27/01/16

Il suono dell'anima - Omaggio a Eberhard Weber


Quando avevo sedici anni ero convinto che il suono della mia anima fosse quello del basso di Eberhard Weber. Flessuoso, a metà tra l'elettrico e l'acustico, evocativo, solenne e drammatico.
Avevo scoperto Eberhard grazie ad un disco di Ralph Towner, che facevo girare di continuo sul piatto, ed ogni volta il basso del tedesco mi ipnotizzava. Quel suono mi sembrava troppo; del resto avevo già capito che troppa bellezza non la reggevo, in niente, in nessun posto. Eberhard Weber era il mio segreto meglio custodito: infatti i miei amici andavano per Springsteen, Sting, Dire Straits, Pink Floyd. Ma quando il mio amico Tony Campogna, rampollo di una dinastia di legulei, venne a casa mia, non seppi frenarmi e gli feci ascoltare una cassetta Basf 90 con sopra inciso uno dei migliori album di Eberhard, “Silent feet”.
Tony rimase affascinato dalla musica, che era strana e per lui totalmente inedita. Disse su due piedi che avrebbe voluto acquistare dei dischi di quel tipo, ma di chi si trattava?
Mi sentii come se qualcuno mi stesse rubando il fuoco da dentro o la mia donna. Sentii bruciare dentro il mio errore, perché non volevo che Tony Campogna, tanto più ricco ed arrogante di me, avesse accesso a tutta quella bellezza, che avevo scoperto con pieno merito, portando le mie curiosità adolescenziali in zone effettivamente fuori portata per la mia età.
Presi tempo, chiedendogli puerilmente di indovinare chi fosse.
Fu giustamente lapidario, il buon Tony: “Luca, ma che cazzo ne so? Non ho mai ascoltato niente di simile prima”
Decisi rapidamente. Lo avrei depistato. Gli dissi che si trattava del bassista italo-austriaco Antonello Boyfaber, ispirandomi alla marca di matite che usavo. Tony Campogna mi chiese come fossi arrivato in possesso di quel nastro; andando a braccio gli confessai che lo avevo rubato a casa di un conoscente. Lui avrebbe potuto scoprire facilmente la mia menzogna, perché sul nastro non c'era scritto “Antonello Boyfaber”: come facevo dunque a saperlo?
Poi di Tony Campogna, come del novanta per cento delle mie conoscenze giovanili, ho perso le tracce. Ora sarà un giudice o un notaio, chissà se è un appassionato di Eberhard Weber. Ma cazzo, partì comunque tutto da me.

Non ho mai amato, è una confessione un po' sporca, condividere troppo le mie passioni. Perché le sento molto personali, anche se non sono tanto idiota da considerarmi l'unico attento ad una sorta di trascendenza. Per anni ed anni ho continuato a pensare che il suono così “eterno” ed al tempo stesso contenuto del tedesco rispondesse ai vari anfratti della mia anima contraddittoria. Un basso che crea, quello di Eberhard, ma che è al tempo stesso un volano di fuga, una creatura della notte che sfugge tra le mani, un impasto espressionista che l'emotività non tollera dopo un po', come ogni cosa che rechi con sé troppa incontinente bellezza.

Oggi ascolto ancora Eberhard Weber, anche se con minor assiduità, ma cosa dopo i quarant'anni può essere assiduo come un tempo? So solo che questa figura così austera e ispiratrice ha accompagnato quasi tutto l'arco della mia vita emozionale. Tant'è che quando ho avuto l'occasione di conoscerlo di persona, al conservatorio S. Pietro a Majella a Napoli, la voce mi si strozzò in gola e non riuscii a dirgli nulla di intelligente. E pensare che avevo anche creato un fan club napoletano per lui. Ma niente, mi tacitai e guardai a terra per tutto il tempo. Ero più giovane e l'emotività mi giocò un brutto scherzo.

Per tanto tempo, poi, ho “usato” un pezzo particolare, “Watercolors” di Pat Metheny, per convincermi delle emozioni che volevo provare. Durante l'assolo di Metheny, il contrabbasso elettrico di Eberhard cantava, il verbo è dannatamente esatto. “Cantava sotto”, come si dice volgarmente tra bassomani e melomani. Ebbene, quel “canto” lo utilizzavo per chiedermi aderenza a quel che vivevo. Se conoscevo una ragazza o una donna che mi interessavano, sapevo che per costituzione dell'anima non sarei mai stato realmente convinto fino in fondo. Anche quando mi credevo innamorato perso, c'era un Luca parallelo che se ne stava per fatti suoi, rigorosamente solitario e non triste, a picco su una cima di vento notturno dalla quale osservare il maremoto sottostante. Quell'emotività perennemente dimezzata tra smania emozionale e congruità della solitudine, io riuscivo a forzarla grazie a quei due minuti di canto bassistico sotto Pat Metheny. Quel basso sognante e denso, pieno di vita e di melodia, mi diceva che non dovevo rintanarmi. E dunque mi lasciavo andare, anche se non posso dire di essermi mai sganciato dal mio faro trasparente sulle nebbie. Ma Eberhard serviva. Serviva eccome. Del resto, come non ammettere che un cuore senza musica spesso somiglia ad una matassa di carta igienica? Un'anima semplice e dilaniata, la mia è banale in confronto ad altre più strutturate, ha l'esigenza ed il diritto di fagocitare sogni e visioni grazie alla musica. Altrimenti, la nebbia è destinata a risalire fino alla bocca, a divorartela senza nessuna passione possibile. Così, per crudele inerzia. Mentre il tempo passa inesorabile.
E il dono della rovina da abbellire fino a farla diventare dimora è così sperperato, regalato alla paura di soffrire, quella che non perdona mai.

Luca De Pasquale, 27 gennaio 2016

DISCOGRAFIA CONSIGLIATA

SOLISTA:
The Colours Of Chloe 1974
Yellow Fields 1976
The Following Morning 1977
Silent Feet 1978
Fluid Rustle 1979
Endless Days 2001 
Stages Of A Long Journey 2007

COLLABORAZIONI:
Michael Naura Quartet - Call 1971
Michael Naura Quartet - Rainbow Runner 1972
Volker Kriegel - Lift! 1973
Gary Burton Quintet - Ring 1974
Michael Naura - Vanessa 1975
Ralph Towner - Solstice 1975
Pat Metheny - Watercolors 1977
Gary Burton Quartet - Passengers 1977
Jan Garbarek Group - Photo With Blue Sky... 1979
Jan Garbarek Group - It's Ok To Listen To The Gray Voice 1985
Jan Garbarek - I Took Up The Runes 1990















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