28/01/16

L'acqua inquieta


Nella vita lo sguardo della pubblica opinione, gli interessi contrastanti, le lotte della cupidigia obbligano le persone a nascondere gli stracci vecchi, a camuffare gli strappi e i rammendi, a non presentare al mondo le rivelazioni della coscienza. E il bello di questo obbligo è proprio che a forza di ingannare l'altro, un uomo finisce per ingannare se stesso: in tal caso si risparmia la brutta figura, che è penosa, e l'ipocrisia, che è un vizio schifoso”

Ogni stagione della vita è un'edizione, che corregge l'anteriore, e che a sua volta sarà corretta, fino all'edizione definitiva che l'editore cede gratis ai vermi”

Machado De Assis, “Memorie dell'aldilà”, Barbès Editore

La serata brillante e spensierata passa senza danni. Come la farsa che si annunciava. Usare lo spalaneve per dimenticare i problemi, le sofferenze, le guerre interne, l'inaderenza a se stessi, i propositi di vendetta e le bassezze tattiche dell'indifferenza.
Mi produco in un paio di numeri sicuri, un'imitazione di una conoscenza comune ed un racconto boccaccesco, sono i vecchi piatti forti che funzionano sempre quando voglio distogliere l'attenzione da altro e, soprattutto, quando non intendo rispondere a domande che somigliano a pruriti micotici.
E infatti, quando esco sul balcone a fumare, nella mia testa galleggia una scritta al neon: andate a fare in culo. Queste serate dove si deve fingere accordo, simpatia, trasporto sono invecchiate più delle persone che le propalano con un'ottusità inscalfibile.

Quando rientro, il padrone di casa si lancia in un giudizio retrospettivo su quel che scrivo, azzarda anche un consiglio, di quelli che derivano dalla scarsissima conoscenza di ciò che spinge un uomo a scrivere. La gente pensa che uno scriva perché ossessionato dall'idea di farsi conoscere e riconoscere socialmente. La gente pensa che il tentativo della scrittura collimi con il miraggio della fama e del boom per trovare stabilità economica. Sono così annoiato da questo letame, sfinito, che ormai non prendo più questioni con nessuno. Lascio parlare, lascio esaurire.
Non ho pace. Non posso trovarla. Perciò scrivo”: sento la mia voce in differita pronunciare queste parole. Mi stigmatizzo subito. Perché ovviamente l'interlocutore prende la dichiarazione in mala parte, giudicandola pessimistica, pomposa, fuori luogo in una serata tutta spiluzzichini, sorrisi e ricerca spasmodica di similitudini. L'interlocutore trova che la mia spontanea dichiarazione sia triste; io invece la trovo allegra e costruttiva. Ora che fare? Dobbiamo prenderci a pugni? O vuoi giudicare qualcos'altro? Vuoi per caso giudicare il mio pene? Posso cacciarlo, se vuoi. È solo un capriccioso pezzo di carne. Non è un segreto intimo. È solo un rotolo di nervi ed impulsi. Se pensi di addentrarti nel mistero della scrittura, allora non puoi esimerti dal giudicare una salsiccia, così come -naturalmente- puoi considerare altre parti del mio corpo, ben più esposte.

Quando la serata finisce, mi accorgo che il pacchetto di sigarette è semivuoto. Ho fumato troppo. Sempre così. Difficile che si replichi. Perché la mia scarsa disponibilità a ripetere rituali è palese, anche se mai scortese. Non posso farci niente se sono irrimediabilmente innamorato del deserto. Quando mi infilo il cappotto, leggo chiaramente sul volto della moglie del mio amico un disappunto trattenuto a stento. Appena sarò andato via, gli dirà che non sono simpatico come era stato annunciato. Che sono intelligente, bontà sua, ma non frequentabile. Bella scoperta. Quella donna non leggerà mai un mio libro o il mio blog. Non scoppierò in lacrime per questo, sono abituato a ben altro. Non mi chiederà l'amicizia su facebook, perché ha intuito che non sono un tipo gradevole. Almeno socialmente, collettivamente. Spensieratamente. Lei me lo vuol far capire, che non intraprenderebbe mai niente con un tipo come me. La cosa è reciproca. Totalmente.

