02/02/16

Dopo il rumore, dopo il silenzio


Molti usano l'ermetismo. Ermetismi tutti personali. Perché sembra che l'ermetismo faccia passare per intelligenti, supersensibili e con grandi cose da dire.
Ne fa uso ed abuso, ad esempio, il mio conoscente Uccello Ghiffa. Lo incontro in una libreria, mi dice subito alcune idiozie sul corpo delle donne, come se io non sapessi bene di cosa parla, mischia letteratura sudamericana e tango, si lancia in un parallelo tra Buenos Aires e Napoli, infine cita Proust ad alta voce per farsi sentire dalla bella ragazza che cincischia tra scaffali che vorrebbero essere esistenzialisti.
Quando usciamo dalla libreria, ho la certezza che Uccello Ghiffa non ha detto alcunché di sensato e che è un proditorio coglione. E che è anche probabile che sia in riserva a livello sessuale, perché saranno anni che nessuna donna gli dice che ci sa fare nelle olimpiadi lubrificate e nei giochi invernali senza scaldino, quelli dopo le 22.
Mi tormenta, forse più di ogni altra cosa, il dubbio che Uccello Ghiffa non abbia letto un solo libro di scrittori argentini in tutta la sua vita. Però si muove in quell'ambito vagheggiato, condendolo con un vorace ermetismo da PR dei suoi testicoli, che trova indecoroso trionfo sul suo profilo social dove scrive monnezza come questa: “La notte. E noi? Noi dove andavamo quando cadevano le ciliegie?”
Le ciliegie che cadevano? Mondi paralleli. Non so dove accadeva questo, ma è ben certo che lui debba andarsene a fare in culo.
La ragazza che voleva colpire ci lancia un'occhiata fredda. Uccello è un idiota. Queste seduzioni stradali sono così improbabili. Non ci crede più nessuno. Credo che avrebbe avuto più senso se lui le avesse detto: “Ho deciso che morirò domani, questa ricerca di senso mi sta uccidendo. Ti amo”
Questa dichiarazione assurda me lo avrebbe fatto giudicare meglio, anche se è chiaro che la ragazza sarebbe fuggita via.

Appena usciti dalla libreria, sento qualcosa di prossimo al mal di stomaco. La vista di Uccello Ghiffa mi disturba. Ho superato la soglia di sopportazione. Tutto in lui mi disturba. La sua codardia. Il suo epicureismo in faccia allo specchio, da malato. Sono convinto che da piccolo si guardava il culo allo specchio e si toccava. Il ritratto di Onan Grey. Avrà passato metà della sua adolescenza a masturbarsi e l'altra a cercare frasi ad effetto da ermetizzare ulteriormente. La sua vanità è tale che non fa neanche distinzioni sessuali. Tutto gli interessa, purché lui ne esca bene. Vanitoso fino allo scempio. Se gli confessassi che sogno da anni di infilargli la lingua in bocca, accetterebbe anche senza voglia per consentire un tributo alla sua persona. Malato di vanità e professionista del parlarsi addosso. Non un'idea. Non una stilla di reale disperazione nei suoi desideri. Chi non prova disperazione nelle voglie è fuori dal mio orizzonte di compatibilità. Uccello Ghiffa per me non è mai nato e non so nemmeno come lo conosco e quale sarà il momento del nostro distacco. Mai fatto proiezioni sulle separazioni. Tanto accadono e non sono reversibili.
Quando l'ebefrenico si congeda, riprendo il mio controllo dello sguardo basso, rapace, scolpito con il freddo umido di questi giorni. In panetteria, cedo il turno tre volte ad altrettante donne anziane, e nel farlo mi accorgo che ho mal di testa, che non ricordo a che ora mi sono svegliato e che non saprei rispondere ad un quiz istantaneo sui miei gusti intellettuali, che sono tutti screziati, bastardi, un po' a fisarmonica ed un po' a fontana lunare capricciosa.
Cammino, ancora. Sono anni che ho smesso di guardare se le donne mi guardano. Vivo meglio. Mi pettino solo quando sono convinto. Non mi tiro le sopracciglia e non indosso pantaloni che mi rendano il culo livellato alla parte finale della schiena. Pazienza se nei giorni peggiori sembro un dipinto di Bacon.
Sulla soglia del negozio di cose che non conosco c'è una pantera con una gonna strettissima e corta. Succhia una sigaretta e il suo sguardo mi trapassa. Non le interesso. Qualcuno mi ha detto che tempo fa è stata coinvolta in un giro di prostituzione deluxe nel quartiere. Non mi ha mai eccitato. Non prima e non dopo, dopo ancor meno. Piacerebbe ad Uccello Ghiffa.

Giorni strani. Giorni che arrivano dopo il rumore e anche dopo il silenzio. Le lotte svuotano. Soprattutto quando solitarie. Quelle minano l'elasticità congenita dei desideri, fiaccano il corpo e la capacità di veglia (non scrivo sussistenza, che è altra cosa), trasportano in luoghi familiari che hanno però perso la loro funzione magnetica di ristoro garantito. E così, oggi, all'improvviso, sento il bisogno di andare a rintanarmi in una ballad jazz, quelle rigorosamente in trio, dove ai miei vicini è consentito innamorarsi del piano, mentre io troverò qualcosa di simile ai colori nella cavata del contrabbasso e nel suo muoversi sinuoso verso la fine del mio ascolto. Perdersi in una ballad, affidarsi al contrabbasso, è come far volare un aquilone su una spiaggia d'inverno, ridere e sognare e poi voltarsi a cercare il padre per condividere. E non trovarlo mai. Non trovarlo più.
Dopo ogni lotta, bisognerebbe aver conservato il privilegio di ritrovare la compagnia di chi ti sorvegliava severo, ma amandoti. Il tempo però passa ed allora capisci che la lotta non si può interrompere. Che la lotta è il motore del respiro e l'espressione semplice dell'inevitabile affanno. Tutto qui.


Luca De Pasquale, 2 febbraio 2016

dedicato a Niels-Henning Ørsted Pedersen

Tracklist:
Oscar Peterson - Nigerian Marketplace
Thierry Lang Trio - Nunzi



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