05/01/16

Sesso bendato in appartamento dignitoso


Dal letto vedevo la polvere sul pavimento. Distinguevo le gatte e le matasse.
Lei non mi apparteneva. E chiaramente io a lei. Anche il tanto decantato sesso non ci apparteneva. Quando il sesso vuole essere solenne è ridicolo; altrettanto quando pretende di soppiantare il senso di morte che uno si porta addosso come degli slip sexy.
Lei era oltre il nostro piacere, il suo ancor prima che il mio, ed io ero molto più in basso di istinti soddisfatti, foie calmierate e demoni rinviati a settembre. Ero fuori dai nostri gesti. E lei era fuori, completamente, da ogni connessione con la mia persona, quella da cui venivo, quella che ero, quella che sarei stata.
Stupidi gli uomini che vedono nel sesso un mezzo di possesso. Sapevo che non era mia; anzi, era stando con me, era dandosi alla nostra ginnastica compiacente e trascendente che si declinava disponibile ad un futuro radioso, pieno di altri uomini, uomini che non sarebbero mai più stati me e la mia aria da ragazzino oscurato (tenebroso è un aggettivo che detesto, non lo userei mai).
Non riuscivo proprio ad entusiasmarmi per quello che stavamo facendo. Mi sentivo un ibrido tra un suicidio e il vitalismo peggiore, quello che ti frigge e non ti fa dormire la notte.
Tutta quella polvere per terra. Quella polvere di merda e quell'odore di fumo, di finestra aperta, di cibo consumato da poco. Ero deconcentrato, meccanico, imploso. Non sentivo le ali. Cazzo, non le sentivo affatto. E se pure le avessi sentite o viste me le sarei mangiate, sbavando, la mattina successiva. Come il più idiota degli ex ragazzi diventati adulti.

Mi chiese se volessi bendarla o bendarmi io. O ambedue.
Le risposi che ero già bendato. Da varie ore, da mesi, da anni, da sempre. Bendato come un condannato. O un sognatore. O ambedue.
Mi dava fastidio la bottiglia d'acqua sul tavolo. Il riflesso della finestra sull'armadio. Parti sparigliate della mia vita. Enormi sacche della mia fottuta memoria. Mi dava noia l'idea di un dio latitante, lì fuori, per strada, tra i mariuoli, le coppie idiote nei locali, le comitive di amici che raccontano le stesse cazzate da anni.
Mi disgustava l'idea goffa di un paradiso qualcuno. Mentre giocavo al piccolo chimico di pelle con lei, mi domandai perché non fosse possibile, per un uomo adulto, revocare l'affetto e la consuetudine a chiunque fosse fuoriuscito dalla visuale dell'attimo. Mi chiesi perché mi ostinavo a preoccuparmi di vivere nel modo più rischioso possibile, violentando il mio cinismo con quelle schifose e zuccherose folate di sensibilità ferita. Inguaribile e tarato.
Poi finimmo ed io accesi una sigaretta. Lei era già proiettata a tutto il nuovo non me, totalmente padrona della sua arrogante libertà, ed io in fondo me ne fottevo. Non avevo le ali e non l'amavo. E mi ostinavo a cercare quelle situazioni. Quella precarietà. Quella conchiglia di suoni e odori-magnete, quel pasto fisso alla trattoria delle manie.
Poi mi arrivò una carezza ed io pensai che lei avrebbe dovuto pagarmi, perché ero stato solo un professionista che le aveva scavato la buca giusta per edificare la sua vita senza me.

Quelli come me, pensai mentre mi rivestivo, vanno bene solo per due volte. La prima per festeggiare la novità e la seconda per dirsi ciao, in accezione di addio.
Non oltre le due volte. E niente sesso bendato. E niente luci accese. E niente conquista a tappe e prove da sforzo. Vaffanculo le prove d'amore, l'assioma ipocrita tra tatto e marginalità.

Poco dopo, ad una finestra a caso, vicini e lontanissimi, fumando, iniziò a parlarmi, pur mantenendosi abbastanza vaga, della sua famiglia, dei suoi amici, e di qualche sogno. Qualcuno a caso. Io mi sentivo solo una stanza di motel con le lenzuola sporche di sperma e due sigarette nel pacchetto sul comodino a sinistra. Niente di personale. Avrei voluto dirle che non mi piace raccogliere memorie su storie familiari. Ma sarebbe stato sgarbato dire “io nella famiglia non ci ho mai creduto. La famiglia è una menzogna, una costrizione”. Lo pensavo. Pensavo tanto altro, di sbagliato, di grave, di accecato e lucido, di notturno e dissestato, di deperibile e sognante.
Ero Nessuno con gli occhiali da sole per la notte.
Ero dose liquefatta in un'acquasantiera regalata. Ero un pezzo debordante di un suicidio altrui. Mi avevano raccontato troppe cazzate. O troppe noiose verità.
Per fortuna, nessuno sembrava interessato ad incularsi il mio dio migliore, l'alba del giorno dopo. L'alba, quando non porta la fine del percorso, sembra veloce e sfarzosa come il gesto verso il traguardo, un'istantanea imperfetta che non finisce su carta e neanche tra le gambe delle donne.

LdP, 5/1/2015



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