14/01/16

Un grande sound per un'immensa carriera. Intervista a Jonathan Maron

English/italian interview http://bassmyfever.weebly.com/Interviews.html#Jonathan-Maron



Da molti anni avevo voglia ed intenzione di incontrare Jonathan Maron. Più precisamente, da quando scoprii i Groove Collective ed il loro primo album, uscito nel 1994. Mi colpì molto il basso di Jonathan, in quel disco. Iniziai a seguirlo con molta attenzione, ed oggi, a distanza di ventidue anni, posso dire di aver fatto bene. Quello che all’epoca mi sembrava un grandioso bassista tra acid jazz, funk e jazz si è rivelato poi per ciò che prometteva, sarebbe a dire un musicista completo, dotato di un eclettismo più unico che raro. I Groove Collective hanno sfornato sei album in studio e svariati preziosissimi live, tutti inclini alla loro originalissima miscela di ritmi ed influenze diverse, sempre con la luce del jazz sullo sfondo; lavori che mi sento di consigliarvi in toto. Vanno riascoltati e riscoperti, perché hanno spianato la strada a molta della musica più elegante che potete ascoltare oggi, in ambiti simili ma non uguali.
Jonathan ha prestato il suo basso, sempre molto sensuale ed espressivo, a tanti altri artisti di spessore. La lista è lunghissima e molto suggestiva: Angela Johnson, i favolosi Repercussions (da avere assolutamente), Josh Roseman Unit (in due lavori splendidi), Robb Scott, Trio Feral, i suoi compagni nei Groove Collective Genji Siraisi, Jay Rodriguez, Itaal Shuur e Barney McAll, Osunlade, Maxwell, Jacques Schwarz Bart, Robbie Dupree e moltissimi altri. Una carriera sorprendente ed in continuo movimento, sempre all’insegna di quella che –per sintetizzare- possiamo definire sempre e comunque “musica molto intelligente”. Quello che mi ha sempre impressionato tanto in Jonathan Maron è la capacità di risultare determinante in tutti i generi e sottogeneri da lui affrontati, incluse registrazioni più dance o che lambivano l’house.
In questa serie di interviste il comune denominatore che lega artisti e musicisti è la mentalità aperta, lo spirito di innovazione e l’adattabilità coadiuvata da uno stile personale. Dunque, in quest’ottica, un musicista come Jonathan proprio non lo si poteva trascurare.
Vi invito caldamente a cercare i dischi in cui ha suonato, consultare il suo sito per preziose informazioni (www.jonathanmaron.com) e apprezzarne la vena di musicista autentico e sempre pronto a cimentarsi in nuove sfide.
Nella mia lunga esperienza di venditore di dischi, posso dire di aver venduto senza sforzo alcune tonnellate di album nei quali svettava il basso di Jonathan. Un ricordo personale, poi, mi lega ad un pomeriggio di pioggia nel negozio dove lavoravo, con “We the people” a tutto volume. Si fermavano tutti, le copie andarono esaurite in pochi minuti e quelli che avevano più confidenza mi chiedevano, uno dopo l’altro: “Ma chi è al basso? È mostruoso…”
Ed io, sorridendo, molto contento, scandivo con cura: Jonathan Maron.
Vi lascio alla nostra intervista, raccomandandovi di tenere gli occhi aperti, perché è in arrivo il suo primo disco solista. Ed è chiaro che non ci sarà nessuna cosa scontata e prevedibile, perché Jonathan Maron padroneggia più linguaggi sotto la magnifica egida del basso elettrico.

LDP: Tutte le volte che mi hanno chiesto di consigliare un bassista molto raffinato ma allo stesso tempo con un groove potente e riconoscibile, io ho fatto il tuo nome. Questo perché la tua cifra stilistica, secondo me, è ricchissima di sfumature. Il suono è morbido, sensuale e il groove è indiscutibile. Come hai trovato il tuo sound?

JONATHAN MARON: Come tutti, ho iniziato stando dietro ai suoni che ascoltavo sui miei dischi preferiti. Per fortuna, non ci riusciamo mai abbastanza bene, così finiamo con l’ottenere questa combinazione molto personale di suoni che abbiamo ascoltato, interiorizzato per poi riprodurli in modo incompleto. La mia priorità è sempre stata quella di creare un mood, e a tal fine il mio sound, il mio modo di scrivere ed improvvisare sono strettamente interconnessi. Molta sperimentazione e l’improvvisazione certo non sono mai mancate. Il tipo di sound essenziale che voglio ottenere dal basso non è cambiato molto ma mi è capitato di usarlo in modi differenti negli anni; i pedali, il muting, strumenti differenti, gli amplificatori, le DI box, la posizione della mano, ci siamo capiti. Inoltre tento sempre di sperimentare nuove tecniche al basso, e alcune volte queste piccole avventure collaterali trovano la loro strada anche nel mio modo di suonare…

LDP: I Groove Collective hanno rappresentato una di quelle band libere e poco classificabili che oggi sono sempre più rare. Jazz, acid jazz, virate quasi disco, linee funky, armonie difficili che sembravano semplicissime. Mi parli dell’esperienza Groove Collective, come è nata e come l’hai vissuta?

