17/01/16

Non mi piace la pizza (ma sono napoletano lo stesso)


Questa è la citta di Pino Daniele, di un sole arabo e borbone
Ti amo arrivato sulla scala di Pizzofalcone
Il sole che abbiamo noi non ce l'ha nessuno
Il mare di Napoli contiene l'anima di chi ci ha preceduto e anche di noi
Questa è la città dell'accoglienza e del riscatto, noi siamo marinai ed eroi
E ti amo sulle scale di Pizzofalcone, in cima a Posillipo
Ti amo mentre la vecchia contrabbandiera essicca il basilico
che poesia la vecchiaia, che poesia Napoli, che poesia le tue forme amore mio
Sulle scale di Pizzofalcone mi accorgo che io e te siamo destinati ad amarci
perché siamo napoletani e Napoli è un'anima che respira con la musica
con il mare, con Maradona, con Pino Daniele, con il caffè
siamo tutti scugnizzi
voglio un figlio da te”

Il poeta di fama regionale e cittadina finisce la sua prima poesia. Ed io mi sento male. Mi sento precipitato in un abisso o in quel racconto di Bukowski sul poeta stronzo. Nella saletta della libreria applaudono tutti. O sono tutti ipocriti o si sono sciroccati. Il poeta è tracagnotto, indossa una camicia bianca da cameriere di riserva, si è fatto una barba “a zizza di pacchiana” per apparire pulito e convincente e sì, ci troviamo a Napoli. Maria mi dice che questo poeta non sempre è efficace, ma si vede che è molto spontaneo e crede in quel che scrive.
“E chi se ne fotte”, le rispondo, “a me sembra un patetico stronzo”
“Ora inizi con il tuo disfattismo? Ma riesci ad apprezzare qualcosa, ogni tanto?”
“Sì, ma non questa merda”
“Ssshh, che ti sentono”
“Capirai”

Il poeta, Diego Armando Cacaturo, annuncia il suo secondo frammento poetico. È dedicato a tutti i quartieri difficili, al suo amico Enn'Ennio che ha perso una mano per i botti di capodanno alla Sanità, allo scomparso allenatore Bruno Pesaola, alla pizzeria Donnarumma che ha chiuso per il pizzo (ma non è vero, ha chiuso solo per debiti, solo che è bello creare casi anche quando non ci sono) e al fantasma di Totò, spettro che ha conosciuto di persona in un appartamento a via Aniello Falcone, quartiere Vomero.

Se arrivi nel punto più alto di questa stupenda città
ti manca l'aria come sul K2 o sul Monte Apuano
Se ami una donna napoletana
sai che il sesso serve a comunicare, perché noi a Napoli parliamo davvero
Se a Napoli fai lo scrittore vedi una parte di mondo
oh sì, oh sì, oh sì
che gli altri non vedono
Carmela, perché tuo padre spacciava droga?
Ti ha bucato il futuro e ti drogava l'amore
Io l'ho capito e ti ho sposata
perché siamo Napoletani, noi amiamo serio noi
oh sì, oh sì, oh sì
don Ciriello ci ha sposati con le lacrime agli occhi
mentre l'imbrunire chiedeva il permesso al Vesuvio”

