06/03/16

Area, Napoli Centrale, classe 1972 e un po' di intransigenza


Il rock italiano degli anni settanta, il rock e anche qualcosa più pop, è stato ed è ancora una delle mie grandi passioni.
Arbeit macht frei” degli Area è uno dei dischi più importanti della mia vita, così come l'omonimo dei Napoli Centrale, che all'epoca mi folgorò e resta uno dei capisaldi mai rinnegati.
Quei dischi grondavano creatività, coscienza civile e artistica, zenit di una scena brulicante e sanguigna, ed io ero come soggiogato dalla voce di Demetrio Stratos, dalle geometrie ardite e ritmiche degli Area; ero allo stesso tempo innamorato della voce sgraziata e splendida di James Senese, il suo sax lancinante e coltraniano, la batteria chirurgica di Franco Del Prete e il basso pulsante, denso e scuro di Tony Walmsley.
La voce di Senese in “Viecchie, mugliere, muorte e criaturi” è sempre stata uno scossone allo stomaco, all'intelligenza, alla lucidità di pensiero. Sono cresciuto con questi due dischi enormi ed irripetibili, mi hanno predisposto ad altri ascolti, hanno spianato la strada ad un desiderio di approfondimento che non mi ha mai abbandonato.
Napoli Centrale” uscì nel 1975, “Arbeit macht frei” era stato pubblicato due anni prima, io avevo solo un anno, non potevo sapere: ma un giorno avrei conosciuto, sarei stato fortunato.
Sono due dischi che si possono accomunare per la forza d'impatto sulla scena italiana, da sempre troppo indulgente verso le sdolcinatezze pop, per sua stessa formazione troppa attenta alla melodia e in fondo poco propensa alla destrutturazione e all'iconoclastia, caratteristiche queste che possiamo trovare in entrambi i dischi di cui parlo.
L'eco dei Weather Report era presente tanto negli Area quanto nei Napoli Centrale, così come altre influenze, ma sarebbe riduttivo dire che queste due grandi band irregolari abbiano offerto qualcosa di seppur minimamente derivativo. Erano rivoluzionarie a tutti gli effetti, di certo molto più del movimento prog cui sono state annesse in parte e con una certa faciloneria.
Trovo ancora oggi gli Area più assimilabili al Rock In Opposition, e i Napoli Centrale al jazz-rock più nobile che spopolava oltreoceano in quegli anni fantastici.
Vero è che Patrick Djivas passò dagli Area alla PFM, vero che alcuni dei musicisti orbitarono sia pure trasversalmente nel movimento progressivo, ma è troppo limitante delimitarli in quella scena.
Grazie a questi due gruppi giganteschi, ho iniziato a scolarmi tutto il rock italiano che potevo in qualche modo considerare parte integrante di quel magma creativo e ribelle, finalmente di rottura, e che si stendeva davanti a me vasto, frammentato e travolgente, seppure in ovvio ritardo anagrafico.
E così sono arrivati i primi dischi di Eugenio Finardi, gli Stormy Six, il pop rock amaro e cinico di Alberto Radius, Osage Tribe, Il Volo, Libra, Cervello, Esagono, i primi del grande Alan Sorrenti, Claudio Rocchi, Andrea Tich, quasi tutti i titoli del catalogo Cramps (compreso il munifico lavoro solista del leggendario contrabbassista Fernando Grillo), la fusion tecnica del Baricentro e dei Nova, insomma mi nutrivo, ma tutto nasceva da quei due dischi meravigliosi.
Ieri ho riascoltato “Arbeit macht frei” e mi sono venuti i brividi, proprio come ai primi ascolti. Oggi tocca all'esordio dei Napoli Centrale; non mi è difficile sentirmi come un ragazzo che scopre un filone aureo e non sa bene da dove cominciare.
Giorni fa ho riascoltato anche il primo disco dei Libra, che trovo estremamente intrigante, un po' prog e molto funky, con il notevole basso di Dino Kappa e le declamazioni in romanesco di Federico D'Andrea, morto prematuramente a trent'anni, investito da un'auto.
E penso a come sono arrivato a scoprire, tramite l'amore per il gruppo Raccomandata Ricevuta Ritorno, che è stato Nanni Civitenga a suonare il basso nel clamoroso pezzo di Ennio Morricone che apre “Un sacco bello”, ricalcato sul seminale “Traintime” scritto dal mio amato Jack Bruce con I Cream.
Trovo sia impossibile fermarsi, con la musica. Insisto sul concetto, dev'essere una ricerca continua, affannosa e felice, sempre con lo stesso entusiasmo di un tempo, sempre con la stessa fame. Per questo faccio tanta fatica a confrontarmi con chi definisce i generi e ne classifica data di nascita e di morte, chi ti dice che dopo è morto tutto, ma non riesce ad approfondire veramente il prima. Gli anni settanta, anche in Italia, sono stati una fucina di talenti e di piacevolissime sorprese.

