22/01/16

Il ragazzo che girava le copertine


Stan Getz, “Moonlight in Vermont”.
Piove. Piove su tutta la città. Il vecchio libro inglese ha le pagine gialle ed un appartamento, un qualsiasi appartamento, è comunque una costrizione.
Non potrei andare da un medico a dirgli che soffro d'insonnia, perché dovrei ammettere che la notte mi piace infinitamente più del giorno e che forse rimango sveglio per trovarmi meglio.

Ieri sono passato accanto a quello che fu il primo negozio di dischi che saccheggiai da adolescente. Adesso c'è un bar. Ho provato un brivido di nausea. Mi sono ricordato che a vent'anni andavo spesso lì e ci passavo sei o sette ore, perdendomi nella saletta dedicata ai vinili jazz.
Ricordo che giravo quasi tutte le copertine per scoprire chi fosse il contrabbassista, o più raramente il bassista elettrico. Poteva apparire una fissazione, forse lo era, ma per me era come un lavoro. Un lavoro passionale: approfondire il suono che riconoscevo prima e meglio degli altri.
Con questa tecnica di scrupolo scoprii, tra gli altri, Scott LaFaro, Niels Henning Oersted Pedersen, Eddie Gomez, ma soprattutto gli strumentisti meno conosciuti.
E così mi presentavo a Gilberto, il commesso incanutito prima del tempo che sembrava uscito direttamente da Starsky&Hutch, con lunghissime ed inutili liste. Lui le leggeva velocemente e scuoteva il capo, mormorava qualcosa e poi finiva per propormi roba fusion, che comunque riuscivo ad apprezzare per via del basso elettrico.
Però qualcosa la scovavo sempre. Scoprii il grande Chuck Domanico girando un vinile della cantante Diane Schuur. Scoprii Harvie Swartz facendo lo stesso gesto con un disco del formidabile pianista Steve Kuhn, grazie al quale mi incuriosii anche di Miroslav Vitous.
Ho iniziato così, con uno strano metodo, ma anche con una passione folle che non avevo nessuna intenzione di arrestare, nella sua straripante corsa. Scelsi così, in pratica, di non avere tempo di innamorarmi o di andare troppo a zonzo con i miei coetanei, che trovavo piuttosto prevedibili, con la loro smania di divertimento.
Gilberto mi chiedeva con uno stupore misto a rimprovero perché mi “fossilizzavo” sul contrabbasso. Le mie risposte non lo soddisfacevano. Le risposte non soddisfano mai, quando non c'è comprensione. Tanto vale non rispondere affatto. Questo l'ho imparato vivendo.
Una volta, visibilmente seccato, gli dissi: “Perché ha un suono grave”.
Lui sorrise e replicò: “Ma il sax è molto più bello ed affascinante”
“Per gli altri, non per me”, tagliai a corto, e continuai a portargli liste sempre più dettagliate ed improbabili. 
Nicchiava sempre, ma iniziò ad accontentarmi, chiedendo al suo importatore titoli di Charlie Haden, Ron Carter, François Rabbath, Aladar Pege e Dave Holland. Per musicisti meno conosciuti poteva fare poco, ma ero caparbio, capace di aspettare mesi e mesi.
In quel periodo sognavo una relazione con una donna più adulta, mi piacevano le madri dei miei amici e non le mie compagne di studio o di festa. Ne avevo già pieni i coglioni dei doveri e delle cose da fare per essere accettato nel circondario, me ne giravo per fatti miei, saltando le domeniche dai parenti e gli stupidi rituali dell'incoscienza regolare tipica dell'età.
Mi sentivo un Antoine Doinel rabberciato, ma con un suo perché.
A casa, mio padre mi diceva che non capiva perché mi piacesse tanto il suono del contrabbasso, “non si sente quasi, è meglio il pianoforte”, mi diceva. Io cercavo di fargli capire che era lui a non sentirlo, e che si trattava di un suono da stomaco, da pancia, da anima, che era un suono dal quale lasciarsi invadere senza opporsi. Non l'ho mai convinto.
Invecchiate e misteriose sono le ragioni per le quali non sono diventato un contrabbassista o un bassista elettrico. Probabilmente perché ero troppo solitario per iniziare a suonare con qualcuno, ma ancora di più per la più concreta vocazione alla scrittura. Ci sono stati momenti in cui ho amaramente rimpianto di non aver studiato lo strumento, ed è capitato quando scrivere mi infastidiva perché mi metteva a nudo. Suonando, pensavo, le emozioni sono meno chiare, meno svelate, mi ripetevo per convincermi, ma sapevo che era una cazzata. Le emozioni ti spogliano sempre.
Sono contento così, ho avuto più tempo per approfondire la musica, gli interpreti, le incisioni, per incuriosirmi senza mai fermarmi. Sfortunato o fortunato sarà, nel caso, mio figlio, che di certo trascinerei di peso al conservatorio per affidarlo al mio sogno di una vita.

