05/02/16

Blues 118 per Chuck Domanico


Una persona per strada mi dice che non ho rughe, che non dimostro la mia età. È gentile, ma non è vero. Ho le rughe. Se guardi bene, le ho eccome. Nascoste. E allora, forse, sono cicatrici.
Quando entro in tabaccheria ho voglia di avere venti anni di meno, ma penso a quando ne saranno passati altri quindici e dunque ne avrò cinquantanove. Se ci arrivo. Nessuno mi ha promesso che sarò longevo.
La ragazza che mi prende i pacchetti di Camel mi dice qualcosa, ma io non capisco e allora sorrido. Ci riesco. Sono svagato, assente, troppo presente. Come al solito.

Tornando verso casa, sempre stordito e troppo presente, ricordo una vecchia cartolina che mio padre spedì a me e mia madre nel 1978 da Mirafiori. Ci tenevo moltissimo e l'ho persa. Ho perso buona parte delle cose cui tenevo. Non sono uno che sa conservare, e quindi sono un pessimo nostalgico. Questo significa che tra quindici anni, se ci arrivo, sarò definitivamente fottuto. Perché il futuro sarà un istmo e il passato una montagna.
Ho perso quella cartolina da Mirafiori. Negli anni non ho fatto altro che innamorarmi in continuazione. Di libri che non trovavo. Di quadri e sculture irraggiungibili logisticamente. Del suono legnoso e crudo del contrabbasso. Di bakeriani fili di tromba dopo la mezzanotte, con le risalite del contrabbasso sullo sfondo. Il fil rouge delle mie passioni è sempre stato quello strumento ed i suoi interpreti. Ho avuto un lunghissimo periodo in cui dipendevo dal suono di Eddie Gomez, poi da quello di Niels Henning Ørsted Pedersen, Ron Carter, il “mio” Jean François Jenny Clark, Scott LaFaro, Miroslav Vitous, Dave Holland, Henry Grimes e mille altri. Non posso farci niente se il pop mi nausea dopo un po', come le caramelle dolciastre. Se il rock va benissimo ma non sulla lunga distanza, perché devo avere la condizione d'animo per dargli continuità. Non sarò mai uno che pesca troppo nell'indie, sono molto lontano da quel mondo. Io provengo da uno strumento, più che da un genere preciso. E questa è la mia salvezza per non ammuffire, sarà per questo che ho poche rughe e troppe cicatrici.
In questo periodo sto studiando figure dimenticate troppo in fretta, Chuck Domanico, Gilbert Rovere, non riesco a rinunciare a Red Mitchell.

Sono stato capace di restare appoggiato alla lavatrice in funzione per tutta la durata del lavaggio, qualche sera fa. Mi piaceva il ritmo. Suonarci un blues in compagnia sarebbe stato affascinante. Ho perso la cartolina di Mirafiori. Mi illudo di essere ancora giovane. Mi illudo che il troppo fumo non mi faccia male. Mi illudo che le mie mani siano belle come quelle del musicista che non sono diventato. Le mani da scrittore non esistono, anche le mani più brutte e tozze oggi pestano su una tastiera. Torno a casa con la primavera alla calcagna e so che non riesco ad essere nostalgico. Salendo le scale, mi dico che molti si illudono di saper comunicare le proprie passioni; io non tanto. Non ci riesco più di tanto. Comunicare una passione somiglia troppo spesso ad una monomania, ad una fissazione, e sconfina in un'alterigia elitaria assolutamente inesistente. Tutto l'arco di tempo giornaliero che trascorro da sveglio apparente funziona con la musica e con il contrabbasso. Quando parlo, quando mangio, quando scrivo, quando mi spengo per poco e mi riaccendo per un niente. Eppure, non sono bravo a comunicare l'amore; ci riesco meglio con il disgusto e con la rabbia, mi sento più convincente.
Studio quello che ha fatto Chuck Domanico, in quest'ultima settimana. Poi passerò a Gilbert Rovere, infine mi addentrerò nell'arte di Red Mitchell e ricomincerò con qualcun altro. Non posso fermarmi.

Apro tutte le finestre in casa. La primavera di febbraio è peggio di una tentazione incestuosa: che c'entra febbraio con il sole e con il vento tiepido. Maledette città del sud, così belle e così assurde. Riavvio il disco di Enrico Pieranunzi, “Ballads”. In “When all was Chet” c'è un assolo di contrabbasso meraviglioso, ad opera di Marc Johnson. La mia mente vortica alla stessa velocità delle dita di Marc Johnson, ripenso ancora alla cartolina di Mirafiori, al mobile olandese che amavo da bambino, a quella porta verde diroccata in via Poerio che guardavo sempre quando passeggiavo con mia madre. La sensazione è quella di aver perso tutto ogni volta, di aver reinventato il mondo ad ogni nuova assenza. Di aver costruito un reame di pietra lunare utilizzando legno e luce, ghiaccio e fango, la sensazione dolorosa è quella di aver voluto dipingere il mare sulle finestre per non guardare altro.
Non so comunicare un granché. Non me ne dolgo. Basta la scrittura. E in fondo so che le passioni sono poco comunicabili, mentre la violenza e la merda sono di facile decodificazione. Anche per chiudere i conti con i troppi bastardi.

Quando l'assolo di Marc Johnson finisce, torno a sedermi, cerco di mettere ordine nei miei appunti su Chuck Domanico. Ci vorrei scrivere un blues, su Chuck. Un grande musicista che pochi hanno avuto la curiosità di seguire. Ma non credo di riuscire a provocare scintille ed innamoramenti per lui, perché sono spesso legnoso e non agile, invece, come lo strumento di legno per eccellenza.

Forse è colpa solo di questa luce assurda se vince tante volte il silenzio. Forse è quest'unione improbabile tra silenzi e primavere anticipate che mi impedisce di invecchiare male e con tristezza. L'importante è che io resti al mio posto, senza nostalgia, senza guardare mai indietro. Perché se pure è vero che ho avuto una flotta, oggi mi piace girare su un'unica nave un po' antica, naturalmente pirata.

Luca De Pasquale, 5 febbraio 2016

per Chuck Domanico, 20/1/1944-17/10/2012







Nessun commento:

Posta un commento