11/01/16

Low Alien: David Bowie visto dal basso (elettrico)


No, non mi piacciono certe furbate.
Non posso reinventarmi e propormi a voi oggi come uno dei seguaci più fedeli e maniacali di David Bowie. Però lo amavo. Eccome se lo amavo.
Per motivi puramente anagrafici, ho conosciuto la musica di David solo nel 1984, con l'album Tonight, che acquistai in vinile. Come è noto per chi è addentro al mondo della musica, il disco in questione è considerato quasi unanimente come un album orrendo. Io non l'ho mai pensata in questo modo, anzi; ancora oggi posso dire che “Tonight” mi piace molto, pur riconoscendo che si tratta di uno degli episodi minori del Duca Bianco. Sarà un fatto affettivo, come spesso accade? Può darsi, non lo nego.
L'album infatti contiene “Loving the alien” che è stato uno dei miei pezzi-ossessione per decenni. Ho adorato tanto il pezzo che il video, allora mandato in forte rotazione sulla paleolitica Videomusic. Pezzo intenso, suggestivo, che accompagnava le mie fantasie straniate di ragazzino. Mi immaginavo con la faccia blu notte di David, come nel video. Il basso era pazzesco, mi piaceva.
Chiaramente, da Tonight sono andato a ritroso, rendendomi presto conto che avevo a che fare con un peso massimo, un alieno appunto, un genio assoluto.
Ma, probabilmente per una vocazione professionale già in nuce, il mio approccio con David Bowie ha trovato la sua continuità esplorativa attraverso i suoi bassisti.

Infatti, grazie a Tonight ho scoperto Carmine Rojas, un nome che dirà pochissimo a molti ma un professionista di altissimo livello. Ha suonato nel periodo bowiano più avversato in assoluto dalla critica, quello appunto dei “mezzi ottanta”, comparendo anche negli infausti “Let's Dance” (dove è della partita, e non stupisce visto il taglio dancey dell'album, il munifico e mai troppo rimpianto Bernard Edwards degli Chic) e “Never let me down”. Carmine Rojas ha rappresentato, in quei dischi così bersagliati dai recensori, un monolite ritmico, sorta di alter ego proprio di Bernard Edwards, che con il suo socio Nile Rodgers allora gravitava nel confuso periodo di David, screziato di dance e suoni elettronici forse un po' indecisi ed ingenui. Ma Carmine Rojas ha fatto il suo, nell'eccellenza.

Proseguendo il mio viaggio a ritroso nella complessa e cangiante discografia del Mito, mi sono imbattuto nella singolare figura di Trevor Bolder, titolare di cattedra nei fedeli Spiders From Mars, fido compagno di ritmo e granitico accompagnatore. Strano pensare che Bolder è ricordato dai critici più passatisti più per la militanza negli Uriah Heep -invero un'ottima band ma non certo l'apice della creatività bolderiana- che negli Spiders. Quasi mai impegnato in passaggi solistici o showdown non richiesti, Bolder ha offerto, con il suo socio Woody Woodmansey alla batteria, la sezione ritmica perfetta per le trasformazioni di David/Ziggy.

Figura peculiare nella carriera di David è stato, come è acclarato, il mitico Tony Visconti, uomo tuttofare, confidente, bassista, produttore, ombra creativa in molti suoi lavori. Visconti è responsabile della produzione di due tra i migliori album dell'ultimo Bowie, e cioè “Heathen” e “Reality”. Per i curiosi, Tony Visconti ha pubblicato anche due album solisti di discreto livello, anche se non hanno alcuna reale attinenza con la sua splendida associazione con Bowie.

Ma se Bolder e Visconti sono conosciuti e riconosciuti, chi ricorda davvero George Murray? Presente in lavori focali come “Heroes”, “Lodger”, “Low”, “Scary Monsters”, “Station To Station”, Murray, bassista dal background jazz e funk, ha rappresentato un cardine sonoro, soprattutto dal vivo, per la musica di quel David Bowie. Una sorta di raccordo ritmico imploso -Murray aveva le caratteristiche tipiche di chi il funk lo sa macinare, vedi sua collaborazione con il redivivo Weldon Irvine- che consentiva al resto della band di costruire ed incastrarsi in quei giri così precisi e implacabili. Dopo qualche collaborazione di rilievo -tra le quali quella con Jerry Harrison dei Talking Heads-, Murray è praticamente scomparso nel nulla, legando così la sua discografia quasi unicamente a Bowie.