Non so che fine abbia fatto Gilberto. So che fu sbattuto fuori prima della chiusura del negozio. Noi venditori di dischi siamo una razza dannata, c'è poco da fare. C'è chi è affondato nel marasma e chi ha dato via le chiappe per reinventarsi con mansioni ridicole e svilenti. Quando Gilberto fu mandato via, io ero diventato uno degli esponenti della “new generation” dei disquaires, c'era stato un ideale passaggio di consegne e ricordo quanto ero ingenuo e pieno di buona volontà. Vendevo dischi e pensavo quindi di avere una missione.

Ma so -di questo ne sono certo- di aver introdotto parecchie persone ad artisti che amavo. Ho venduto quintali e quintali di Weather Report e Jaco Pastorius, ma ho puntato anche su un musicista che mi ha segnato profondamente, Steve Swallow, il poeta del basso elettrico. Il suo solo in "Duke Ellington's sound of love" con il quartetto di Gary Burton è un viaggio di incanti. Sono in parecchi, oggi che sono a riposo e che ho appeso la professione al chiodo giocoforza, a ringraziarmi per strani dischi che ho procurato tra mille fatiche.

La grande bellezza.
Ognuno coltiva la sua, o quella che reputa tale. Per me la grande bellezza, qui e oggi, è rappresentata da ciò che mi ha accompagnato nel mio folle percorso a zig-zag e che sento appartenermi. Non a caso, dopo essermi depurato da alcune scorie sonore ho ritrovato tutto il “mio” jazz e il mio rock, con in più delle aggiunte inattese. E sono qui, stasera, a scrivere con “Trio music” di Kuhn/Humair/Jenny-Clark, con le stesse profonde emozioni di venti anni fa e con la stessa gratitudine per queste meraviglie.
La verità è che far vincere la rabbia è un peccato. La rabbia confonde le idee, smarrisce i fili, macchia le poche verità, porta a mentirsi, a guardare dietro senza onestà. Da ragazzo sognavo poche cose, ma precise. Innanzitutto non dipendere da nessuno. Soprattutto spiritualmente, nel giudizio, nei pensieri, nella condotta. Poi sognavo di trovare pace nella scrittura, cosa questa assolutamente impraticabile. Sognavo la musica, non eseguita da me, sognavo la musica da conoscere. Inutile dire che sognavo anche di vivere in riva ad un lago. Per poco tempo ho sognato anche la giustizia sociale, l'uguaglianza e una coscienza di classe che fosse di tutti, ma ho presto dovuto ammettere che ero condannato invariabilmente alla sconfitta.
Sono rimasto affezionato, e tanto, a quel gesto, a quel ragazzo che girava le copertine dei dischi nei negozi per vedere la voce corrispondente a “double bass”, “contrebasse”, “kontrabaß” o “upright bass”. Proprio grazie a quel gesto incontrai sulla mia strada Jean-François Jenny-Clark, un musicista che ha rivoluzionato il mio modo di percepire la musica; era un disco di Michel Graillier, se ricordo bene. Non ho mai smesso di girare le copertine alla smaniosa ricerca della notizia più importante: il bassista o il contrabbassista. Ora, in verità da parecchio, c'è internet, ho tanti libri e riviste, è tutto più facile e alla portata, soprattutto se la memoria regge. E per ora regge. Ed a maggior ragione ricordo con tenerezza quel gesto istintivo e necessario, che mi apriva nuovi orizzonti e mi portava linguaggi tanto diversi ma anche universali e, perché no?, salvifici.
La grande bellezza in questi tempi grami e stretti è ritrovarsi tra gli amori lunghi e seri della vita, quelli che non ci hanno mai lasciati, la grande bellezza è riascoltare quel live di Bill Evans con Eddie Gomez e la loro esecuzione di “Elsa”, tra colpi di tosse e bicchieri posati malamente sui tavoli dagli astanti del locale. La grande bellezza è rileggere la mia corrispondenza con il grande Eberhard Weber quando ero ragazzo; le sue lettere erano molto pazienti e indulgenti, le mie impulsive e molto ingenue. Qualcosa di prossimo alla bellezza e di molto vicino all'anima è ricordare anche quel pomeriggio di settembre del 1987, quando scoprii che Jaco Pastorius si era fatto ammazzare. Grande e bello, nonché insperato, è acquistare oggi, a 43 anni, la tanto attesa ristampa della Ecm del primo quartetto di John Abercrombie, che mi faceva impazzire. Al contrabbasso, lessi girando la copertina, un certo signor George Mraz.

