25/01/16

Urbano, rarefatto, perdente


La gente entra ed esce dal pizzettaro kebab. Tarda sera. Lampioni. E sotto i lampioni, umidità. Condensa di umidità ed indifferenza lunga chilometri.
Io, sciarpa, sigaretta, mani fredde, pensieri veloci come un fraseggio notturno tra vibrafono e contrabbasso, spoken word per cocci, angoli di memoria e rancore allo stato gassoso.
Attorno, stoffa, stoffa ed esseri umani.
Brandelli di gonne, imbarazzanti pellicce sintetiche, risate come cappotti, bocche macchiate d'olio, il sapore di febbre e latte della sigaretta. Desolazione urbana, lontananze che gli sguardi incrociati non colmano ma accrescono, carte d'identità che si fiutano senza mai diventare temporali o incontri.
Cinque anni fa non ero qui. In queste strade. Tra cinque anni so che non ci sarò. Non sento nostalgia del passato e neanche del futuro. Il mio accendino raffigura Dylan Dog e non riesco a ricordare chi me l'ha regalato, quindi entro in tabaccheria e ne compro uno anonimo, verde acido. Quello di Dylan Dog lo butto, come ho gettato via l'altro ieri quello con i fiori. Perché non ricordavo chi me lo avesse regalato.
Mi sposto alle spalle dell'agenzia di viaggi. È vuota e la tizia dentro ha degli stivali da sveltina. Non mi erotizzo. Marionetta trapassata dal fil di ferro, fumo e conto gli estranei, mentre tutt'intorno è contrabbasso e vibrafono con aggiunta di percussioni e sax soprano.
In questo momento, se telefonassi a qualcuno, potrei solo mentire. Perché vado a ritmo di una musica che sento solo io, fatta di condensa sotto i lampioni, di un passato serpente che si divora lontano dagli sguardi invadenti dei curiosi, un serpente troppo sazio per restare in vita. Ho voglia di scrivere, come sempre, ma la mia scrittura adesso, in questo preciso momento, sarebbe come la luce fusa e liquida di un lampione ricordato male.
Condensa sotto le luci in strada urbana con figuranti, caratteristi e macchie di colore.
Non è mai stato facile accettare l'urgenza di esprimersi. Come di fuggire. Come di uccidere. Come di sporcare l'ordine altrui con mosse a sorpresa. È sempre stato difficile avere pazienza, aspettare. Anche concedere chances. Ragionare via etere o fermare un'emozione in una foto, in una data, in un gioiello regalato con il ghiaccio tra le dita, come un marinaio, come un nostromo, come un guardiano del faro.

Ho il sospetto di sentire la visibilità come disordine. Ho il sospetto di amare troppo le scene urbane notturne. Ho il sospetto di essere dedito alla collezione di fili di Arianna al neon. Per ritrovare strade che non ho mai percorso. Per ritrovare il senso delle possibilità più che la certezza delle scelte.
La bella del quartiere porta a spasso un cane ridicolo ed io mi chiedo stupidamente -e non è la prima volta- perché non producano sigarette lunghissime, che durino un'intera ora. Detesto i centri commerciali, mi deprimono, sono prigioni. Detesto i megastore. I posti che brulicano di curiosi e chiacchieroni. In questa strada ci sono cinque diversi negozi di scarpe, ma se uno solo dei commessi conosce il mio nome, questa strada non mi vedrà più. Ho il sospetto che essere riconosciuto sia per me caos e confusione. Forse mi piacciono i fantasmi. Ma non devono raccontare storie. Non devono rompere il cazzo con epopee familiari e dinastie da onorare.
Quando mi dicono che somiglio a mio padre, mi prende l'orgoglio. Ma poi scappo come un ladro, perché per i miei gusti sanno già troppo di me.
Sarebbe bello ora scoprire una galleria nei pressi del porto, rintanarsi lì dentro con una piccola scorta di cibo, sigarette ed una radio solo spoken word. Contrabbasso e vibrafono sono già nella cassa toracica, nel tentativo d'ordine dell'udito e della memoria.
Nessuna poesia da recitare sotto la luna. C'è troppa condensa sotto i lampioni. Se qualcuno prova a leggere parole scritte, sparargli in faccia come imperativo o simulare presenza per accelerare i chilometri di lontananza reale.
Urbano, rarefatto, perdente, incomunicabile, non prezioso, eretto e zoppo di occasioni, mezzo divorato e mezzo rinato, mi allontano dai negozi di scarpe, dall'agenzia di viaggi, dalla bambola con la pulce canina, dalle due cicche di sigaretta ai miei piedi. Le mie scarpe sono nere e andrebbero bene per un matrimonio. Non ci vado ai matrimoni. Le gioie ostentate del matriaggio sono caos, sono come le trasmissioni della De Filippi, sono mal di testa e nausea da carne avariata.
Ho nominato mio padre. Diceva che avevo mani da artista. Artista di cosa? Sono mani da fabbro riformato, da puttana declamante in salette rosse dove non si può fumare, sono mani che non reggono fogli, che non scommettono, mai come la testa, mai come l'anima.
Sta arrivando la notte. Umidità dappertutto. Lampioni come guardie svizzere nella nebbia. Nebbia, non rugiada. Nebbia, non effetti speciali. Pezzi di gonne, di scarpe, di anima, di abbandoni mai spiegati, di racconti pubblicati e trattati come altri pezzi di mosaico, come introduzioni, come epiloghi, come marchette.
Sono io la più lunga sigaretta della notte che comincia. Sigaretta consumata su sfondo blu. Vibrafono, contrabbasso, spoken word per mozzi, marinai, guardiani di fari, ladri, brevi schizzi dal caos, prima che torni quella dannata pianificazione ad imperversare.
Amare è un verbo, amare è un colore, non è questa strada.

LdP, 25 gennaio 2016

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