Con il David Bowie “prima o seconda maniera” hanno lavorato anche due bassisti eccellenti: il troppo trascurato Herbie Flowers e la leggenda Willie Weeks, modello per generazioni e generazioni di bassisti a seguire.
Herbie Flowers ha suonato in due album in studio, “Diamond Dogs” e “Space Oddity”: hai detto niente. Bravissimo, poi, in “Live”: asciutto e determinante per enfatizzare la ritmica (ma qui va consigliata un'edizione rimasterizzata dell'album, per godere appieno del gusto di Herbie). Flowers è stato un sessionman richiestissimo e lo ritroviamo in centinaia di dischi belli ed iconici, trascurando volutamente l'incredibile collaborazione con Lou Reed di “Transformer”. Tutto torna, considerato il rapporto di Bowie e Reed. Anche in questo caso, per i più curiosi, segnaliamo che Herbie Flowers ha inciso dischi solisti per nulla malvagi (soprattutto “Plant Life” del 1975 e “Herbie's Stuff” del 1981), ovviamente e criminalmente mai passati in compact disc. I vinili si trovano, ma a prezzi poco convenienti ed in condizioni spesso pietose. Peccato.
Di Willie Weeks possiamo dire... provate a fare il suo nome a qualsiasi bassista odierno di area jazz, funk e rock (quindi tutto, praticamente) e vedrete che sgranerà gli occhi e vi dirà fermamente: “Willie Weeks è un bassista enorme”. Gusto, feeling, vocazione al sincopato, mai debordante, sempre chirurgico e fottutamente funky: con David Bowie possiamo ammirarlo nel classico “Young American”, un'opera nella quale il suono di Willie è perfettamente amalgamato al resto della band, che è mostruosa: David Sanborn, il fantastico Andy Newmark alla batteria, il jolly Carlos Alomar alla chitarra, Mike Garson al piano (in due pezzi dell'album, tra i quali il celeberrimo “Fame”, al basso non c'è Willie ma l'ottimo Emir Ksasan, sconosciutissimo).

Operando un salto carpiato in avanti -poco filologico ma funzionale-, abbiamo due musicisti molto importanti per Bowie, e non solo: la splendida Gail Ann Dorsey e il poco appariscente ma fondamentale Mark Plati. Di Gail Ann Dorsey potrei scrivere per giorni: esponente di spicco della new wave femminile del basso elettrico (con Meshell Ndegeocello sulle orme di Carol Kaye, no?), compositrice raffinatissima, vocalist profonda e necessaria, strumentista di altissimo profilo, autrice di tre super-sottovalutati dischi solisti, naturalmente (occorre dirlo ancora?) fuori catalogo. Gail Ann impreziosisce il fibrillante drum'n'bass di un lavoro come Earthling, ad esempio, e furoreggia nell'incisione live che accompagna la limited edition di “Bowie at the Beeb” (quella triplo cd, per intenderci) e nel buon “A Reality Tour”.
Mark Plati è quel che si dice un bassista che non si vede, ma si sente; e si sente per davvero. Come per Gail Ann Dorsey, Plati è il bassman dell'ultima fase bowiana prima di “Black Star” (dove per inciso le parti di basso sono affidate ad un mostro come Tim Lefebvre, proveniente da tutti altri ambiti, jazz e avant, ma David ha sempre saputo scegliere con grande cura i suoi bassisti), infatti lo troviamo molto attivo ed apprezzabile in “Hours” (che amo molto), “Heathen” e “Reality”, tra gli altri. Da non dimenticare che Plati è un polistrumentista e ingegnere del suono, cosa questa che accresce i meriti del suo impeccabile lavoro sporco dietro le quinte bowiane.

Impossibile passare in rassegna tutti coloro che hanno suonato, anche in pochi pezzi o in dei tour che non hanno avuto copertura discografica, il basso con il Duca. Di certo si possono menzionare Tony Levin, il bravo e puntuale Yossi Fine, il tostissimo Tony Sales nei Tin Machine e il fantastico ed indimenticato Doug Rauch, che ha accompagnato David in parte del tour di “Diamond Dogs”. Rauch può essere (ri)scoperto in lavori di Carlos Santana e Lenny White, ma non mi avventuro oltre.

Si può concludere, non volendo e non potendo essere questo un vero e proprio omaggio a David ma una veloce ricostruzione delle sue “basse frequentazioni”, con un assunto che reputo sempre valido: i grandi musicisti scelgono quasi sempre bassisti d'eccezione perché -appunto- il basso si conferma come strumento chiave per ogni contesto musicale che lo presupponga. La musica di David Bowie non è certo bassocentrica, ma per quanto mi riguarda ha dato al basso il giusto rilievo e le giuste carte per mettere ordine e rifulgere al contempo. Grazie al genio di David, incontestabile e puro, e alla schiera dei magnifici bassisti che lo hanno attorniato e coccolato con il loro groove.
Da oggi la stella forse più nera brilla in cielo.

Luca De Pasquale, 11 gennaio 2016












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