07/02/16

Marchette e differenze


La maggior parte delle nostre relazioni sono coatte.
Familiari, parenti, correlati, spesso persino gli amici: sono tutte vicinanze che non abbiamo scelto. Che ci ritroviamo e che cerchiamo di gestire. I risultati sono sovente catastrofici, con blackout, ripicche, costrizioni, noie assortite, chiarimenti e sopportazione implosiva.
Sono sempre stato consapevole di questo. Lucido fino alla crudeltà e anche oltre. Poniamo il caso degli amici: quante volte dovremmo ammettere che non li scarichiamo per fedeltà ai ricordi, a quel che è stato, a quella vicinanza che è ormai sbiadita da anni? Perché sappiamo benissimo che il corso della vita allontana. Questione di contesti di vita, di ambiente domestico ed anche esterno, di aspirazioni, di delusioni, di possibilità economiche, di abitudini. Eppure ci intestardiamo ad aspettarci da vecchi compagni quello che ci offrivano un tempo in termini di empatia, di comprensione e di sostegno. Io ho smesso quasi subito di ostinarmi in questa fedeltà scentrata, atemporale e anacronistica. Ho sempre preso atto che certi rapporti promettenti e sinceri per il tempo che lo sono realmente stati erano destinati al naufragio. Così come è praticamente impossibile ricreare la stessa magia con una persona che abbiamo amato e che forse ci ha amati, allo stesso modo recuperare amicizie già svanite -anche se non nominalmente- è più o meno un suicidio emotivo.
Basta saperlo per evitare di rendersi ridicoli e patetici. Occorrerebbe il buon senso della dolente consapevolezza, invece di continuare a professare il verbo della vera amicizia.

Collegato a tutto ciò è il senso della trasformazione, delle cose che cambiano, delle situazioni che si rovesciano, e del massiccio egoismo di cui ciascuno di noi è ben equipaggiato. Alte e basse fortune non creano un buon caffellatte, è come un bicchiere di piscio nel quale ci infili un seltz. Gli elementi non si mischiano, anzi vanno in conflitto e l'odore è davvero nauseabondo. C'è qualche vecchio saggio che sostiene come misurabile l'amicizia secondo principi di tolleranza: “accettare i difetti” sembra essere conditio sine qua non per proseguire felicemente una relazione amicale. Pia illusione.
Non mi piace pretendere che gli amici, quelli già ectoplasmi e quelli ancora in pectore, accettino i miei difetti. Mi sentirei un coglione. Non lo chiedo e non lo offro. Mi piace più l'odore della notte ed una sciarpa sulla bocca. Da soli, certi della velocità del transito e del dolore insito nella stessa stravagante aspirazione di portarsi a termine con qualche successo.

Per mantenere buoni rapporti con il mondo, la gente fa marchette. Anche se sono solo marchette di pazienza, sono comunque una merda di valore assoluto.
Le faccio anche io. Infatti mi disprezzo, quando me ne rendo conto. Faccio finta di non voler infilare una mazza da baseball nel culo del mio vicino. Fingo di augurare il meglio a persone che mi hanno deluso e che si sono rivelate per quello che erano, pure e “disaggradevoli” (mi si passi lo svevismo, amo troppo Svevo per rinunciarci) contingenze. Sono costretto ad astenermi dal dichiarare, pubblicamente e privatamente, che quello scrittore è un leccaculo, che quell'editore è un boia, che quel giornalista è un venduto di merda. Evito, ad esempio, di dire che i gusti popolari mi fanno orrore, perché sono consapevole di passare per uno snob che poi dove se lo appoggia? In culo me lo appoggio, signori. Come tutti. Il sistema cieco, monotono e falsamente emotivo ci sodomizza a turno e senza neanche godere, un po' come faceva Zeus, che arrivava qualche ora dopo il suo cazzo divino. Rispetto ad una macchina che ci divora utilizzando morali plastificate ed usa e getta, individualismo ignorante e senso dell'accumulo come rivalsa, siamo tutti degli straordinari pezzenti in guerra tra loro.

