto più del calcio e del tennis, che comunque seguo molto. Non l'ho mai considerato solo uno sport, per me è davvero la nobile arte.
La mia Pasqua passa così tra Roberto Duran, i fratelli Klitschko, Robert Helenius, Aaron Pryor, Sergey Kovalev, Michael Spinks, Thomas Hearns, Manny Pacquiao e mille altri. Un colpo dopo l'altro, ripercorrendo serate, nottate, l'attesa dei match con mio padre e da solo. E non scendendo quasi mai sotto i pesi leggeri, salvo eccezioni, perché mi sono sempre piaciuti i pugili giganteschi ma agili, scaltri ma piazzati.
E mi rendo conto, quando spengo la mia notte amarcord di boxe, che i pugili più amati sono stati per me una sorta d'orologio, di originale marcatempo, barriere divisorie e comunicanti tra più vasche di passato. Il Luca che amava Salvador Sanchez non era chiaramente lo stesso che impazziva per Ray Mancini. Se scavo nella memoria, mi accorgo di non aver amato solo i campioni, anzi. Ho seguito anche i losers, i casi persi, i mezzi criminali, gli sfortunati, i mercenari, quelli che dopo inizi promettenti sono finiti a fare gli sparring partner e i test “facili” dei campioni.
Non a caso, sabato notte ho seguito il match di Bjoern Blaschke, tedesco, 37 anni, contro il kazako Artur Mann, per la categoria dei massimi leggeri. Era chiaro dalle prime battute, ma già leggendo i record prima del match, che Blaschke non aveva alcuna possibilità di prevalere. Blaschke era a tutti gli effetti un test di Mann, ma io ho tifato per il tedesco fino al suo ritiro per uno strappo: Blaschke era indietro di almeno sei punti al momento dell'interruzione.

Assistere ai match di pugilato è per me un momento di pace. Un'oasi nel cemento, nella noia, nel delirio sempre meno tollerabile del calcio e del tifo calcistico. Eccezion fatta per Floyd Mayweather, che è risultato lo sportivo più ricco del mondo, non si possono nemmeno raffrontare i due sport, a livello economico. E il mondo della boxe è pieno di magnifici perdenti, di storie difficili ma spesso dignitose e vere come il calcio non sa essere da tempo.
Ricordo che da bambino mi emozionai moltissimo perché in un ristorante di Acciaroli, insieme ai miei genitori e al collega di mio padre Sidro (che era solo Sidro, il suo nome l'ho scoperto solo da qualche anno) incontrammo il manager Elio Cotena e il pugile Nino La Rocca. Solo che a mio padre non piaceva La Rocca; gli preferiva Mike McCallum e Don Curry. E anche io. Però mi emozionai lo stesso, perché ho sempre rispettato molto l'ambiente del pugilato e chi ci stava dentro, c'era una specie di sacralità in quell'universo così apparentemente lontano da me, ragazzetto di buona famiglia con il dono della favella e una strana, costante fascinazione per emisferi borderline.

Ho conosciuto anche persone un po' stupide, le quali si stupivano che amassi tanto la boxe, visto che non frequentavo palestre e non avevo mai ufficialmente tirato un pugno a nessuno. Sono sempre stato un peso medio, solo nelle estati del 1991 e del 1992 sarei rientrato perfettamente tra i supermedi ed i mediomassimi. Oggi so che praticare pugilato mi avrebbe fatto molto bene. Ma sono appesantito, fumatore seriale ed il vizio di attività intellettuali più proficue mi renderebbe ridicolo in quel contesto. Peccato.

Ho una cartella sul desktop del mio computer: l'ho chiamata semplicemente “boxe”. Dentro ci sono tonnellate di foto, articoli e link, memorabilia sul mio sport preferito. Stamattina, al risveglio, le ho viste tutte, quelle foto. Ho fatto come dopo una notte d'amore, quando sei spinto ad odorare gli abiti e le cose della tua partner. Quando vuoi ricordare, capire, trattenere.
Ogni pugile e ogni match storico, un po' come i dischi, mi ricorda momenti, fasi e pensieri della mia vita. Anche persone. Non c'è niente da fare, la boxe sarà sempre indissolubilmente legata alla figura di mio padre, l'uomo più pacifico e mite che io abbia mai conosciuto. Infinitamente più mite, gentile e aperto agli altri di me. Mio padre era un uomo buono e disponibile; molti hanno approfittato di questo ed io sono ancora qui, tanti anni dopo, a fare la sua guardia del corpo, anche e soprattutto in assenza.
Ricordo come si entusiasmava per quegli incontri che guardavamo, fumando tantissimo, in piena notte. Mia madre si raccomandava sempre con lo stesso tono amorevole, “non fumate troppo e aprite le finestre, per favore”.
Niente. Eravamo in trance, insieme. E quasi sempre tifavamo per gli stessi pugili. Ci dividemmo solo su Hagler ed Hearns: lui prese Hagler ed io Hearns. Vinse Marvin “The Marvellous” Hagler ed io sorrisi a mio padre, sconfitto.
Ho ancora negli occhi la gioia di mio padre quando Holyfield demolì Mike Tyson. Mio padre detestava Tyson, diceva che era uno sbruffone ed un teppista. Holyfield, con i suoi pantaloncini viola, fu una furia e mio padre ed io festeggiammo andando a dormire dopo le tre del mattino.

Ma il ricordo più bello di mio padre, di quelli legati al pugilato, ce l'ho in merito alle sconfitte che misero fine alla carriera di Ray “Boom Boom” Mancini. Assistemmo infatti alle quattro pesanti sconfitte che spinsero Ray a ritirarsi, le due con Livingston Bramble (che odiai) e quelle con Hector “Macho” Camacho e Greg Haugen. Ero affranto. Adoravo Mancini, era un pazzo, combatteva senza guardia, sembrava fottersene completamente delle conseguenze. Mio padre, dopo la sconfitta di Ray con Haugen, vedendomi tristissimo mi posò una mano sulla spalla e disse: “Non ci puoi fare niente, Mancini è uno che rischia troppo. Per questo perde!”
Già, papà. Già. Lo so.

Luca De Pasquale 2016

Arguello-Escalera

Bjoern Blaschke






Manny Pacquiao

Michael Spinks

Michael Dokes

Oscar De La Hoya



Robert Helenius

Roberto Duran


Salvador Sanchez

Sergey Kovalev




Vitali Klitschko VS Briggs

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