JM: I Groove Collective sono stati un caso straordinario. Siamo capitati insieme, ritrovandoci qua e là e suonando al Giant Step, un party settimanale dove DJs e musicisti si esibivano insieme. Così ogni venerdì notte, il DJ si metteva a suonare dei dischi attraverso un eccezionale impianto sonoro, la gente ballava davvero e poi arrivava il tuo turno di esibirti in qualcosa. Vai! Quali giri di basso potevano andare bene quanto basta per accompagnare “Running Away” di Roy Ayers? Che tipo di ritmo poteva venir fuori dopo “Scenario” degli ATCQ? Il nostro obiettivo settimanale era quello di reggere il confronto con questi dischi, per far ballare la gente, e per “scrivere” qualcosa di interessante all’istante. I risultati non erano sempre vincenti ma molto spesso ci inoltravamo in luoghi piuttosto magici. I Groove Collective non sarebbero mai potuti decollare se avessimo iniziato a suonare in una sala prove ben illuminata senza persone che ballavano o i DJs. Non appena il nostro organico divenne più stabile abbiamo cominciato ad esibirci come band nelle sedi designate. Giacché il Giant Step era una scena già affermata, persino i nostri primissimi show erano completamtente sold out. Si è trattato di un inizio affascinante, che ho apprezzato solo molto tempo dopo.  Ho avuto anche l’opportunità di capire quali musicisti straordinari fossero i componenti di quella band  e quanto fosse prezioso il contributo di ciascuno dei miei fratelli alla musica che facevamo.    

LDP: Non a caso, eclettici i Groove Collective ed inafferrabile tu. Infatti hai suonato in contesti variegati, anche molto diversi tra loro. La tua lista di collaborazioni è lunghissima e nobile. Si va da Maxwell alla Naked Music, da Osunlade a Dave Douglas… In ogni singolo caso, il tuo apporto è concreto. Come sei riuscito a preservare il tuo sound nelle diverse collaborazioni che hai avuto?

JM: Nel bene o nel male, ho sempre avuto un suono distintivo al basso. Ho sempre voluto che il basso si ancorasse alla band, che si esprimesse tematicamente, che se ne sentisse la mancanza quando era assente, così da apprezzarlo persino di più al suo rientro! Ci sono stati momenti in cui ho desiderato cambiare il mio approccio o il mio sound, ma lui mi segue ovunque. Nei giorni buoni, ne sono abbastanza fiero.

LDP: A parte alcune track singole –splendida quella su Midnight Snack, a proposito-, non hai inciso lavori solisti a tuo nome. Conti di farlo? E, nel caso, con quale indirizzo sonoro?

JM: Sono stato co-writer con diversi artisti, e mi hanno coinvolto in differenti progetti artistici ma è solo ora che sto facendo progressi concreti  per ciò che attiene ad un album solista. Lo pubblicherò entro il 2016.

LDP: Nella lista di cui parlavamo, c’è anche l’esperienza con i Repercussions. Penso che in quei dischi hai prodotto tra i giri di basso più belli e profondi in assoluto. Che ricordi hai dei Repercussions?

JM: Quello con i Repercussions è stato un altro periodo speciale. Ero a malapena andato via dalla casa dei miei ed andavo ancora al college quando abbiamo iniziato ad ottenere molti riscontri ed in seguito un grande contratto discografico. Ho avuto modo di comporre molta musica in quella band. Potevamo provare e scrivere per ore, affinandoci e confrontandoci su tutti i pezzi e le transizioni. Eravamo molto giovani dal punto di vista musicale, così ogni piccola cosa sembrava essere una scoperta grandiosa.

È stato grazie ai Repercussions se ho avuto l’opportunità di conoscere un mucchio di heroes; Curtis Mayfield, Jerry Hey, Joe Sample,  Elliot Scheiner,  Don Grolnick, Gary Katz,  Bob Power,  Bernard Purdie e l’elenco può andare avanti…

LDP: Immagino –non può essere altrimenti- che i tuoi gusti musicali siano eterogenei. Cosa ti piace e cosa stai ascoltando in questo periodo?

JM: C’è così tanta musica incredibile lì fuori, e ne esce molta di più ogni giorno. È difficile tenere il passo e lo è ancora di più prestare la giusta attenzione.  Il disco “The Box Tree”  di Skuli Sverrison è davvero bello. Ascoltare le tracce vocali di un Michael  Jackson  giovane su “The Stripped Mixes” è stato davvero sconvolgente.    Negli ultimi anni sono stato messo fuori gioco dai lavori di Laura Mvula, Frank Ocean, Beck, Run the Jewels, Shigeto, Miguel,  Christian Scott, Death From Above 1979, Lapland, Jay Z e Kanye West.... La lista è abbastanza lunga.

Il business musicale sembra che si trovi ad un punto difficile, ma c’è molta musica interessante che esce ogni giorno.