Se a breve pubblicassi un libro nuovo, tornerebbero i complimenti ed i sorrisi. Trovo quest'abitudine di salire sui carri (anche piccolissimi e non predisposti al trasporto di più anime) come una delle forme più umilianti che l'essere umano decida di palesare in pubblico. Ho cercato di fare meno marchette possibile nella mia vita, ma non posso dire di essere pulito. A modo mio ci ho provato anche io, a farmi accettare, inserire e benvolere. Anche se sentivo puzza di merda da chilometri. Pure a me è piaciuto leggere il mio nome su copertine rilegate, su liste aziendali di promozioni, eccetera. E quando provavo quel sottile brivido di piacere sotto i testicoli ed in bocca mi facevo schifo, schifo davvero.
Sono stufo di parole come “riscatto”, “sfida”, e persino “vendetta”: ma de che, con chi, perché? E poi riscatto da cosa? Dalla confusa misericordia della nascita? Riscatto perché uno non è nato benestante ed ha avuto porte in faccia per eccesso di carattere? Ma allora non serve un riscatto, se riscatto significa finire confezionato e profumato nella bocca di qualche influente bastardo e smistatore di notorietà.

In sere come queste, che promettono pioggia e offrono solo vento mezzo caldo e mezzo umido, non si può far altro che ridacchiare per il giusto assioma opposizione=sconfitta. Senza vittimismi, senza verità sommarie, senza quell'ingenuità più laida delle lenzuola di un albergo ad ore. Basta con questa storia della naïveté, chi ci si nasconde dietro andrebbe stanato e ridicolizzato. Magari con un selfie. La gente oggi ha uno strano concetto del disonore, legato quasi sempre alle apparenze e mai all'anima. Dell'anima non frega niente a nessuno, anche se la parola è abusata nei libri, nelle dichiarazioni spontanee a favor di telecamera o telefono.
Napoli stasera è un fiume notturno di silenzi tremolanti come i lampioni, è l'istantanea che ne ho io da qui, fari di auto che lasciano scie rosse ed arancioni, fogliame che danza prima di cadere, il pezzo di Erik Truffaz che mi invade più di una mania e mi spinge contro il muro come una preda da scopare e dimenticare. Da usare come un passatempo, senza santini in tasca, senza patetiche annunciazioni di originalità, creatività e merito. Senza, e di questo sono grato, lasciarmi il tempo di sciorinare tutto il repertorio consolatorio circa amici, fiancheggiatori, estimatori, amori sommersi o soffusi di quel dolce niente che è la nostalgia per ciò che non è accaduto.

Una mattina ti svegli. Ti accorgi che in bocca hai un sapore strano. Qualcosa che ti fa pensare al veleno. Alla notte. Alle infinite bugie della prosecuzione a fari spenti, la postura emotiva della non compromissione. Ti svegli e ti rendi conto che a breve inizierai a vantare le tue passioni, i tuoi amori, le tue relazioni, perché è così che si fa. Possibilmente senza compromettersi la sopravvivenza. Dunque, non disturbando chi serve o chi ci è vicino.
Ma chi ci è realmente vicino? Urliamo tutti quanto ci amiamo e ci stimiamo, ma è un torpedone di fantasmi che porterà su una crudele spiaggia invernale, dove ci spolperemo per assurde lotte di principio e di affermazione, per vendetta, per eccitazione, per squallore.
Le vere presenze sono pochissime. Valgono oro e non vanno sbandierate. Altrimenti è meglio coprirsi la bocca con una sciarpa, odorare la notte ed usare un pezzo di Erik Truffaz per drogarsi.
Dopo troppe mattine e troppe domande, ho sancito il divieto di santificazione. Rispetto a tutto ciò che mi riguarda, certo, ma esteso anche a quello che non mi appartiene e non mi interessa, che non mangerò per infilarmi in un vivere più carico di promesse.
Stasera, con questo vento che delude senza il temporale, mi ripeto ancora una volta che nessuno sarà accettato per nostalgia, per rispetto del passato, per legame coatto. Il domani da bruciare è troppo veloce per esitare, per girare sempre nello stesso quartiere, sotto gli stessi lampioni.
Uomini veri, farfalle condannate o spettri, l'unica certezza è il tentativo, non i movimenti atti a generarlo.

Luca De Pasquale, 7 febbraio 2016

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