Tanti applausi. Tanti applausi ancora. Maria pure. Sono spacciato e voglio uccidere Diego Armando Cacaturo. Sono molto più napoletano io di questo imbecille, penso, ma non mi verrebbe mai di pensare cose del genere. Io conosco Napoli. Ci sono nato e cresciuto. Ma tutta questa ossessione consolatoria ed autocelebrativa mi fa paura, orrore, mi disgusta profondamente.
“Carina l'idea di spiegare così il matrimonio”, sussurra Maria.
“Ah sì? Mi domando quand'è che questo coglione finirà di ammannirci le sue pizze con il basilico. A quando una dedica ad Eduardo De Filippo? Me l'aspetto”
“Senti, se non ti piace puoi anche aspettarmi di fuori”
“Ci sto pensando seriamente”
“Sei distruttivo”
“Risaputo”
“Non tutti non hanno un solo punto di riferimento, come ti vanti tu. Diego Armando è una brava persona ed è sincero. Mi ha anche detto che si vuole candidare”
“E questo sarebbe un valore aggiunto?”
“Non voglio più parlare con te. Sappi però che è molto facile essere sempre cinici, taglienti. Chissà, può darsi che tu sia un po' frustrato. Forse vorresti stare tu al suo posto”
“Mai”
“Voglio vedere”
“Senti Maria, te lo scopi?”
“Cosa? Io non ti permetto...”
“Te lo scopi?”
“Ma no!”
“Neanche in passato?”
Cade una lastra di silenzio. Centro. Centro senza freccette.
“Abbiamo avuto un flirt diversi anni fa, ma questo non c'entra niente”
“Deve avere il cazzo grosso, per giustificare poesie del genere”
“Ma come sei rozzo... Diego Armando ha sofferto da ragazzo, tu non conosci la sua storia, tu fai sempre di tutta l'erba un fascio”
“Anche io ho sofferto da bambino, ma non per questo scrivo poesie di merda”
Veniamo interrotti, perché c'è il terzo segmento di Cacaturo. Sembra commuoversi quando annuncia che la poesia è dedicata alla vecchia moca, che nessun napoletano usa più. Il pubblico in sala ride quando dice, Cacaturo, che in realtà questa poesia è un atto di accusa contro le cialde di caffè prodotte dalle schifose multinazionali.
Lo trovano simpatico, acuto, uno di quei napoletani dal buon cuore e dalla nostalgia facile. Maria anche sorride, probabilmente ricordando qualche coito inframezzato da sciocche poesiole in embrione. Diego Armando è probabile avesse un discreto apparato borbonico da offrirle e tanta retorica facile da apprezzare. Per me è davvero troppo. Estraggo una Camel dalla tasca interna della giacca e mi alzo, proprio quando Diego Armando attacca con un perentorio “Ricordo bene l'odore di caffè in casa / quando mamma MariaNeve cuciva d'inverno...”
Lo sguardo di Maria verso di me è odio puro. Ma vaffanculo tu e quest'invertito. Non mi pagano come comparsa e sto per vomitare.

Esco dalla libreria. Cielo di neve. Sono molto più napoletano di quello stronzo lì dentro. Ma ho la decenza di non fare oleografia. Io conosco altre Napoli. Più vere e più difficili da comunicare. Conosco una Napoli new wave. Una Napoli funky. Conosco la Napoli dei proprietari di casa che mi aumentavano l'affitto inventandosi scatti Istat e avevano venticinque appartamenti ogni quartiere. Conosco la Napoli dove il titolare di quella pizzeria faceva entrare la ragazza africana dei cerotti e dei saponi e abbassava la saracinesca. Con venti euro si faceva fare un pompino, proprio sotto le foto di famiglia, a fianco al forno delle pizze. Conosco il cimitero di Napoli dove si doveva dare la mazzetta per trovare il posto a mio padre. Conosco la Napoli piccolo borghese ed ipocrita delle finte belle letture, del progressismo di facciata, la Napoli borghese addormentata e pigra che si riversava nel negozio dove lavoravo, spacciandolo grottescamente per l'Accademia Culturale Francese piombata in città ad alleggerire gli animi. Conosco la Napoli dove si legge solo quello che consigliano quelli che sono visibili. Conosco le stanze di sindacati che non servivano ad un cazzo e dove il segretario era amico del direttore del posto che ci stava inculando. Conosco la Napoli dove tutti si vantano di aver conosciuto di persona Pino Daniele o qualcuno che ha suonato con lui. Conosco anche la Napoli che risponde alla domanda vergognosa del giornalista di Rai Due “ma lei pensa che se il Napoli vince lo scudetto la città ne trarrà giovamento, a livello di servizi e di ordine pubblico?”
Conosco la Napoli che non ti dà nessuna opportunità, perché è tutta una concatenazione di conoscenze e favori ed i meriti sono un qualcosa che si può valutare dopo che qualcuno ti ha fatto entrare grazie a zio Gianni o don Gigi.
Ma conosco anche persone vive, in lotta, che non si fanno imbrigliare dall'oleografia che vuole essere scambiata per tratto distintivo. Non ho mai creduto a quelle cazzate del tipo “a Pordenone hanno questi tratti caratteriali, ad Agrigento è il contrario, il napoletano poi non è compatibile con il ravennate...”
Prima la persona, please. Poi dov'è nato e il suo ambiente. Sono più napoletano, e molto, di quel Cacaturo là dentro, ma a me la pizza non piace. Non preferisco gli scrittori di Napoli a quelli di Verona. No. Valuto l'opera, forse lo scrittore, ma non certo la città di provenienza. Amo questa città assurda più di quanto sembri, anche se non tifo per il Napoli. Mi sento un napoletano nordico. Un napoletano norvegese. Ma non significa un cazzo. Forse sono solo abbastanza povero da aver vissuto contesti degradati con una testa preparata ad altro e preimpostata probabilmente ad un contesto di privilegi ai quali non ho mai avuto accesso. Non ci tengo ad apparire per forza accogliente e progressista e fedelissimo alle mie origini. Quelle sono questioni private, non dovrebbero servire per farsi accettare, riconoscere, per proporsi, per vendere. Quando mi categorizzano come “napoletani” gli artisti, mi viene sempre il mal di stomaco. Una volta mi dissero che negli “scrittori napoletani” ci stavo come il cavolo a merenda. Non so se si trattava di un insulto o di un complimento: in realtà era solo una frase idiota e senza senso.
Non celebro abbastanza la mia città, forse?
Ma vaffanculo.
Io amo Napoli. Da morire. Infatti sono rimasto, anche se nemo profeta in patria. Anche se uno come me, over 40, nuovo povero ed incazzato avrebbe dovuto da tempo togliere le tende e reinventarsi edicolante a Pistoia. Non è escluso che io lo faccia, e non per questo non sono fieramente napoletano.
Solo che la pizza non mi piace. E neanche le cartoline nostalgiche con i pomodorini appesi alla finestra, accanto al cardellino e alla moca.

