19/01/16

Ma allora si muore per davvero


Ma allora si muore per davvero. Cazzo, si muore per davvero.
Non avevo bisogno di Jack Bruce e David Bowie, o del grande Clarence Reid/Blowfly, di Mic Gillette dei Tower Of Power e di Glenn Frey ieri. Me n'ero già accorto che si muore sul serio, me ne sono reso conto parecchi anni fa. Ma è come se l'avessi dimenticato, negli ultimi anni. Come se avessi rimosso l'idea e la percezione della fine della strada, come se ignorarne la portata me ne rendesse immune. Povero coglione.
In fondo, mi sono detto ieri notte nel letto, mentre cercavo di dormire decentemente, è stato quando ho avuto ben chiaro che sarei poi morto che ho fatto le cose migliori. Che mi sono spronato, scosso, mosso diversamente.
Ci sono precise tracce di morte in ogni uomo. Ricordi, segreti, avvisaglie. La morte non ha nulla di letterario, finché sei in vita. Oggi so di avere meno tempo, molto meno tempo. Per questo mi brucia il culo. Per questo, anche, me ne frega ancor meno delle forme, delle convenienze, delle “azioni diplomatiche”, dei movimenti di rinculo. Arrivi ad un punto, anche se sei ufficialmente ancora giovane, in cui -se la tua storia ti ha portato al punto giusto- non concepisci altro che lo sbaraglio, la vocazione, il limite ed il rasoio, con addosso la convinzione che in fondo non ci sono seconde possibilità, e che le mani di poker, a conti fatti, non sono poi così tante.
Ed è infinitamente meglio.

Oggi, all'età mentale del mio disguido di permanenza, le piccole ambizioni, le invidie laccate, le forme di competitivo ostracismo, mi sembrano solo dei fastidi merdosi.
Esci all'alba con le mani nel cappotto o nella giacca, guardi il cielo bianco, senti tutto il freddo stagionale e circostante, ti accendi una cicca e ti rendi conto che è tutto un'incognita. Che l'arte non rende più belli. Non per forza. Che l'amore non esclude la disperazione. Che ogni buon proposito ha un suo rovescio. Che la morale è un'invenzione contorta e contraddittoria.
Che viaggiare, amare, scrivere, capire, guardare è materiale da gestire e non sperperare.
Stamane sono uscito e mi sentivo bene, come adesso; mi sembrava di essere stato appena rilasciato dopo una lunga detenzione. Senza però aver ritirato dai secondini del carcere alcun effetto personale. Uno dei miei sogni più concreti è non avere mai dietro o addosso quegli effetti personali odiosi che sono peggio del dna.
Mi piace pensarmi incidente e non uomo incidentato. Stamattina avevo le mani ghiacciate e non mi sono nemmeno accorto di essere entrato in un negozio con la sigaretta. Mi sentivo libero e senza alcun vincolo. Uno schiavo libero. Nonostante le avversità episodiche o costanti, nonostante le troppe leggi da rispettare, nonostante quello stupido obbligo di fedeltà a se stessi, quel quadernetto insulso che ognuno di noi ha redatto secondo scrupoli, taciti suggerimenti ambientali o familiari. La famiglia, quando condiziona la vita e blocca i voli sbagliati, è solo una maledetta piovra da dimenticare in fretta.

All'altezza del negozio di orologi marinari dove non entra mai nessuno, un uomo con un naso enorme flirtava con la commessa. Mi sono messo a guardarli mentre fumavo. Sembrava una danza di tacchini con il culo gelato. Mi ha fatto tristezza. Probabilmente si sarebbero fatti lingua in bocca da subito se si fossero sentiti realmente tranquilli, non condizionati. Perché mi davano l'idea di piacersi e ricambiarsi. Poi mi sono distratto e ho compiuto l'errore di guardare il mare viola oltre la strada, dello stesso colore del cielo. Sempre un fil di ferro nella schiena, una tempesta di sabbia emozionale brevissima e colma di rimandi da trascurare.

Oggi dovevo scrivere un pezzo su Clarence Reid aka Blowfly. Un musicista geniale che per me è stato molto importante. Uno che ha lasciato le più morbide battute del Northern Soul per andarsi ad insozzare in un rap ante litteram dai contenuti osceni e dal tiro di basso dannatamente funk. Ho amato la musica di Clarence Reid e dopo, anche di più, le grottesche provocazioni di Mr. Blowfly. In genere, apprezzo tutti quelli che lasciano il certo per l'incerto, e che osano. Che sembrano quasi volersi dire, “vediamo se faccio centro o mi fotto”. Senza roba intermedia ad appesantire. Ora, Blowfly è morto l'altroieri. Mi sono intristito. Ma queste nuove morti (artistiche e non) le vivo diversamente dagli anni scorsi. Prima le vivevo in modo trascendente, con profonda e forse stucchevole irrazionalità, e le facevo diventare come parte di un mio preciso congegno di conservazione della memoria e autodistruzione personale. È accaduto con Jaco Pastorius e con Patrick Dewaere, che si sono autodistrutti totalmente, è accaduto anche con Layne Staley e parzialmente con Mark Sandman. I miei eroi. È accaduto con Stig Dagerman, da quando tanti anni fa scoprii la sua esistenza e le sue opere. Ma oggi è diverso. Mi sembra di avere un sapore diverso in bocca. Mi sento capace di prendere atto e di non romanzarci troppo su. È la morte: l'istituzione più democratica che l'essere umano abbia mai potuto conoscere.

La consapevolezza per nulla triste e mesta della mia futura morte mi porta non a migliorare, perché non credo in questo verbo slegato dal resto; mi porta a vivere con maggiore intensità quegli attimi che dovrebbero sembrare incolori e invece non lo sono affatto. Mi piace guardare navi e treni partire di notte. Sono momenti importanti per i miei occhi ed allora io non mi distraggo. La consapevolezza che morirò, ad esempio, mi spinge a non scindere più il piacere dal dolore, accettando che ogni bella stanza ha la sua botola e il suo spettro inquieto. Nella musica, nella scrittura cerco il flusso e non la vanità. Cerco l'acqua sotto la pietra e le pietre per una piccola casa in mare aperto, sotto strati e strati di apnee non sempre mie. Ho imparato che quasi mai la curiosità annuncia l'amore. Ho accettato che non mi concepisco come atto a dimostrare di essere okay, in gamba. Io procedo e poi si vede. Se mi percepisci come un cane di fogna sono affari tuoi, più che miei. Ho imparato che le persone che amano l'amore e amare, più che essere amati, sono a rischio autodistruzione. Ho imparato tante di quelle cose che sbaglierò ancora di più, in futuro. Ma con un sapore diverso in bocca. Quel sapore diverso, di notte accesa, di sonno perso per giusta causa, di utopie possibili arrampicate sul dorso di un incubo stanco di imperversare.
Blowfly è morto. Mi dispiace davvero. Si continua. Non è male pensare che il vento abbia i capelli. Che in giro ci siano ragazzi che si chiedono se saranno amati e capiti e che si industrino per credere alle maree.
Io nel mare ci ho sempre creduto. Per questo annego sempre. Ed ogni volta che mi risveglio sono meno attraente e meno giovane, ma ho un sapore in bocca diverso.
Non il solito tabacco più nicotina. Qualcosa di diverso. Il sapore incerto di tutto quel che resta e anche quello che ho dimenticato pur di continuare. Un misto di neve e fuoco che è la tana lussuosa dell'insonnia.

Luca De Pasquale, 19 gennaio 2016








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