20/01/16

Mai prendere posizione per posizionarsi meglio (senza usare il fioretto)


La sgradevolissima polemica Mancini/Sarri, che sprofonda alla grande nel ridicolo involontario e volontario (tifosi che sostengono ci sia un complotto antinapoletano ma dall'altra parte l'invito grottesco al tecnico toscano a schierarsi a favore delle adozioni delle coppie omosessuali) non fa che ricordarmi, per l'ennesima volta, come questo sia il paese delle mezze misure mancate.
Infatti, o si tende a prendere posizioni cieche, aggressive, da guerra santa oppure si cerca di agire a colpetti di inconsistente fioretto, mostrandosi superiori all'accaduto, o ancora ci si chiude in un desolante silenzio perché l'argomento scotta ed è meglio non prendere posizione. Non farsi riconoscere. Non scontentare nessuno.

Quest'arte del silenzio tattico e finto elegante la conosco sin troppo bene. Cerchiobottismo, opportunismo, pavidità. Malcelato senso di essere super partes. Nessuno è super partes, nessuno può andare alla lavagna e risolvere la frazione. E allora, tanto vale dire la propria, senza pretendere che sia quella giusta. Tanto vale almeno non chiudersi a riccio in attesa di capire che aria tira e cosa conviene dire.

Io continuo a pensare che i social, in questo, non siano tanto positivi come si vuol far credere. Di certo sono molto meno aggreganti di quanto si dice. In realtà ognuno parla (scrive) a se stesso e alla propria ristretta cerchia di amici, frequentemente sulla stessa linea d'onda o comunque scelti e conservati secondo un criterio di similitudini e radicata affezione con punti in comune.

Fino ad un paio di mesi fa, lo confesso, mi ero completamente rotto il cazzo di facebook e twitter (quest'ultimo, lo ammetto, non lo so nemmeno usare bene, mi sconcerta, basta la parola “retweet” ad annebbiarmi, sono invecchiato), tant'è che avevo preso l'abitudine di postare solo pezzi musicali, quadri e immagini afferenti l'arte contemporanea. Poi mi sono reso conto, per fortuna presto, che si trattava di un esercizio di sterile onanismo. Come quando si pretende di racchiudere in sette righe e due post presi dalla rete la storia di un artista, di un movimento politico, di un dramma generazionale o altro. Sono solo seghe. A beneficio di se stessi e di quelli che ci seguono o sembrano seguirci.

Prendere posizioni, anche scomode, resta un campo minato. Quasi nessuno -sui social come nella vita- dice la verità. Se pure l'insofferenza ci spinge a manifestare contro qualcuno o qualcosa, lo facciamo a spicchi, a puntate, o servendoci di parole altrui. Come se per dire che si è di sinistra per davvero non scrivendo nulla di personale e scegliendo di citare un Berlinguer d'annata o Kropotkin a cazzo, equivocandolo in toto. Una citazione o una condivisione salvano sempre le forme, più o meno.

A me gli scambi emozionali, ideologici o semplicemente (e mestamente) social annoiano, se basati sulla tecnica della “non esagerazione”. Li trovo delle perdite di tempo, se girano attorno al problema.
Su questo blog come nella vita quotidiana, il linguaggio scurrile io non l'ho messo al bando. Ci vado giù pesante, anche se ritengo di avere le carte in regola per poter costruire un castello di stancanti eufemismi e non sporcarmi mai la pettola.
Inevitabilmente, lo dico con l'esperienza del campo, usare un linguaggio non da educande allontana. Allontana parecchie persone, soprattutto quelle pervase da uno spirito vittoriano fuori tempo massimo. Se scrivi “cazzo”, “chiavare”, “leccare culi”, nella migliore delle ipotesi vieni preso per un epigono scalcagnato del bukowskismo regionale o per un coprolalico infantile che cerca di urlare così il suo dissenso al mondo. Errato. Naturalmente.
Se prendi posizioni chiare -non per questo inattaccabili, certamente- ti alieni una parte di simpatie.