Maria mi raggiunge. Ho fumato tre sigarette. Classico sguardo di riprovazione. Diego Armando Cacaturo ha finito. Il cielo è splendido, di neve. Ma mi piacerebbe anche se mi trovassi ad Udine o a Wrexham. I miei gusti non hanno connotazione geografica obbligatoria. Cacaturo si fa strada tra le persone e chiama Maria.
“Maria, tesoro, grazie di essere venuta”
“Dieghino ciao, sei stato bravo, sono fiera di te”
Poi Diego Armando Cacaturo si accorge di me. Mi porge la mano: “Cacaturo, piacere”
“De Pasquale, onoratissimo”
Sorrido con la mia famosa faccia di cazzo à la Alain Prost rimasto senza riccioli. Non mi piacevano i riccioli. Non sono molto mediterraneo, sono piuttosto pallido.
“Anche Luca scrive”, dice stupidamente Maria.
“Ah, bene”, risponde vagamente Cacaturo, con somma indifferenza.
Immagino il grosso cazzo di Cacaturo mentre è in azione, con in sottofondo “Yes I know my way” e sullo sfondo una libreria di elegante mogano con i seguenti oggetti: due libri sulla smorfia napoletana, un'enciclopedia Rizzoli Larousse del 1984, una playstation, la storia del calcio a Napoli in videocassetta, dispense edicola di Massimo Troisi e Totò, libri di comici napoletani, un saggio su Matilde Serao mai letto, nessun libro di Marotta, una batteria intonsa di romanzi di scrittori obbligatoriamente napulegni.
A me la pizza non mi piace, dopo due bocconi mi sento sazio e quasi nauseato, non mangio pesce, a Pizzofalcone mi hanno fermato le guardie nel 1993, sulla mia scrivania ci sono solo due libri di Dagerman, tre pacchetti di Camel Lights morbide (perché costano venti centesimi in meno a pacchetto rispetto alle dure), il disco di un bassista di Haiti e un dvd di Balasso, che è veneto e che mi piace assai.
Ma sono molto più napoletano di Cacaturo. E non tradisco ogni giorno la mia città descrivendola come un luogo dell'anima e non per quello che è, una metropoli soggetta al caos e ad ogni forma di umanità, splendida, decente o di merda. Come dappertutto.

Luca De Pasquale, 17 gennaio 2016

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