19/02/16

Labbra deserte (quanti sei e quanti nove)


Cosa è venuto prima, la musica o la sofferenza? Ascoltavo la musica perché soffrivo? O soffrivo perché ascoltavo la musica? Sono tutti quei dischi che ci fanno diventare malinconici?”
Nick Hornby

Vado in una casa a periziare dei vecchi dischi jazz. Mi hanno chiamato per interposta persona, conoscenze di conoscenze. Ci vado vestito casual ma non trascurato. Professionale, tranquillo. Non mi spruzzo spray alla menta in bocca per celare l'abuso di nicotina, mica vado a scopare. E così mi ritrovo in casa del solito professionista annoiato e “modernizzato” che si vuole disfare dei suoi dischi. La moglie, una donna gentile e un po' sfiorita, mi offre il caffè ed io accetto subito. Ogni caffè è veleno ma è anche la prenotazione della prossima sigaretta. L'uomo è cordiale ma molto distaccato. Dice che si ricorda di me, di quando lavoravo nel negozio di dischi. Mi viene un crampo allo stomaco e un sottile senso di nausea. Mi chiede informazioni su alcune persone che lavoravano con me e gli rispondo cortese ma gelido che non so nulla, che ho perso i contatti; gli faccio capire che non va trascurato l'aspetto principale, e cioè che non me ne fotte niente di ricordi e persone sbiadite.
Il tizio mi fa un lunghissimo discorso circa il motivo per cui vuole periziare e poi vendere i dischi. I soliti motivi. Lo spazio mancante, il cambiamento di gusti, l'avvento della musica liquida. Mi annoio da morire e voglio fumare, fumare forte e selvaggio. Come Gainsbourg. Come me. Mi sento esplosivo, un ex ragazzo non allineato degli anni ottanta che esplode in continuazione. L'uomo mi ammorba, sbaglia anche i nomi dei musicisti, è terrificante. È oltraggioso e sento di non poterlo tollerare. Non si può pronunciare il nome di Charlie Haden, il mio grande Charlie Haden, come “Charles Hayden”. Sì, vabbè, Jorg Haider, Heidegger e kitemmuort.
Alla fine del suo sproloquio grottesco, gli comunico la mia parcella, a prescindere da come si metteranno le vendite. Il professionista, che nel salvadanaio in cucina avrà più di quanto ho io in banca, cerca di ottenere uno sconto. Uno sconto sostanziale. Non transigo e non cedo. È lavoro, mi devi pagare quanto pattuito in partenza, boia capitalista. Mi devi pagare, accumulatore indefinito. Mi devi pagare. Sono un operaio della musica. Un operaio specializzato, un operaio del jazz, un operaio del vinile. Ma anche un orafo, un perito. Mi devi pagare, maledetto boia capitalista.

Bevo il caffè. Sa di pasta e patate. Chiedo di andare a fumare sul balcone. Mi spetta una sigaretta, come l'ora d'aria. Charles Hayden. Non posso pensarci. Io ci sono cresciuto, con Charlie Haden. E lui me lo strapazza linguisticamente. Non lo avrà mai davvero ascoltato. Napoli è sotto di me, bella e intoccabile, su questo balcone di casa dabbene. La vista di Napoli da questo fortino benestante è una condizione dell'anima, una silenziosa compagnia rassicurante per gli occhi e la pazienza. Le mie labbra senza sigaretta sono deserte. Torno dentro.
Impiego quasi due ore -e altre tre sigarette- per farmi un'idea del tutto. Durante il tempo della “scansione”, i due benestanti ogni tanto sono venuti a darmi un'occhiata. Considerandomi, ne sono certo, una bestia strana, probabilmente uno scarto del mondo dal quale secondo loro provengo, quello degli esperti di musica. Uno che gli è andata un po' in mona e ora si deve arrangiare con dei lavoretti. Ma io i dischi li ho sempre periziati, sempre. Notti in cantine, in soffitte, scantinati e anche garage. Con il panino al prosciutto, il pacchetto di Camel Lights ed una sciarpa scura attorno al collo come una divisa di sobrietà, una bandiera di passione. Mi è sempre piaciuto uscire all'alba dai palazzi raffinati, con in tasca il piccolo premio per la mia competenza e per la mia passione. Spesso sono uscito da portoni bombati e dorati alle prime luci del mattino, con una ballad di Mingus in testa, una sigaretta in bocca e la certezza che l'amore non è mai matematica educata.
Il jazzista diventato letteratura si ritira all'alba, e anche io. Questa volta non è l'alba, è mezzogiorno e queste persone non si levano dai coglioni, non mi lasciano solo con i dischi, con quell'odore di vinile che mi è irrinunciabile, io che ci metterei meno se non perdessi tempo a guardare le copertine, scovare il bassista anche oggi che non sono più un ragazzo e che la mia compita e professionale postura somiglia ad un monumento al mare mai terminato.

La transazione si chiude con una cortesia glaciale reciproca, prendo i soldi e dieci titoli scelti con cura: sei vinili di Mingus, due di “Charles Hayden”, uno degli Oregon con Glen Moore, infine il quartetto Piacentini/Bonati/McCandless/Moreno su cd, che è fuori catalogo da anni, disco splendido.
Esco dal palazzo panoramico che è ora di pranzo. Non ho fame, ma anche oggi indosso una sciarpa scura e fumo ancora Camel Lights. Raggiungo la più vicina tabaccheria. Chiedo di ricaricare la postepay. Voglio acquistare dei dischi, anche se altri al mio posto conserverebbero la cifra per dieci serate al pub, un nuovo paio di jeans un po' glam e adatti ad evidenziare il ridicolo giovanilismo del pacco in dotazione. Ma oggi, come spesso accade, mi sento innamorato della musica come del vento che mi muove e mi domina. Non devo dare conto, non devo sedurre me stesso con un'oculatezza mesta, da beghino, da schiavo.
La ragazza che mi ricarica la carta mi dice: “mammia mia, quanti sei e quanti nove”. Già. La mia carta è un florilegio di sei e di nove. Sono tutte idee che nuotano e si rovesciano, i numeri, forse sono sogni, forse linee di basso, forse i sei e i nove sono nient'altro che la mia postura di giorno e di notte. La ragazza mi sorride. Le lancio uno sguardo strano, da retrovia che si fa ombra, da uomo che esce dalla pioggia per entrare nell'orizzonte, uno sguardo che poi ricade sulla mia sciarpa scura, bandiera di sogni mai ammainati, intrisa di odore di fumo e del mio respiro che quando si fa stanco è pronto ad innamorarsi di nuovo. Di un disco come di domani.

LdP, 19 febbraio 2016







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