LDP: Non posso non chiederti perché hai scelto il basso elettrico… e quali bassisti ti hanno influenzato di più in assoluto?

JM: Come molti bassisti, ho iniziato quando il direttore della band alle scuole medie disse così: “Hey, abbiamo bisogno di un bassista. Chi vuole imparare?”.
Il mio primo insegnante di basso, Roland Wilson, è di pochi anni più grande di me, ed è stato come un fratello maggiore. Potevamo ascoltare dischi per ore, suonare, andare ai concerti… Persino all’età di 16 anni Roland dimostrava di essere un musicista maturo ed ho imparato tantissimo da lui.
Alcuni dei miei bassisti preferiti allora come oggi sono Bootsy Collins, Paul McCartney, Robert Wilson (Gap Band),  Bobby Valentin, Anthony Jackson e James Jamerson. Anche il sound di Shuggie Otis su “Inspiration Information” è semplicemente favoloso.

LDP: Io ti ho scoperto nel 1994, quando uscì il primo Groove Collective. Rimasi estremamente colpito dalle fasi finali di “Whatchugot”. Il basso era morbidissimo e teneva su tutto il pezzo, diventando sempre più languido. In genere, ho notato che non sei uno che si perde in assoli, anche se ne hai eseguiti di grandiosi, penso a “Out the door”, giusto per fare un esempio. Quando si possiede un groove denso non c’è bisogno di ritagliarsi troppi showdown, sei d’accordo?

JM: Adoro suonare gli assoli. Mi piace fare ingressi puliti e anche le uscite; non sono quel tipo di musicista capace di crescere e crescere all’infinito, e di suonare sempre più velocemente e a livelli superiori. Dipende dal contesto; i miei assoli potrebbero risultare melodici come ci si aspetterebbe o a volte il mio assolo potrebbe consistere in una improvvisazione di giri di basso, in una riarmonizzazione fatta qua e là, tirando fuori basi per le canzoni tutta la notte. Inoltre sui dischi dei Groove Collective ci sono un sacco di assoli bassistici “velati”, in cui il sound che ho usato non è immediatamente percettibile come basso.

LDP: Che progetti hai per questo 2016? Sono previsti dischi in uscita? Stai lavorando a qualcosa e con qualcuno?

JM: Sto lavorando su un mucchio di cose nuove. Uscirà il mio lavoro solista, i Trio Feral si dedicheranno al prossimo disco e probabilmente faremo un lancio più ufficiale del nostro album “Don’t Feed”, Dave Douglas è in procinto di rilasciare il secondo album “High Risk” ad Aprile. Il duo pop-funk “Lipstick Gypsy” con cui ho inciso e composto, è altrettanto in procinto di far uscire nuovo materiale.  “Life, Love and Passion” dei Soulfinger è anche in arrivo; si tratta di un progetto che prevede la partecipazione di molti interpreti e musicisti straordinari. Al momento, sto scrivendo e registrando parecchio, perciò vedremo dove queste piccole sessioni condurranno.

LDP: Quale è la tua strumentazione attuale?

JM: Di solito uso un P-Bass (Univox Eagle!), un Yamaha BB3000s, un  Kalamazoo kb-1, un Guild Starfire, un Univox hollowbody  oppure un basso Atelier Z Jazz…. Si tratta di strumenti dal suono meraviglioso e belli da suonare. La mia tecnica è cambiata molto recentemente dunque sono curioso di provare qualcosa di diverso al momento, non ho ancora un’idea precisa. Inoltre uso un Aguilar Tone Hammer  e le corde  DR Strings. Ho anche un grande assortimento di pedali.

LDP: Dopo “High fidelity” di Nick Hornby siamo tutti alle prese con classifiche e top list. Non ti chiedo proprio questo, ma mi dici i dischi ai quali sei più legato?

JM: “Fresh” degli Sly and the Family Stone, “Motherlode” di  James Brown, “Magical Mystery Tour” dei Beatles, “Stakes Is High” dei De La Soul, “Seeds On The Ground” di  Airto Moreira, e anche molte cose dei Parliament/Funkadelic e di Bootsy... e diversi altri. Non mi viene in mente niente stamattina, sarà l’ora del caffè. 

LDP: Tornando ai Groove Collective, che sono stati tra gli ispiratori di un crossover che ruotava attorno al jazz, sembra che oggi di gruppi con una simile proposta non ce ne siano più. Mi sbaglio?

JM: Ormai assisto a sempre più interessanti contaminazioni. Potrei citare dozzine di musicisti davvero di talento e creativi, in grado di sfornare musica che sfida le categorie, o che sfiora diversi generi incluso il jazz. Quella di adesso è una generazione differente dai Groove Collective, c’è un’estetica diversa, ma si stanno compiendo molti sforzi creativi di grande effetto. I Groove Collective sono stati unici per quello che sono riusciti a realizzare sulla scena leggendaria dei club di New York, dai trascorsi floridi.

Luca De Pasquale/Manuela Avino 2015






























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