13/01/16

La religione del basso funk (nel ghetto a testa alta)


Alla memoria di James Jamerson, che ha aperto le danze

Parafrasando facile, posso dire che il basso funk mi ha salvato più volte il culo. Il groove, slappato o wah wah che fosse, mi ha riempito tutte le volte il serbatoio di carburante. Carburante che costava poco e rendeva moltissimo. Un possente giro di basso funk è spesso arrivato dove il rock non osava arrampicarsi. In quella zona senza nome tra anima e cervello, il basso funk mi ricostruiva l'umore, il vitalismo, il desiderio di libertà spesso soffocato da pessime abitudini.
Bootsy, Larry Graham, George Porter Jr., Chuck Rainey, Nathan Watts, Verdine White, Morris Dickerson dei War, Mark Adams degli Slave e mille altri sono stati spesso i migliori amici nei periodi di difficoltà. Mi caricavano come una molla, se dovevo lottare. Ed io ho dovuto lottare quasi sempre, partendo perdente quasi sempre. Dovevo rovesciare i pronostici. Il basso funk era la mia droga in quei giorni, in quei mesi. Vivevo fasi più leggere e allora mi servivo di Bernard Edwards e Robert “Kool” Bell. Seguivano fasi molto dure, costellate di delusioni annunciate, di carità della fortuna, ed allora finivo nel giro dei bassisti Motown o gli Dei del binomio Parliament/Funkadelic: Bootsy Collins, Cordell Mosson, Billy Bass Nelson. Era meglio, se i bassisti erano neri. Preferivo i neri. Il loro suono era come un'onda che non ti spazzava via, anzi: ti piantava in mezzo ad un oceano sterminato come una piattaforma scura, una corazzata, l'ultimo avamposto prima dell'arcobaleno migliore e più veloce.
E in quei giorni, in quei mesi, in quegli anni, chi mi conosceva continuava a piazzarmi idealmente tra rock e metal, ignorando la mia religione del basso funk. Ma come potevo spiegare?
Io, bianco, medio borghese sempre squattrinato, idealista più per definizione altrui che per reale vocazione ai sogni, che cazzo ci facevo tra i groove negri dei bassisti soul, funk e jazz? Eppure, è sempre stato un richiamo irresistibile. Anche se, forse, in alcuni periodi mi si sarebbe attagliata meglio un'immagine malaticcia di dark e wave decadenti, proprio nei giorni peggiori trovavo la quadratura del mio cerchio funk. Anche il blues aiuta, nei giorni senza sole. Ma il blues, soprattutto quello moderno, lambisce sempre un po' una sorta di maniera concettuale sulla sfortuna e sul celeberrimo stagnare sotto un “bad sign”.

Ricordo uno schifoso pomeriggio dopo il lavoro. Il lavoro che stavo perdendo e che ho perso. Era un pomeriggio di aprile ed ero decisamente infelice e parzialmente sconfitto. La storia del lavoro andava a rafforzare altre insoddisfazioni e a rendere insopportabili altre prigionie. Ricordo che per strada camminavo a testa bassa e mi percepivo come brutto da guardare; questo innescava anche un pensiero assurdo di supporto, e cioè che non ero bello ma il mio fascino ce l'avevo e lo avevo perso come uno stronzo. Quando infilai le chiavi nella porta, mi sentii fottuto definitivamente. Non avevo voglia di amici, di scopate fuori mano con il senso del peccato incastrato sotto le ascelle, non avevo voglia di bere o di perdermi nel cibo, nel digiuno, nell'insonnia, in un'infatuazione platonica. Avevo solo voglia di musica. Musica vera, perché di musica di merda ne sentivo sin troppa in negozio. Mi misi in cuffia con “Glamour profession” degli Steely Dan. Non si poteva dire che il giro di basso di Anthony Jackson fosse davvero funky, ma a suo modo era un groove mostruoso, tutt'ora uno dei miei must. Mi tirò su in pochi minuti. Poi ascoltai War, Tower Of Power (con il grande bassista bianco Francis Rocco Prestia), Bar-Kays, Fatback Band, Ohio Players, Zillatron. Un'ora circa di linee di basso mostruose, abnormi, ipertrofiche. Altro che cura sistematica dell'infelicità. Ero tornato giovane, affascinante quel po' che mi serviva per specchiarmi, ero tornato desideroso di respirare e muovermi. Naturalmente, l'effetto scemò dopo poche ore. Andai a dormire con un umore alla Joy Division, ma dentro avevo dosi robuste e torride di funk diretto, profondo, erotico e misterioso. Ero comunque salvo. Se la vita voleva mettermelo in culo in salsa adulta, avrei reagito creando dal nulla, da un semplice giro di basso, un ghetto combattente, la mia Harlem a luci basse, avrei sguinzagliato le mie Pantere Nere in giro per lo squallore circostante, le vigliaccate, la mancanza di palle altrui, il pressapochismo affettivo dei presuntuosi, l'anaffettività dei falsi giudici di pace.

Il giorno dopo, come per un caso indefinibile, un cliente mi chiese perché non avessi scelto, da ragazzo, di diventare bassista. Rimasi interdetto, farfugliai qualcosa. Ma mi dissi anche, con un largo sorriso interno, che se avessi scelto di suonare probabilmente il basso non mi avrebbe davvero salvato il culo. Perché senza suonare dovevo affidarmi agli altri, una volta tanto, e non a me stesso.
Rinfrancato, gli dissi: “Sì, hai ragione. Ma io sono praticamente un bassista dentro. Ragiono come un bassista, e tutto quel che mi succede ha una linea di basso corrispondente. Senza basso non scriverei una sola riga, neanche una semplice lista della spesa”.

Studio vita, morte e miracoli del basso elettrico e dei bassisti ormai da venticinque anni, senza nessuna interruzione. Se a molti la vita l'hanno salvata i dj, a me sono stati i bassisti. Quasi sempre neri. E quelli bianchi che adoravo in fondo erano neri dentro, a cominciare da Jaco.

Oggi, immerso nei soliti studi propedeutici alla mia professione e alla mia anima, mi ricordo di quante volte sono stato salvato e custodito da un groove funky o semplicemente dotato di un tiro colossale. Sono stato fortunato. Perché io non ho Dio sul comodino o un credo politico ottuso da sputare in giro, non ho una collana di libri sulla fottuta salvezza e so anche che l'amore, gli amori, sono edificati su barriere di veleno dove non si avventurano neanche i demoni più coraggiosi. Non ho mai avuto la sventatezza di agitare vessilli e gonfaloni familiari e di appartenenza, io trovo che le troppe appartenenze siano un limite. Forse la mia stessa vita girerà veloce e incostante come un semplice giro di basso. Suonerò idealmente nel dolore, nel magone, nella nostalgia, nelle piccole insostenibili gioie, nel rimpianto e nella lotta che si annuncia guerra. E accetterò altre mille sconfitte del cazzo, se il mio vento sarà comunque musica.
Il suono del basso è il mio unico misticismo. Non ho detto fanatismo. Ho detto misticismo. E come per tutte le vere emozioni, ora mi va di smettere di scriverne.

Luca De Pasquale, 13 gennaio 2016

Anthony Jackson

Bootsy

Buddy Hankerson

Cordell "Boogie" Mosson

Donald "Duck" Dunn

James Jamerson

James Alexander

Larry Graham

Louis Johnson

Mark Adams



Muzz Skillings

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