15/02/16

"UNISON" e "SOLO": l'eredità solista di Jean-François Jenny-Clark




La musique n'est qu'une partie de ma vie, en écouter est fondamental, en jouer l'est moins”
Jean-François Jenny-Clark, “Jazz Magazine”, Octobre 1988

Jean-François Jenny-Clark non era semplicemente un contrabbassista. E non solo un musicista. In tutta la sua musica si esprimeva un senso innato di libertà, di ricerca, di rigorosa e al contempo avventurosa fedeltà all'espressione. JF, come veniva affettuosamente chiamato, ha portato il contrabbasso in un territorio altro, aderente sì (e per fortuna) alla realtà terrigna dell'incisione, della collaborazione, ma splendidamente proiettato in una dimensione quasi trascendente dello strumento e del suo spazio.
Unison”, uscito per la CMP Records di Walter Quintus nel 1987, è esemplare in questo senso. In questo lavoro seminale, JF afferma una volta di più e ancora la sua unicità, la sua dirompente forza espressiva, la scelta valoriale di una ricerca sul suono del suo strumento ma anche superando, e di molto, tutti i luoghi comuni in materia di dischi di solo contrabbasso.
Unison è un lavoro pregevole e, se vogliamo, per nulla ostico, anche per chi si può terrorizzare pensando ad un'ora di contrabbasso in solitaria (fatta eccezione per i contributi di Joachim Kühn e Christof Lauer e per le pregevoli coloriture elettroniche del boss della label Walter Quintus). “C-maj” è ad esempio un episodio di poesia sonora, con una doppia linea strumentale sovrapposta e con un suono di una bellezza quasi angosciante. “Legato” restituisce all'archetto una valenza sperimentale che troppe volte è stata dimenticata, in favore di esibizionismi swing di vacuo virtuosismo. La liturgia contrabbassistica di JF è un appuntamento con l'anima che non può andare disatteso, allora come adesso.
Il suono -in questo disco come sempre- è teso, denso, forte e debitore di un ineludibile ascolto del silenzio da parte del musicista francese.
Jenny-Clark è stato sempre capace di produrre un suono avvolgente, a volte quasi “tondo”, ma anche spezzettato, indefinito, frenetico, torrenziale.
Ha portato avanti una densità bassistica antitetica rispetto ad altri contrabbassisti leggendari come Ron Carter e Niels Henning Øersted Pedersen, maestri di un suono maestoso ma non altrettanto a loro agio con quell'arte di saturare il silenzio tipica di JF. Il quale definiva le possibilità del suono stesso con una bellezza insieme logica ed imprevedibile.
Motion” è in questo senso un episodio meraviglioso, la cui coda non ha nulla da invidiare alle migliori pagine dell'Ecm: ma anche qui si ripropone la dolorosa bellezza insita nella musica di JF.
Scott” è un brano intenso -anche qui con linee di contrabbasso sovraincise alla perfezione- che richiama in maniera personale LaFaro, “Zerkall” è in compagnia del vecchio compagno Joachim Kühn, con il quale il feeling è sempre evidente e l'interplay straordinario.
Nel brano che dà il nome all'intero lavoro, compare quello che, a detta di JF, era uno dei suoi sassofonisti europei prediletti: Christof Lauer. Questa traccia è la più “veloce” del disco, e fa sorgere un rimpianto: peccato non aver potuto ascoltare JF con Lauer in quartetto (nei primi ottimi album del sassofonista tedesco suonavano due contrabbassisti eccellenti e diversissimi come Palle Danielsson ed Anthony Cox).
Ozone” è l'ennesimo pezzo di bravura, nel quale si può ammirare l'eleganza dell'improvvisazione e la dimensione assolutamente concettuale del contrabbasso di Jean-François Jenny-Clark. Qui siamo al climax della frammentazione spazio-temporale, all'esasperazione ambigua (linee asfissianti e digressioni aeree) di quel luogo infinito che è la potenzialità della musica. JF in “Ozone” è tanto impressionista quanto espressionista, è braccio dell'arte, sfida e abbraccio al silenzio, dichiarazione d'esistenza, umile manifestazione di un artigianato stellare, cupo e sognante, completo, fondo.
Da quando il disco è uscito, ho sempre pensato che “Ozone” potrebbe essere la colonna sonora di dimensioni inimmaginabili, di strade lattee, di caverne di vento, di assenza che si riflette sul suono. Come se JF, così umile e privo di quell'arroganza sterile troppo spesso dipinta sui volti dei musicisti, volesse dirci e anche dirsi che l'esplorazione è destinata ad un infinito folle e disciplinato, che non si autocontempla e non si rimpiange nella sua stessa sorprendente manifestazione.
In definitiva, su “Unison” si può dire che è il lavoro “aperto” di un musicista aperto, e che l'ascolto non si può dire concluso a distanza di ventotto anni.
Va dato merito anche a Walter Quintus di aver creduto ed investito in quello che considero come uno dei più bei lavori di contrabbasso solo di sempre, di certo il mio preferito.


Solo” è invece un documento preziosissimo, registrato al famigerato Festival del Contrabbasso di Avignone nel 1994. Questo cd dalla copertina elegante e misteriosa, apparso come un miracolo per l'interessante label La Buissonne, è un modo per non dimenticare la portata solistica di JF, ed è appunto un documento che ogni giovane contrabbassista dovrebbe ascoltare lungamente, con grande attenzione. Va anche detto che in questa meraviglia la potenza del contrabbasso è in piena luce: legno, certo, ma con una sua incantata elettricità. Nessun basso elettrico fretless potrebbe raggiungere la stessa profondità esibita da JF in questi due lunghi frammenti improvvisati, icasticamente denominati “Concert” e “Rappel”. Sì, in assoluto, una chiamata sobria e definitiva verso il gigante del jazz, lo strumento che Jean-François Jenny-Clark conosceva e padroneggiava totalmente, in modo così totale da non apparire mai totalizzante e fine a se stesso.
I trentotto minuti di “Concert” scivolano via come se fossero cinque, in un rispettoso silenzio della platea e con una magia irrinunciabile: il suono delle dita di JF sulle corde. Si alternano fasi liriche e via via più ostinate e quasi claustrofobiche, il musicista francese sembra quasi arrampicarsi sullo strumento e poi sottometterlo, salvo lasciargli il proscenio con quell'atteggiamento tipico dei grandi, che danno l'idea di ringraziare il proprio strumento per il viaggio e per l'unione.
JF procedeva effettivamente all'unisono con il contrabbasso, ma coltivando l'indipendenza dell'artista che esplora il linguaggio e non dimentica l'esistenza di se stesso, dell'altro e dell'ascolto, il proprio e quello altrui.
Ed io dico, convinto da tanto tempo, che amare Jean-François Jenny-Clark non è amare solo un musicista, uno dei più grandi contrabbassisti di sempre: è un modo di vivere, di sentire. È, a conti fatti, contemplare l'esistenza del suono, dello strumento, dello spazio, del tempo, del silenzio e dell'attimo che finisce senza finire mai.
Come l'eredità che ci ha lasciato JF, un esteso incanto, un campo aperto, una cattedrale di suono e bellezza.

©Luca De Pasquale, 2015













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