Non credo lavorerò più in un negozio di dischi, almeno allo stato attuale delle cose. C'è troppa decadenza in giro, pressapochismo e sodomia mentale, ed è deprimente assistere all'estinzione di un mercato che è stato cultura ed è stato distrutto dalle case discografiche, dagli idioti che ci lavoravano e dalla pigrizia sconsiderata dell'utenza media, laddove per medio si intende superficiale. La mancanza di coscienza crea medietà, allineamento del gusto, dipendenza da modelli già confezionati; invece l'eccessivo personalismo -come l'incapacità di avere una visione collettiva e anche storicizzata- non fa che favorire la dispersione delle inclinazioni e attizza atteggiamenti da santoni isolati che non servono a un cazzo, oggi più di ieri.
Devo dire che tutto quel che conosco e che amo, negli ultimi anni di lavoro, non mi è servito certo per fini commerciali, e così non doveva essere, era tutto troppo annacquato per essere diverso.
Sono soddisfatto di aver fatto conoscere qualcosa di buono a chi si fidava di me, persone che ancora oggi sento e frequento, sono soddisfatto del confronto e dello scambio, ma oggi vendere dischi non è più un mestiere e probabilmente non lo sarà mai più.
Ho venduto dischi sotto padrone. L'ho fatto per ragioni alimentari. Non mi sono mai sentito uno schiavo e lo so che ero incoerente, a lavorare nella grande distribuzione. Ma non potevo andare a scippare vecchie per la strada, no?
Ho una visione vecchio stampo, intransigente, del negozio di musica. Non mi farebbe piacere avere tra i coglioni in negozio gente che mangia panini e slurpa cocktail. I posti alla moda mi fanno venire l'orticaria e la tuttologia comunicata con leggerezza è peggio della clamidia dopo una sveltina compulsiva. La simpatia non deve venire prima della competenza, e non è affatto detto che un disco possa piacermi di più se gusto un meraviglioso aperitivo e ho la chance di guardare il culetto dentato di una starlette quartierale. I dischi sono dischi, gli aperitivi sono aperitivi, i culi sono culi. Punto.

Trovo detestabile, inoltre, che anche la musica per molti debba ora rientrare nel volatile catalogo delle “cose che spensierano”. Conosco parecchi ferventi -e contraddittori- sostenitori dell'idea reazionaria che vorrebbe la musica migliore se priva (o privata) di qualsiasi connotazione intellettuale o di coscienza. Non pensate che ne abbiamo avuta abbastanza di musica per andare meglio in bagno o scopare meglio? Non pensate che la degenerazione della lounge e di certo finto jazz-carta-da-parati abbia fatto sufficientemente danni nelle menti addormentate ed impaurite che nella leggerezza scrutano antidoti inesistenti? Attenzione però al rovescio della medaglia: l'intellettualismo vacuo e “personalista” nella musica finisce per avere la stessa faccia degli indecorosi talent e music fuckscouting in giro.
Iniziamo a riscoprire le pietre miliari. Senza essere didascalici. Senza la dittatura della nostalgia, che è un po' patetica. Quella che fa trionfare cloni di cloni di cloni nell'editoria, nella musica, nello spettacolo in genere. Prendiamo atto che all'epoca di “Arbeit Macht Frei” e del primo Napoli Centrale c'era da capire, da lottare, da creare, e anche se quelle emozioni a qualcuno possono sembrare un po' ingenue, passatiste e superate non importa. Quei dischi, quell'utopia già incendiata, ci ha spianato la strada. Non fa niente se ai lati della strada c'è troppa spazzatura e gente che ha paura, e con la paura si da via il culo. Non fa niente. Non importa come andrà a finire. L'importante è provarci, ed essere in coscienza. Basta questo.

Infine, una piccola annotazione per quel conoscente che mi ha detto di non contemplare “il cantato in italiano o napoletano”; la trovo una limitazione piuttosto demenziale.
Non si vive di solo gusto patriottico, certo, ma nemmeno di esterofilia.

Luca De Pasquale








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