04/02/16

Occhi di ruggine


L'ingegnere Apollonio Martinetti mi ferma per strada. Non mi concede neanche il tempo di salutarlo, che già attacca a parlare del figlio che ha fatto strada e fortuna in America. Lo racconta con orgoglio e forte salivazione. Il suo entusiasmo è incontenibile, come la mia noia. Se suo figlio lavora a San Diego, a me cosa cambia? L'unica differenza è che lui sarà uno schiavo del reddito e della realizzazione, io resto schiavo di una realtà disaggregata, fatta di affitto in ritardo, di bollette, di castrazioni intellettuali inevitabili.
Ma Apollonio Martinetti è fuori controllo, e a me tocca ascoltare tutta la fuffa sulle grandi vittorie del figlio capitalista illuminato, accumulatore a lunga gittata, portafoglista, internazionalista della sua borsa. Mi rifugio nella sigaretta. Arriva un ragazzo senegalese con dei braccialetti di panno e Martinetti lo sfancula. Non siamo a San Diego, niente Senegalese Dream, a lui piace solo l'American Dream via skype. Per me American Dream potrebbe essere una marca di profilattici alla senape per un frizzante sesso orale ante autodistruzione.

Al telefono, il parente anziano di turno mi fa una predica su cose come la speranza, la fedeltà ai sogni, la riconoscenza per il dono della vita. Io allontano la cornetta. Non accettavo questa merda a venti anni, figuriamoci dopo i quaranta. Il parente anziano si sente la verità in tasca e forse il fiato della morte nelle ossa. Sta cercando di guadagnarsi una qualche salvezza. Sventato. Folle. Anni fa questo parente anziano mi disse di credere in Berlusconi ed io ridussi le mie visite da una ogni tre anni a zero per sempre. Ora il parente anziano crede in Renzi. Io no. Non solo non ci credo, ma lo inserisco nelle immagini da rispedire al mittente, foss'anche il solo tubo catodico, quello che non esiste più.
Il parente anziano ha messo da parte dei soldi per i figli, ha fatto il gruzzoletto ed ha acquistato tre appartamenti per prole e consorti. Quindi si sente realizzato. Il parente anziano ha sempre guardato solo ai cazzi suoi, come la maggior parte delle persone che conosco, incapaci di andare oltre una solidarietà moderata e di facciata. Uno che passa da Berlusconi a Renzi è pazzo. Uno che non fa altro che consumarsi per accumulare è un'anfora vuota, o forse un pitale. Non abbiamo niente in comune. Mi sento estraneo, disgustato, assente. Ci stiamo facendo fottere in due modi diversi, solo che io ho meno obblighi di lui. Uno di questi è non ascoltare le sue patetiche cazzate.

Celestino invece vuole parlare di letteratura con me. Ma non io con lui. I nostri gusti non collimano. A lui piacciono i romanzi di formazione dei giovani scrittori. Li trova uno specchio dei nostri tempi. Io sono pieno di pregiudizi e non mi interessa leggere un romanzo di formazione scritto da un venticinquenne o da un trentenne. Spocchia anagrafica. Finiti gli imitatori dei cannibali, che infilavano cazzi e decapitazioni ovunque, oggi siamo nell'era della nostalgia e dei grovigli psicologici. Preferisco un film con Renzo Montagnani.
Quello che leggo in molti scrittori coetanei o più giovani è solo una smania incontenibile di esserci e di farsi apprezzare. L'ossessione neanche nascosta per una gratificazione estesa. Non c'è più neanche l'utopismo, si comincia direttamente a tentare la strada intellettuale senza mutande. Pronti a tutto. Triangolazioni, lappate, provocazioni vecchie di quarant'anni in salsa moderna, prese di posizione generaliste per attrarre insicuri, indeterminati, demagoghi, dogmatici rimasti orfani. Celestino ci resta di merda che non ho letto nessuno dei suoi “sette libri del mese”. Dovrei sentirmi in colpa? Avrei dovuto prepararmi adeguatamente per la sua telefonata.

Ma Celestino mi parla anche di problemi personali, sentimentali. Incontra solo donne che gli chiedono autorizzazione a fargli del male. E lui accetta sempre. Credo che Celestino sopravvaluti la portata spirituale dei coiti, dell'orgasmo e delle promesse. E anche delle serate allegre. Ho incontrato un mucchio di donne che mi chiedevano se volevo farle soffrire, ma io mi rifiutavo, candidandomi dunque a diventare parte lesa, nella mutazione ebete da predatore a capro espiatorio. Ma non consentivo neanche quello. Consento e permetto poche cose.
Non sono neanche un idealista. Non lo sono. Sono un rapace appollaiato su un nascondiglio che in realtà non esiste. Sono un cacciatore di specchi, più che di parole. Ho perso tante volte e mi sono incattivito con le immagini riflesse, le mie in cima. Mi piace viaggiare con addosso la ruggine del tempo. Mi piace passarmi la mano nei capelli nei vagoni sporchi dei treni della sera. Mi piace interrompere la lettura di libri se qualcuno mi guarda.
Scrivo e dopo sono più forte e più debole. Spossato per un po'. Fatto a brandelli dalla sola azione di essermi seduto e aver tentato una via d'espressione. Mai la scrittura come fascino. Mai la scrittura come arpione. Semmai come gancio da mattatoio. Se scrivo come voglio, dopo sono un fantasma e vago per la notte, per le case, per i capelli della gente, nei luoghi dove i miei cari si sono dati alla fuga, faccio il fantasma sui palcoscenici degli affetti che hanno rassegnato le dimissioni.
Sono un uomo di vento, non saprò mai che valore darmi. Sono una fontana che diventa secca se qualcuno mi lancia dentro la moneta. Io non porto fortuna così come non porto lutto. Sono al centro della notte, testimone, esule dalle aspettative altrui. Se scrivo, caccio ruggine, veleno, una scia di profumo che esiste solo per alcuni istanti per poi disperdersi.

Hanno tentato di insegnarmi che il vero incanto è la conquista. Ma io non ci credo.
Hanno tentato di convincermi circa la superiorità della semplicità sulla complessità, da un punto di vista razionale ed utilitaristico. Io non ci credo.
La complessità è la mia Cadillac cromata. Sceglierò dove andarmi a schiantare, con quale miraggio d'amore nel cuore, con quale idea della libertà e del cambiamento. Non credo in nessun Dio, non ci riesco. Credo nelle tappe. Nei precipizi. Credo agli equilibristi, dopo una certa ora. Credo che la musica sia la culla, ci credo ancora. A volte la culla è stretta, altre troppo larga, confusa, stordente. Nella culla cerco familiarità impossibili. Accorcio le distanze e predo specchi. Non mi conosco. Non conosco veramente i miei occhi. Mi interessano troppo quelli degli altri, anche se non sembra.
Celestino non trova un buon interlocutore. Peccato.

Luca De Pasquale, 4 febbraio 2016

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