In taxi, guardo la strada sporca di pioggia pigra. Il tassista prova un dialogo, ma la cosa abortisce -con cortesia- in poche battute. Poi lo chiama la moglie e si fanno una chiacchiera mentre la tangenziale mi passa accanto come una scenografia sbagliata e dall'oblio veloce.
Durante il tragitto, mi scopro pensieroso su cose diverse. Mi torna in mente il cameriere del bar dove faccio colazione qualche volta, con la sua aria gentile, arresa, di uno che non può permettersi errori. Uno che mi sorride sempre, mentre io non riesco mai a sorridere completamente. I miei sorrisi sono solo oscillazioni della bocca: che assurge a ruolo di conca per i panni, basculante per il troppo peso. Un sorriso intero dedicato a qualcuno, e chi se ne ricorda?
I miei sorrisi sono scettici, intrisi di cinismo, pretesto di svignarsela. Mi odio per questo. Dovrei sorridere pieno. Assumermi i rischi del sorriso. Invece no.
Piove, finissimo, sembra più un disegno che la notte vera. Sono notti che ti schiacciano. Ti salvi solo se ti svegli in tempo, se riesci a carezzare chi ti ha accettato per quel che sei, se carezzi qualcuno senza chiedere niente in cambio, a cominciare da quel denaro sopravvalutato che è l'amore. Conosco quintali di persone che vivono i sentimenti come uno scambio di figurine. Sono nemico di queste persone. Di fronte ai collezionisti di sentimenti da scambiare mi sento Satana, un distruttore, un'entità oscura e dentata. Condannata a ripetere per sempre la comunione della disgregazione, incapace di accettare l'ostia, incapace di mercanteggiare con i sogni.
Poi ripenso alla serata. Mi sono annoiato. Avrei voluto che non mi conoscessero o che non si ricordassero di me. Da molti voglio solo essere dimenticato e scavalcato. Invece di chiedere amore e baci al tartaro, l'idraulica empia che disegna il triangolo paura-cuore-cazzo, io chiedo l'esilio. Il confine. La stazione ferroviaria di notte, solo treni merci. Chiedo il freddo addosso mentre piscio nei bagni deserti della stazione, chiedo le mani screpolate e nessun quaderno di ricordi da sfogliare. Odio i ricordi, odio prenotare il futuro con le proprie radici. Voglio la trasformazione, voglio l'acqua. Un'acqua che non desidera, pur se cascata, le foto dei curiosi. L'acqua che cade cerca il mare, non i commenti degli spettatori. Chissà se il mare è tanto lontano, tanto quanto la pace o quel che significa questa parola.
È finito il tempo di queste maledette serate. Delle spaghettate nostalgiche. Dei recuperi dal baule della soffitta, dalla scatola Ikea dei ricordi, e quanto al mare di sperma, non è certo diventato una fonte aurea da ripercorrere come salmoni benedetti.
È importante, davvero importante, marcare bene i confini degli abbandoni e dei fallimenti. E della non familiarità. Perché marcare quei confini significa espanderne altri, squarciare il velo stanco di un futuro che ti bidona per dieci appuntamenti di seguito.
Le riproposizioni. I chiarimenti. Le carrambate con un fiore nei capelli, una mano al portafogli e il cazzo del passato in culo. Il profumo spruzzato sul collo per farlo poi mordere. Cancellare torti e amnesie con una passata di lingua in bocca e quei morsi che sanno di tartaro, dentifricio e bugie.
E dirsi, ripetersi ossessivamente chi sei, chi sono, chi siamo, da dove veniamo, quanto abbiamo condiviso e quando, quanto siamo davvero amici e vicini nonostante i silenzi e le ipocrisie, quanto avremmo potuto, quanto abbiamo giocato per prenderci o evitarci, quanto ci siamo entrati dentro e fino a quale punto mai esplorato.
Il taxi arriva a destinazione. Dodici euro, grazie e buonasera. Buonasera a lei e buon lavoro. Neanche chiudo lo sportello che ho già acceso una sigaretta. Le chiavi tintinnano nella mano sinistra. Un tizio del palazzo mi spia dietro la finestra della sua cucina. Cos'è che vuoi? Vuoi scoprire segreti del tuo dirimpettaio? Vuoi che ti scandalizzi ballando un pezzo di Marcos Valle con le vergogne al vento? Vuoi controllare se mi porto un travestito a casa per farmelo ciucciare? Puoi anche crederlo: convincerò un amico a venire a casa con una parrucca addosso. Così potrai credere che sono un pervertito, un osceno, oltre che un fuoriuscito dalla società. Puoi credere quel che vuoi.
Oggi diamo giudizi morali per ogni cosa, per ogni sospetto, per ogni preconcetto, per ogni cosa che sfugga sia pur minimamente alla nostra torretta etica con radar di fortuna. Giudichiamo le persone dalle loro paure evidenti e dai loro fallimenti apparenti. Ci interessa censurare il male, ma continuiamo a pensare che la vernice con la quale ci dipingiamo il viso per creare fortunosi equivoci in società non sia tossica. Il veleno è sempre altrove: le nostre scelte ci appartengono e dunque sono giuste.
Io non la penso così. Io vedo, per quel che riesco, il mio sorriso un po' sconfitto, ma anche il mio veleno, il mio vomito, il liquido organico della mia rabbia sociale e individuale, la mia vocazione all'ammutinamento, al deserto, e vedo con senso del ridicolo la grande efficienza del mio ufficio degli addii, sempre tanto indaffarato. Se fosse un partito politico, giuro che lo voterei. Il Partito Degli Addii funziona, mantiene ciò che promette e fa anche di più: cancella le serate inutili, ancor prima del passaggio al cesso il mattino seguente.

Luca De Pasquale, 28 gennaio 2016




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