In questo senso, ho condotto vari esperimenti che mi hanno portato ad una scontata conclusione: le persone si offendono molto.
Mettiamola così: io sono uno che non è molto conosciuto. Vedete?, ho usato un eufemismo. Io dovrei lavorare duro -duro duro- per (ri)farmi un nome e (ri)entrare nelle grazie di editori, colleghi di penna, public relation cocksuckers, operatori kulturali e tutte le altre professioni (sovente inventate di sana pianta) attinenti allo scrivere e al comunicare.
Invece, assumendo posizioni che a me risultano chiare e tendenzialmente coerenti con la mia persona e il mio sentire, io -e come me tanti altri- non faccio che “suicidare” continuamente una parte dei miei lettori. Insomma, rischio. Magari sono uno stronzo, ma il rischio me lo prendo.
Le oscenità e la scurrilità allontanano gli animi sensibili e parecchie donne. Guai poi a cadere nel sessismo, in quest'epoca di streghe da bruciare. Una volta che ho osato scrivere “checca laccata” sono stato -io che non sono eufemisticamente noto- bersagliato da più parti, rosa, fuxia, azzurre e bianche. Omofobo di merda. Sei come tutti gli altri, schifoso, mi dissero. Ma cosa vi faceva pensare che fossi diverso? Il fatto che vi eravate immedesimati in due racconti precedenti a quello dello scandalo?
Poi ho perso i lettori che credevano io fossi una specie di sindacalista mezzo morettiano mezzo centrosocialino. Pensavano che io stessi tra i democratici e Rifondazione, ed invece transitavo in un'area tra il post-marxismo (inteso come si intende il post-punk) e l'anarchia stirneriana. Delusione. Addio dei moderati rossi.
Avanti un altro.
In ordine sfuso, persi lettori non atei, persi lettori borghesi, persi lettori della mia città perché non sono abbastanza fedele alle mie origini, persi da subito i movimentisti, persi colleghi omosessuali, persi pure alcuni poeti/poetesse perché spesso mi sono scagliato con fare sommario e anche puerile verso l'arte del poetare.
Dico sempre ai più giovani, che considerando la mia età al momento sono i ventenni e i trentenni, che non devono fare come ho fatto io. A furia di assumere posizioni, dicevo ad un brufoloso adepto che poi ha scelto lidi più sicuri e confortevoli, mi sono messo nella posizione di autoincularmi il consenso.
Ho imparato alla bella età dei quaranta tondi che prendere posizione non fagocita la notorietà e la curiosità nei tuoi confronti. Soprattutto se hai idee non proprio accomodanti. Mica sono Cioran io, non ho la sua statura; ma non sono nemmeno Bukowski o Irvine Welsh.

Chissà perché, attorniato nella mia vita da molte persone pavide e spesso incolori, ho preso un'altra direzione, votata quasi sempre ad un peregrino senso di coerenza. A volte ancora me lo chiedo. C'è chi non mi saluta più, oltre a non leggermi. Non capendo che io procedo per astrazioni e paradossi. Raramente vado sul personale, in quanto innamorato di una certa libertà espressiva e comportamentale.

A chiusura di questa nota, come si era probabilmente evinto dalle prime battute, prendo l'ennesima posizione: nella querelle Sarri/Mancini io prendo le parti di Sarri. Senza alcuna esitazione, senza riserve, sto con Sarri. Senza dare un colpo al cerchio ed uno alla botte. E non sono nemmeno un tifoso del Napoli. Non sono omofobo e per questo dico, che i moralisti dell'ultima ora e gli scagliatori di pietre andassero a farsi inculare in un salottino sportivo Rai o simili (è una citazione da Boris Vian e poi da Serge Gainsbourg, questo mi salva?).
Quando arriverete a giudicare la vostra ipocrisia e il vostro moralismo politically correct come giudicate il “frocio” e “finocchio” di Sarri, allora forse avrete diritto di parola nelle mie orecchie. Ma quel giorno io sarò già morto da tempo.

Luca De Pasquale, 20 gennaio 2016


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