Non so dove sia adesso Gilberto, continuo a non apprezzare particolarmente i dischi fusion che mi proponeva, ma gli sono grato per la pazienza e per quei dischi strani che mi faceva arrivare, contentandomi.
E no caro Gilberto che il sax è più bello del contrabbasso, io non ho mai cambiato idea anche se l'età anagrafica imporrebbe inutili rivoluzioni nei gusti, di quelle che dovrebbero simboleggiare un'evoluzione. Non sono uno di quegli ultraquarantenni che smantella la propria discografia per portare la moglie al mare e fare spazio. Steve Swallow è ancora Steve Swallow e George Mraz ha ancora quella cavata trascendente, quasi dolorosa, come un non più rimandabile raschiamento spirituale.
Ho spesso cercato di tradirmi. Nella scrittura, nella musica, nei desideri. Qualche volta ci sono riuscito al punto che sembrava avessi cambiato nome e connotati. Ma alla fine, come sapevo dall'inizio, ha vinto il ragazzo che girava le copertine, ingenuo, quasi presuntuoso nella sua smania, ma di certo più vero di tutte le incarnazioni che mi sono suggerito per guadagnare più velocemente la strada per i laghi.

Stasera, dopo più di venti anni, il suono del contrabbasso è ancora lì su di me, come un pescatore silenzioso che con la sua lenza pesca nel mio lago sempre troppo scuro e crudele. E pazienza se finirò sui banchi di un mercato, in vendita per dimostrarmi che sono ancora vivo.

LdP, 22 gennaio 2016

Chuck Domanico, Jean-François Jenny-Clark, Jean-Paul Celea, Jean-Jacques Avenel, Dave Holland, Charlie Haden, Buster Williams, Maarten von Regteren Altena, Barry Guy, Barre Phillips, Palle Danielsson, Gary Peacock, Harvie Swartz, Chuck Israels, David Izenzon, Steve Swallow, Bjorn Alke, Arild Andersen, Furio Di Castri, Marc Johnson, Oscar Pettiford, Monty Budwig, Bruno Chevillon, Ray Brown, Peter Ind, Cameron Brown, Miroslav Vitous, George Mraz, Cecil McBee, Stanley Clarke, Niels Henning Orsted Pedersen, Georg Riedel, Mads Vinding, Charles Mingus, Ed Schuller, Doug Watkins, Reggie Workman, George Duvivier, Clint Houston, Paul Chambers, Jamil Nasser, Eddie Gomez, Bjorn Kjellemyr, Thomas Morgan, Ingebrigt Haker Flaten, Mats Eilertsen, Anders Jormin, Jesper Bodilsen, William Parker, Jesper Lundgaard, Renaud Garcia-Fons, Dieter Ilg, Paul Rogers, Harry Miller, Johnny Dyani, Fred Hopkins, Malachi Favors, Milt Hinton, Marcello Melis, Dodo Goya, Joe Krencker, Anthony Cox, Claude Tchamitchian, Jim De Julio, Piero Leveratto, Giorgio Azzolini, Giorgio Buratti, Bjornar Andresen, Christian McBride, Reginald Veal, Robert Hurst III, Manfred Brundl, Tatsu Aoki, Motoharu Yoshizawa, Teruo Nakamura, Nobuyoshi Ino, Kent Carter, Riccardo Del Frà, Avery Sharpe, Sam Jones, Stafford James, Mark Dresser, Mark Helias, Daniel Studer, Bobby Burri, Buell Neidlinger, Joe Fonda, Alan Silva, Sirone, Henry Grimes, Bob Cranshaw, Red Mitchell, John Patitucci, Art Davis, Richard Davis, Glen Moore, Larry Grenadier, Wilbur Little, David Friesen, Ben Street, Eric Revis, Gilbert Rovere, Beb Guerin. François Mechali, Leon Francioli, Pierre Michelot, Gene Wright, Eric von Essen, Frank Tusa...






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